Scalfaro, l'uomo che fu la Dc

Nasceva 100 anni fa il Presidente della Repubblica che disse di no a Berlusconi

Scalfaro, l'uomo che fu la Dc

Francesco Cossiga, che con lui aveva un rapporto complesso, una volta lo definì “un gentiluomo ottocentesco che, legittimamente, aspira ad assumere la carica di Presidente della Repubblica dopo di me”. Cossiga aveva il dono della sintesi e del tratto di pennello, ragion per cui bisogna riconoscergli che in quel “gentiluomo ottocentesco” del vero c’era. Oscar Luigi Scalfaro proveniva da una famiglia baronale calabrese trapiantata in Piemonte, e dello stile sabaudo aveva parecchio e non solo perché portava l’orologio a cipolla nel panciotto. Al tempo stesso però era tutto, ma proprio tutto, meno che ottocentesco. Ci parlavi anche solo una decina di minuti, e ti accorgevi che anche la patina sabauda era, per l’appunto, una patina.

L’uomo era, in realtà, di idee chiare e giudizio sintetico, forti convincimenti e altrettanto forte duttilità, persino senso dell’humor. Sì: rideva, anche se in pochi a sentirlo raccontare ci avrebbero creduto. Rideva e sorrideva con quell’ironia che è fatta della passione politica intinta nel disincanto per le debolezze umane. E sono tutte doti che, attribuite oggi ad un Obama come a un Macron, farebbero concludere agli esperti e ai benpensanti: “Ecco un vero leader di questo secolo”. Con buona pace dell’Ottocento, con buona pace di Cossiga.

Un treno per Roma

La sua, si è detto, era una famiglia distinta, giunta a Novara sul tracciato delle ferrovie dello Stato di cui il padre era alto funzionario. Qui Scalfaro fece gli studi e conobbe i suoi grandi amori: l’Azione Cattolica, il cui distintivo portò al bavero della giacca anche quando era al Quirinale e aveva diritto a quello di cavaliere di gran croce; la moglie, che perse tragicamente dopo pochi anni di matrimonio. E, infine, la politica: più nobile delle arti e più alta forma di carità. Lui la praticò con la passione che richiedeva la prima e la dedizione che meritava la seconda. Quanto al metodo, allo strumento necessario per fare l’una cosa e l’altra, ce ne poteva essere solo uno. Un partito: la Democrazia Cristiana.

Scalfaro, infatti, non era nonostante la nomea né un De Maistre, né un Ruffo di Calabria. Era frutto di quella generazione di cattolici che, ispirati da Luigi Sturzo, attraverso prima l’Azione Cattolica durante il fascismo e la Dc nel dopoguerra si trovarono alla fine a svolgere un ruolo che non si sarebbe mai immaginato fino al 1943: guidare il Paese. All’epoca lui non aveva trent’anni, faceva il magistrato e, avrebbe raccontato per tutta la vita, era appena stato salvato dall’angelo custode nel corso di un rastrellamento di renitenti alla leva della Repubblica Sociale di Salò. Venne adocchiato quale giovane di belle speranze, e mandato a Roma. A far parte dell’Assemblea Costituente, insieme ad un manipolo di ragazzotti suoi coetanei che si chiamavano Emilio Colombo, Giulio Andreotti, Aldo Moro e Giuseppe Dossetti. La storia dei decenni successivi.

Ma i comunisti no

Sui banchi della Costituente imparò una cosa: ci si divide sulle idee, ci si unisce per il bene comune. E. soprattutto, si distingue tra l’avversario politico e l’uomo che si ha di fronte. Fu così che una mattina dovette accompagnare Alcide De Gasperi per una missione molto penosa: dover dire a Pietro Nenni che la figlia, internata in un campo di sterminio, non sarebbe mai tornata a casa. Raccontava, ancora in vecchiaia: “I due si capirono senza che ci fosse bisogno di dire una parola. Si abbracciarono e piansero insieme”. Eppure uno era il padre dell’Italia europeista e atlantista, e l’altro schieratissimo su una linea filosovietica. Ma questa era anche l’Italia dell’epoca: botte da orbi e mano tesa per darsi una mano, magari a mettere il pranzo insieme con la cena.

Quanto a Scalfaro, il suo anticomunismo era conclamato quasi quanto la sua fede incrollabile, e la devozione alla Vergine Maria. Una devozione che durò tutta la vita. Per quel che riguarda i comunisti, la storia è più complessa.

Craxi non è Mancini

All’inizio degli anni ’60 infatti lo troviamo, dopo essere stato sottosegretario alla presidenza del consiglio nientemeno che con Mario Scelba, fiero oppositore dell’apertura a sinistra e del centrosinistra. L’opinione che si trattasse di un cavallo di Troia per portare al potere, attraverso i socialisti, lo stesso Pci era molto diffusa. Per questo entrò, per tutto il decennio, in una sorta di zona d’ombra dalla quale sarebbe emerso, sempre a titolo personale, come esponente dell’ala più integerrima del partito. Un uomo tutto d’un pezzo e perciò stesso garante di una linea, di una sobrietà, di un’alta affidabilità. Ma anche di grande duttilità, se è vero che diviene ministro dell’interno nel decennio successivo con il primo presidente del consiglio socialista della Storia nazionale. Tra lui e Bettino Craxi esisteva un rapporto di stima, se non altro delle rispettive capacità politiche. Poi, certo, il Psi a trazione craxiana non era certo quello di Labriola e di Mancini. Le cose cambiano, Scalfaro lo sapeva bene e sapeva prenderne atto.

Scalfaro, l'uomo che fu la Dc
Vittorio La Verde / AGF 
Consultazioni 2001, Il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro e il segretario generale della Presidenza della Repubblica Gaetano Gifuni (Agf) 

 Per tutti questi anni, e quelli successivi fino al 1992, venne eletto e rieletto alla Camera. Vecchia scuola di una volta: mai dimenticare il collegio. È da lì che arriva il vero consenso, e la forza della politica. Scalfaro poi adorava Montecitorio. Del Senato non pensava un granché, per via di quella legge elettorale che quasi permetteva ai partiti di decidere chi sarebbe entrato e chi no. Alla Camera, poi, c’erano le vere battaglie politiche. E a lui piaceva dare battaglia.

Al Quirinale

Nel 1992 venne eletto presidente dell’Assemblea, ma durò poco. Era l’anno di Tangentopoli, della crisi della Repubblica come lui l’aveva vista crescere – nei suoi pregi e nei suoi difetti – e, soprattutto per lui, del momento in cui a Cossiga venne dato un successore.

La Dc mise in campo Andreotti, e poi Forlani. Come sempre capita nei conclavi per l’elezione del Presidente della Repubblica, il primo cavallo è quello da abbattere. Quell’anno il principio valse anche per il secondo. Il Partito si trovò senza candidati, il Paese nell’impasse. In questi casi è prassi candidare o il presidente della Camera, o quello del Senato: sono già stati eletti una volta, è più facile che ci riescano una seconda. Nel 1992 vennero candidati entrambi: Oscar Luigi Scalfaro e Giovanni Spadolini. Dopo 28 scrutini ancora non se ne era usciti. L’attentato a Giovanni Falcone, a Palermo, smosse le acque. Si decise per Scalfaro. Spadolini ci restò molto male.

E' l'ora di cambiare

Da Presidente il neoeletto dovette affrontare la più grave crisi politica della storia repubblicana: sparivano i partiti, veniva falcidiata la classe dirigente dagli avvisi di garanzia, la lira veniva attaccata dalle grandi concentrazioni capitalistiche internazionali. Nemmeno l’Europa pareva volerci più, e ci lasciava fuori dall’antenato dell’Euro, lo Sme. Il sistema politico era al collasso. Scalfaro decise che, una volta di più, le cose erano cambiate ed occorreva tenerne conto. La legislatura era iniziata da un anno, ma lui ritenne giusto ricorrere alle elezioni anticipate. Si profilava un possibile successo delle sinistre nate dalle ceneri del Pci: la fine della “conventio ad excludendum”. Che questa fase storica fosse gestita da un uomo con il passato di Scalfaro è il segno che anche la Storia ha un suo senso dell’ironia.

Invece si sbagliavano tutti: le elezioni si tennero il 27 marzo 1994, e non vinsero le sinistre. Vinse un imprenditore che fino al gennaio precedente non aveva nemmeno un partito. Poi ne aveva tirato uno fuori dal cappello, dandogli un nome così poco serioso per quell’epoca che in pochi lo avevano preso sul serio: Forza Italia.

Scalfaro, l'uomo che fu la Dc
Scalfaro - Berlusconi 

Due nature etiche

Quello dei rapporti, politici e personali, tra Scalfaro e Berlusconi è un tema che da solo riempirà i libri di storia, tra qualche anno. Basti dire che i due non erano diversi. Erano due nature etiche destinate a non incontrarsi mai, e le poche volte in cui i due si incrociarono si scatenò l’ira degli dei. Quando Berlusconi arrivava al Quirinale da Presidente del Consiglio aveva cura di varcare il Portone Principale sfrecciando a tutta velocità, con grande pericolo di staffieri e corazzieri. Scalfaro per un po’ sopportò, poi si prese la rivincita.

Quando Bossi e Buttiglione, alleati del Cavaliere, decisero per il Ribaltone il Presidente della Repubblica accolse nel suo studio un premier dimissionario e ammaccato che voleva imporgli un nuovo scioglimento delle camere. “Ho persino fatto restaurare di tasca mia l’appartamentino privato di Palazzo Chigi”, diceva Berlusconi. E Scalfaro: “Ci metteremo una targhetta di ringraziamento”. Dire che da allora il Cavaliere provò per il Presidente un sordo rancore è dire poco.

Scalfaro invece sapeva anche perdonare, o almeno distinguere tra oppositore e nemico. Quando, una volta lasciato il Quirinale, un Vittorio Sgarbi da sempre suo apro critico lo contattò chiedendogli di poter testimoniare in suo favore in una causa. Lui non se lo fece dire due volte. Si presentò in tribunale, mettendoci di tasca propria i soldi del biglietto del treno.

Tre voti di vantaggio

Ma, checché se ne dica, il momento più interessante del suo settennato forse non fu il duello con Berlusconi, quanto piuttosto quello che accadde dopo la caduta del governo Prodi. Correva l’anno 1998: il Professore manifestava insofferenza per le intemperanze di Rifondazione Comunista, alleata di governo ma solo per non ridare il Paese in mano al centrodestra. Ad un certo punto decise di tagliare il nodo, e disfarsi di quel residuo del passato. Andò da Scalfaro e gli disse. “Domani chiedo la fiducia, e gli do una lezione”. Scalfaro: “Quanti voti di vantaggio avete?”. Prodi: “Ben tre. Il conto lo ha fatto lui”. (Ed indicò il suo accompagnatore, il cui nome tralasceremo per senso di attaccamento alle istituzioni). Scalfaro disse: “Va bene”. Prodi, soddisfatto, prese la porta per tornare a Palazzo Chigi quando, sulla soglia, lo gelò la voce del padrone di casa: “Presidente Prodi, quando si chiede la fiducia di voti di vantaggio non ce ne vogliono tre. Ce ne vogliono 30”. Lui certe cose le conosceva bene. Quindici giorni dopo il nuovo presidente del Consiglio si chiamava Massimo D’Alema.

Scalfaro, l'uomo che fu la Dc
La Verde / AGF 
18/05/1996, Quirinale, giuramento del presidente del Consiglio Romano Prodi davanti al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e al segretario generale Gaetano Gifuni (Agf)

E con questo incarico, in fondo, si concluse anche la carriera politica di Scalfaro, anche perché un anno dopo sarebbe terminato il suo mandato. Il suo saluto alla politica avvenne il giorno dopo l’insediamento di D’Alema, quando al Quirinale si affacciò quasi furente per la designazione un santo vestito di bianco.

L'ultimo atto

Giovanni Paolo II si presentò con il biglietto da visita di una condanna dell’operazione scagliata da Ruini. La visita, in forma ufficiale, era stata programmata da tempo, ma la Divina Provvidenza pareva essersi divertita a programmare lei le cose, per poi stare a mangiare il pop corn durante lo spettacolo. Il pontefice partì all’attacco ricordando i doveri del cristiano in politica ed i principii irrinunciabili. Scalfaro replicò ricordando che le decisioni spettano alla politica, e semmai agli altri spetta di non far sentire soli i politici. E nel frattempo gli tornava in tempo quello che aveva patito il suo De Gasperi ai tempi dell’Operazione Sturzo.

Perché il Santo polacco sicuramente conosceva i comunisti dell’Est, ma c’era qualcosa di cui non aveva avuto, fino ad allora, esperienza: la tenacia delle convinzioni di un gentiluomo ottocentesco, sabaudo e di chiare ascendenze calabresi. 



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