L'arrivo di Fico alla Festa dell'Unità ha scatenato un terremoto nel Pd

I renziani sospettano che l'invito e la calorosa accoglienza ricevuta dal presidente della Camera sia l'indizio che Zingaretti e i suoi alleati lavorano a una futura alleanza con il M5s. E ci sono diversi segnali che dimostrano quanto profonde siano ormai le spaccature nel partito

L'arrivo di Fico alla Festa dell'Unità ha scatenato un terremoto nel Pd

Nel Partito democratico le tensioni hanno ormai superato livelli di guardia, come certifica anche il 'termometro' dei deputati dem: dall'apparizione di Roberto Fico alla Festa dell'Unità, salutata con entusiasmo dai militanti presenti a Ravenna, il gruppo Whatsapp su cui i parlamentari si scambiano informazioni e opinioni continua a bippare di nuove notifiche. Particolarmente attivi sono gli esponenti vicini all'ex segretario Matteo Renzi che mettono in guardia: è una manovra di avvicinamento al Movimento 5 Stelle. "Un errore invitarlo", protestano i più tra le file renziane, "gli abbiamo solo dato visibilità". E una deputata si dice certa che "Fico a Ravenna si è portato la claque".

Il sospetto è che l'ampia e variegata area che si è andata formando attorno al candidato Nicola Zingaretti, da Paolo Gentiloni a Dario Franceschini, stia lavorando a una alleanza futura con i grillini. Uno spettro che continua a turbare il sonno dei renziani tanto che lo stesso ex segretario è convinto che ci sia qualcuno nel partito che vuole andare in quella direzione ed è per questo che ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di sostenere Nicola Zingaretti: "Ci sarà un altro candidato, basta aspettare". A Renzi non bastano dunque le rassicurazioni arrivate dallo stesso governatore del Lazio, determinato a cercare il dialogo con gli elettori del Movimento 5 Stelle e non certo con Di Maio e compagni: "Io non mi ci alleo, anzi li ho già sconfitti due volte". Dall'altra parte della barricata si guardano alle mosse dell'ex segretario, con un misto di curiosità e preoccupazione.

Lo sgarbo di Renzi a Martina

La prima per la scelta di Matteo Renzi di dedicarsi per oltre un mese, alle riprese di "Firenze", il documentario in cui si è calato nelle vesti di divulgatore scientifico sulla falsariga di Piero e Alberto Angela. Una scelta che Renzi ha motivato con la necessità di combattere "la volgarità di questa stagione politica con la bellezza". Nessuno, certo, pensa che l'ex segretario abbia scelto una strada diversa da quella della politica. Più plausibile, per i non renziani, che il senatore di Scandicci abbia intenzione di ripartire dalla Toscana o da Firenze, tornando a fare il sindaco o cimentandosi da governatore. D'altra parte, sia per il comune che per la regione si voterà a maggio, in concomitanza con le elezioni europee. Ma ci sono altri segnali che certificano che nel partito le tensioni sono ormai ben al di là dei livelli di guardia. Il primo è l'annuncio fatto da Matteo Renzi su Facebook: l'ex segretario, dettando la sua agenda, fa sapere che parlerà alle feste dell'Unità di Firenze e Bologna, nel pomeriggio e la sera di domenica. In contemporanea dunque all'intervento di chiusura del segretario Maurizio Martina alla Festa nazionale di Ravenna. Una coincidenza che non è sfuggita ai parlamentari vicini all'attuale leader dem che non ricordano precedenti di ex segretari intervenire alla Festa dell'Unità in contemporanea con il 'titolare' del Nazareno.

Il caso Serracchiani

Il secondo segnale è quello rilanciato ogni giorno da Twitter, dove i renziani sono attivissimi e negli ultimi giorni bersagli dei follower e di compagni di partito. L'ultimo caso riguarda Debora Serracchiani. La vice di Renzi nella precedente segreteria scrive sul social network: "Per volontà del ministro dell'Interno Matteo Salvini, ci sono oltre 12 mila clandestini in più liberi di girare l'Italia. Una tattica spregevole per creare un problema di sicurezza, e poi denunciarlo senza risolverlo. Intanto dove sono i rimpatri di massa?". Poche ore dopo il cinguettio, è un'altra deputata dem, Giuditta Pini, a scrivere sul social network: "Se vogliamo ripartire, non chiamiamo i migranti clandestini, smettiamola di rivendicare di aver fatto più rimpatri di Salvini. Lo dico dopo aver girato tutta l'estate per feste, perché noi non siamo così, non siamo quella roba lì. Sarebbe il caso di capirlo". Uno scambio del tutto civile ma che la dice lunga su come, anche dal punto di vista comunicativo, il primo partito dell'opposizione stenti a trovare una sua unità.



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