La "giungla" dei test sierologici, ecco quali sono (e come funzionano)

La "giungla" dei test sierologici, ecco quali sono (e come funzionano)

"Rapidi" o quantitativi, sono centinaia sul mercato ma gli esperti frenano: "Ancora dubbi sull'attendibilità"

coronavirus test esperti

©   Maugeri/Stefania Malapelle -   Laboratorio del centro antiveleni della Maugeri di Pavia

Dopo il dilemma dei tamponi, seguito da quello delle mascherine, ora è il turno dei cosiddetti test sierologici degli anticorpi. Ce ne sono centinaia, alcuni rapidi e altri detti "quantitativi". Una vera e propria giungla in cui è difficile orientarsi. Entrambe le tipologie di test nascono con lo scopo di verificare tracce recenti o nuove di infezione da Covid-19, anche in caso di pazienti asintomatici.

I test rapidi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono solo se la persona ha prodotto anticorpi e quindi è entrata in contatto con il virus. I test quantitativi, dove serve un prelievo, dosano invece in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, le IgG, significa che l'infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona tendenzialmente è immune al virus.

Di test rapidi ne sono spuntati sul mercato ce ne sono oltre un centinaio, ma ci sono molti dubbi circa la loro affidabilità. "Questi test verificano la presenza di anticorpi che possono indicare che una persona è entrata in contatto con il virus, ma non rilevano e misurano gli anticorpi neutralizzanti, gli unici che quindi possono darci l'immunità", spiega all'AGI Pierangelo Clerici, presidente dell'Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli). "Questo li rende inaffidabili", aggiunge.

Gli esami sierologici "quantitativi", quelli effettuabili solo in laboratorio, sono invece molto più precisi. Anche in questo caso quelli attualmente disponibili sul mercato mondiale sono più di cento, ma non tutti sono stati validati. "Sono test che rilevano e quantificano la presenza di anticorpi neutralizzanti e sono certamente più affidabili di quelli rapidi", spiega Clerici. "In Italia uno è già stato validato al Policlinico San Matteo di Pavia e ce ne sono almeno altri 3 in sperimentazione".

Ma in alcune città italiane sono già diverse settimane che questi test vengono effettuati in laboratori privati. Discrepanza, questa, che renderà difficile avere un controllo epidemiologico dell'epidemia a livello nazionale. Senza contare ancora tutti i dubbi, scientificamente più che giustificati, circa la loro utilità e affidabilità. "Quando la ricerca degli anticorpi si effettua su un virus ancora poco conosciuto, c'è il rischio che i risultati siano inaffidabili".

Per l'esperto non ha alcun senso, almeno in questo momento, pensare a un "patentino di immunità". "La letteratura scientifica sull'argomento è troppo recente. Abbiamo solo alcune indicazione che a seguito dell'infezione si sviluppino gli anticorpi neutralizzanti, ma ci sono ancora molti interrogativi aperti: Quanto tempo dura l'immunità? Un mese o 4? Uno, 5 anni o tutta la vita? E quando compaiono questi anticorpi rispetto alla comparsa dei sintomi? E molte altre domande ancora", conclude.