Dalla crisi dei Marò, all'Africa e Giulio Regeni. Cosa ha fatto l'Italia in politica estera

I problemi principali che l'Italia ha dovuto affrontare fuori confine, dal rapporto con i Paesi del Mediterrano alle crisi diplomatiche con India, Egitto e Kazakistan 

politica estera

Il caso dei due marò fermati e trattenuti in India in seguito all'uccisione di due pescatori al largo del coste del Kerala. Il rapimento, la tortura e l'uccisione al Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni. La gestione della straordinaria ondata di migranti decisi a trovare rifugio nell'Unione europea, con la proposta di un nuovo partenariato con i Paesi africani. Gli ultimi cinque anni sono stati intensi per il ministero degli Esteri, alle prese con crisi che hanno messo in discussione le relazioni internazionali dell'Italia con partner e alleati di vecchia data e messo sotto pressione i confini esterni del Vecchio Continente, creando divisioni all'interno della casa comune europea che tuttora persistono.

I ministri

Alla guida della Farnesina in questo lasso di tempo si sono succeduti ben cinque ministri, a cominciare da Giulio Terzi di Sant'Agata, ministro nel governo di Mario Monti dal novembre 2011 fino alle dimissioni del 23 marzo 2013 per il dissenso con l'esecutivo per la strategia attuata nel caso dei due marò. Segue Emma Bonino, che resta in carica per 10 mesi, fino al febbraio 2014, quando il neo-presidente del Consiglio, Matteo Renzi, affida il ministero a Federica Mogherini.

Anche in questo caso l'incarico ha breve durata: a ottobre 2014, dopo appena otto mesi, la Mogherini lascia la guida della diplomazia italiana prima di assumere l'incarico di Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell'Ue a Bruxelles. Il 31 ottobre, il mandato passa a Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri fino al dicembre 2016 quando, in seguito al risultato del referendum costituzionale, Renzi presenta le dimissioni e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affida allo stesso Gentiloni il compito di formare il nuovo governo. Al suo posto alla guida della Farnesina viene incaricato l'attuale ministro degli Esteri, Angelino Alfano.

Il caso dei due marò

E' il 15 febbraio 2012 quando due pescatori indiani vengono uccisi, centrati da colpi d'arma da fuoco mentre si trovano a bordo di un'imbarcazione al largo delle coste del Kerala. Della loro morte vengono accusati i due marò in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, fermati il 19.

Ne nasce uno scontro con l'Italia sulla giurisdizione del caso. Nel gennaio dell'anno successivo, la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha competenze sulla questione e affida il caso a un tribunale speciale da costituire a New Delhi. Nel frattempo, il 21 marzo 2013, il governo italiano annuncia che i due marò rientreranno in India al termine di una licenza in Italia concessa per permettergli di votare.

Dieci giorni prima l'allora ministro degli Esteri, Terzi, aveva affermato che non sarebbero tornati, ma dopo le fortissime pressioni di New Delhi arriva il dietrofront. In cambio, l'Italia ottiene la garanzia da New Delhi che è esclusa la pena di morte. Il cambio di strategia però porta alle dimissioni per protesta del capo della diplomazia, annunciate il 26 marzo alla Camera, in diretta televisiva, "a salvaguardia della onorabilità del nostro Paese, delle forze armate e della diplomazia italiana".

Che la Farnesina "abbia agito per fatti suoi è risibile e strumentale", spiega in quell'occasione Terzi, sottolineando che sulla decisione di non rimandare i fucilieri in India al termine della licenza elettorale aveva avuto "l'assenso di tutti". Intanto, in India, dopo la costituzione a New Delhi di un tribunale 'ad hoc', nel marzo 2014 la Corte suprema accoglie il ricorso presentato dai due fucilieri contro il coinvolgimento nel caso della Nia, la polizia antiterrorismo, dopo l'esclusione del ricorso alla legge antipirateria.

I giudici indiani sospendono il processo a carico dei marò presso il tribunale speciale, mentre l'Italia punta a internazionalizzare il caso e sollecita un arbitrato sulla giurisdizione, invocando anche l'immunità funzionale di cui godevano i due militari. Ad agosto dello stesso anno Massimiliano Latorre viene ricoverato in un ospedale di New Delhi a causa di una leggera ischemia cerebrale. A metà settembre gli viene concesso un permesso di 4 mesi per curarsi in Italia. Da allora, la Corte Suprema gli concederà diverse proroghe, estendendo la sua convalescenza in patria, e non farà piu' rientro in India.

Nel giugno 2015, l'Italia attiva l'arbitrato internazionale di fronte all'impossibilità di arrivare a una soluzione per via negoziale diretta con l'India. Roma chiede misure che consentano la permanenza di Latorre in Italia e il rientro in patria di Girone durante l'iter della procedura arbitrale. Il 24 agosto 2015, il Tribunale internazionale del Mare ordina a Italia e India di sospendere qualsiasi procedura e astenersi dall'avviarne altre, respingendo la richiesta di Roma di misure temporanee.

Quasi un anno dopo, il 2 maggio 2016, il Tribunale arbitrale dell'Aja dispone che il sergente Girone faccia rientro in Italia fino alla conclusione del procedimento arbitrale, e così avviene il 28 maggio, ala presenza dell'allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e di quello della Difesa, Roberta Pinotti. La sentenza del tribunale arbitrale è prevista entro il 2018. I rapporti bilaterali con l'India si sono riaperti ufficialmente nell'ottobre 2017 con la visita a New Delhi di Gentiloni, divenuto nel frattempo presidente del Consiglio.

Il caso Shalabayeva

L'affaire Shalabayeva ha inizio la notte tra il 28 maggio e il 29 maggio 2013, quando la polizia irrompe in una villa romana di Casal Palocco e trascina via Alma e Alua Shalabayeva, rispettivamente moglie e figlia del dissidente-ex oligarca kazako, Mukthar Ablyazov. Quest'ultimo, obiettivo principale dell'azione delle forze dell'ordine perché ricercato dall'Interpol per frode, non è in casa. A chiedere l'intervento della polizia all'allora prefetto Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del ministro dell'Interno, Angelino Alfano, è l'ambasciatore kazako Andrian Yelemessov.

Alma esibisce per sé e la figlia un passaporto centrafricano, ma la polizia lo ritiene falso. Nel giro di due giorni, madre e figlia vengono espulse dall'Italia e rimpatriate ad Astana grazie a un aereo affittato dall'ambasciata kazaka. La Farnesina afferma di sapere solo il 31 maggio del rimpatrio e non dal Viminale, mentre il 3 giugno l'Ufficio Immigrazione invia al ministero dell'Interno una relazione sull'espulsione della Shalabayeva. Il giorno successivo il Consiglio italiano per i rifugiati invia una e-mail all'allora ministro degli Esteri, Emma Bonino. Anche il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, afferma di aver saputo della deportazione solo a fatti avvenuti.

Il 12 luglio Enrico Letta decide la revoca dell'espulsione sottolineando la gravità della "mancata informativa" e ordina un'inchiesta. Nella relazione del capo della polizia, Alessandro Pansa, presentata il 16 luglio, si definisce "invasivo" il comportamento dei diplomatici kazaki, stessa definizione adottata successivamente dal capo della Farnesina. Lo stesso giorno si dimette Procaccini. Anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, interviene sulla vicenda, giudicandola "una storia inaudita".

Intanto la Bonino parla di punti oscuri sulla vicenda e il 29 luglio 2013 la procura di Roma apre un'inchiesta su presunte omissioni nell'espulsione di Alma. Due giorni più tardi Ablyazov viene arrestato in Francia, mentre il figlio su Facebook denuncia: "No all'estradizione come è successo a Roma". Il 6 agosto 2013 il Kazakistan chiede a Parigi la consegna di Ablyazov ed è determinato a ottenerne l'estradizione, anche se con la Francia non esiste un trattato ad hoc.

Il 21 dello stesso mese, stessa richiesta anche da Mosca e Kiev. Il 25 settembre 2013 la figlia maggiore di Alma accusa alcuni funzionari del Viminale, della questura di Roma e diplomatici kazaki di sequestro di persone e ricettazione. Il giorno dopo finiscono nel registro degli indagati l'ambasciatore del Kazakistan in Italia, il consigliere per gli affari politici e l'addetto agli affari consolari.

E' la vigilia di Natale, il 24 dicembre 2013, quando Alma Shalabayeva può lasciare il Kazakistan, esprimendo alla Bonino, in una telefonata dall'ambasciata italiana ad Astana, "grandissimi ringraziamenti per l'incisiva assistenza che l'Italia ha fornito in tutti questi mesi per farle riacquistare la libertà di movimento". Soddisfatto il ministro degli Esteri: "Seguiremo la sua vicenda fino al rientro con la figlia", che avviene il 27 dicembre. Alcuni giorni dopo, il 9 gennaio 2014, la Corte di appello Aix-en-Provence dice sì alla richiesta estradizione di Russia e Kazakistan nei confronti di Ablyazov, operazione che viene però congelata il 9 aprile dalla Cassazione francese. Una settimana più tardi, la Shalabayeva ottiene dal Viminale lo status di "rifugiato" insieme alla figlia.

I rapporti con la Russia

L'Italia vanta da sempre un rapporto speciale con la Russia, 'in primis' in campo economico.

La crisi in Ucraina e l'annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014 hanno portato l'Unione europea a varare sanzioni economiche contro la Russia. Nella 'lista nera' sono state inserite 150 persone e 38 entità, soggette al congelamento dei beni e al divieto di viaggio per aver compromesso l'integrità territoriale, la sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina. Le misure colpiscono figure prominenti dell'establishment russo, molto vicine al presidente Vladimir Putin.

Introdotte nel marzo 2014, le sanzioni sono state rafforzate nel settembre del 2014 e toccano il settore finanziario, energia, difesa e beni a duplice uso civile-militare. Da allora sono state sempre riconfermate, l'ultima volta il 21 dicembre 2017 con una proroga fino al 31 luglio 2018. La posizione di Roma al riguardo è sempre stata chiara, con una piena adesione alle sanzioni decise a Bruxelles, ma senza chiudere la porta al dialogo nella consapevolezza dell'importanza di Mosca sullo scacchiere internazionale.

In quest'ottica, l'11 ottobre 2016 si è tenuta Roma la XIV Sessione del Consiglio Italo-Russo per la Cooperazione economica, industriale e finanziaria, co-presieduto dall'allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e dal vice premier russo, Arkady Dvorkovich, alla presenza di esponenti dei governi dei due Paesi, rappresentanti istituzionali e vertici imprenditoriali. Il vertice si è svolto a quasi quattro anni dall'ultimo incontro, avvenuto il 17 dicembre 2012, segnando un'occasione importante per rafforzare il partenariato economico tra i due Paesi.

Come sottolineato da Gentiloni, "il Consiglio per la Cooperazione ha avuto anche un significato politico, in linea con la tradizionale impostazione italiana nei rapporti con Mosca, e cioè condivisione chiara nelle scelte dell'Unione Europea sulle sanzioni, ma al tempo stesso senza chiusure nette. In questa chiave sono state gettate le basi per una sempre maggiore collaborazione economica a tutto campo". Ugualmente, per Dvorkovich, "gli approcci diversi su certe questioni geopolitiche non impediscono di collaborare, e oggi sul fronte economico si è parlato di tanti progetti concreti".

La delegazione russa è stata poi ricevuta dal ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, con il quale sono stati affrontati i più importanti temi economici con l'obiettivo di passare da una partnership prevalente di tipo commerciale a relazioni più strutturate, con maggiori contenuti industriali e di alta tecnologia, al fine di favorire i progetti in Russia di imprese italiane ad elevato contenuto tecnologico e strategico. 

Il caso Giulio Regeni

Il 25 gennaio 2016 Giulio Regeni, ricercatore italiano 28enne dell'Università di Cambridge trasferitosi al Cairo qualche mese prima per un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, esce di casa. E' il quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahrir. Ha appuntamento con degli amici ma sparisce. Il suo corpo, con evidenti segni di terribili torture, viene ritrovato il 3 febbraio ai bordi della strada che collega la capitale ad Alessandria.

In quei giorni è in Egitto, alla guida di una delegazione di imprenditori, l'allora ministro per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, che fa immediatamente ritorno a Roma. La Procura di Roma apre un'inchiesta per omicidio e si scontra subito con la versione iniziale delle autorità egiziane secondo la quale il giovane è morto in un incidente stradale.

L'autopsia racconta invece giorni di torture, con segni di bruciature di sigaretta, ossa spezzate, lesioni da arma da taglio e colpi alla testa. La stampa locale, citando fonti della sicurezza, punta a screditare la figura di Giulio, fatto passare, a seconda delle occasioni, come un collaboratore dei servizi segreti stranieri o una spia. Giulio avrebbe pagato con la morte una vita dissoluta e cattivi rapporti con alcuni abitanti del quartiere in cui viveva.

La famiglia smentisce seccamente e il governo italiano chiede la verità e la consegna dei responsabili. Il 7 marzo la Procura di Roma reitera una rogatoria dopo aver preso atto che gli atti trasmessi dall'autorità giudiziaria egiziana sono incompleti e insufficienti. Due settimane dopo, il 24 marzo, la polizia egiziana uccide cinque persone, sostenendo che appartengono a una banda specializzata in sequestri e rapine ai danni di stranieri e collegandoli al caso Regeni grazie a degli oggetti appartenuti al ricercatore italiano che vengono ritrovati nell'appartamento di uno di loro.

Il 7 e l'8 aprile una delegazione di magistrati e investigatori italiani riceve a Roma gli inquirenti egiziani per fare il punto delle indagini ma il vertice non dà gli esiti sperati: gli italiani non ottengono i tabulati delle utenze di soggetti egiziani e neppure i filmati delle telecamere della metro e del quartiere dove viveva Regeni. La collaborazione è di fatto interrotta e l'allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ritira l'ambasciatore italiano Maurizio Massari, che viene trasferito a Bruxelles mentre al suo posto viene nominato Giampaolo Cantini che per il momento non prende servizio al Cairo. Passano ancora dei mesi prima che in un nuovo vertice Italia-Egitto l'8 e 9 settembre le forze dell'ordine del Cairo ammettano di essersi interessate al giovane in seguito alla denuncia presentata dal capo del sindacato degli ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah. 

Successivamente agli inquirenti italiani vengono consegnati nomi e verbali di alcuni poliziotti che indagarono sul conto di Regeni ai primi di gennaio 2016 e di altri che furono protagonisti della sparatoria in cui perse la vita 'la banda dei cinque'. Alla fine di dicembre, l'emittente egiziana manda in onda un filmato registrato di nascosto da Abdallah che cerca di ottenere dei soldi da Giulio, sostenendo che servono per curare la moglie malata di cancro.

Il ricercatore italiano rifiuta, sottolineando che i soldi che ha intenzione di chiedere a una Ong britannica - una borsa di studio di 10mila sterline da devolvere a favore dei venditori ambulanti egiziani - non possono essere utilizzati per fini privati. Secondo la procura di Roma l'apparecchiatura per registrare segretamente l'incontro sarebbe stata fornita ad Abdallah dalle forze di sicurezza, provando così che la polizia del Cairo ha monitorato Regeni per un tempo ben più esteso di quanto affermato.

Nonostante la "piena collaborazione" promessa dalle autorità egiziane, si procede a rilento e con difficoltà, anche se nei mesi successivi si assiste a dei miglioramenti. Il 15 marzo 2017 viene inoltrata al Cairo una nuova rogatoria, alla quale viene risposto due mesi più tardi con la consegna di una prima parte dei documenti richiesti. Allo stesso tempo però viene negata agli inquirenti italiani la possibilità di porre eventuali domande ai poliziotti che si erano interessati al giovane ricercatore friuliano.

Il 14 agosto si registrano ulteriori passi avanti, con l'invio a Roma da parte della procura egiziana di atti relativi ad un nuovo interrogatorio cui sono stati sottoposti i poliziotti coinvolti negli accertamenti sulla morte del giovane. Alla luce di questo, Alfano annuncia il rientro in Egitto del nuovo ambasciatore, Giampaolo Cantini, ribadendo l'impegno del governo a fare chiarezza sulla morte di Regeni. La decisione è duramente condannata dalla famiglia che, indignata, parla di "resa confezionata ad arte".

A settembre, il legale egiziano che segue il caso per conto della famiglia Regeni, Ibrahim Metwaly, viene fermato e incarcerato con l'accusa di voler sovvertire il governo. Intanto vanno avanti le indagini della procura romana che chiede con una nuova rogatoria alle autorità britanniche per poter interrogare la professoressa Maha Abdel Rahman, tutor di Regeni all'università di Cambridge, che ha sempre evitato il confronto con i magistrati.

All'inizio di dicembre il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Hassan Shoukry, afferma che le immagini registrate dalle telecamere di fronte all'abitazione di Giulio Regeni al Cairo "sono state cancellate, esiste un sistema informatizzato", ma che è stata incaricata una società europea per recuperarle. Una volta finito, il risultato verrà condiviso con l'Italia, assicura, precisando che non sa quanto tempo ci vorrà. Il 21 dicembre, in un nuovo incontro tra il procuratore generale egiziano Nabil Sadek e gli inquirenti italiani, vengono consegnati "verbali e documenti contenenti nuovi elementi probatori" e si fa il punto sulla situazione delle indagini, compreso un aggiornamento sullo stato di avanzamento dei lavori della società incaricata del recupero dei video della metropolitana del Cairo.

L'Italia e il migration compact

Negli ultimi anni l'Italia ha rivolto una rinnovata attenzione verso l'Africa con una strategia che da un lato punta ad ampliare e rafforzare le relazioni commerciali con i Paesi africani, aprendo la strada a una maggiore internazionalizzazione delle imprese italiane per cogliere le tantissime opportunità offerte da un continente in piena espansione demografica ed economica. Dall'altra, a stringere un nuovo partenariato che porti nuovi investimenti privati, contribuisca allo sviluppo e aiuti così a gestire l'ondata migratoria che dall'Africa sub-sahariana approda in Libia per poi premere sulle frontiere esterne dell'Ue, con l'Italia in prima linea - spesso lasciata sola - nella gestione degli sbarchi.

Come ha più volte ripetuto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l'esigenza è quella di una partnership a tutto campo tra i Paesi G7, le organizzazioni internazionali e i paesi africani, puntando all'innovazione e allo sviluppo del capitale umano e dedicando un'attenzione particolare all'Africa e all'attrazione degli investimenti nel continente. 

In base all'ultimo Rapporto Ocse, nel 2016 con 11,6 miliardi di dollari, l'Italia è stata il primo investitore europeo e il terzo mondiale, dietro Cina (38,4 miliardi) e Emirati Arabi Uniti (14,9 miliardi). Di fatto il 'cambio di rotta' dell'Italia nei confronti del continente si è manifestato sin dalla firma, nel 2011, del "Patto per l'Africa" tra il governo italiano e gli esecutivi di numerosi governi africani per trasformare il rapporto da paese donatore ad attore di sviluppo nei settori delle infrastrutture, della tecnologia, della formazione, dell'agricoltura e del turismo.

Nel dicembre 2013, poi, l'allora ministro degli Esteri, Emma Bonino, ospitò alla Farnesina l'iniziativa Italia-Africa con l'obiettivo di "riaccendere i riflettori" sul continente africano, senza nascondersi "le ombre che esistono", ma guardando "anche le luci che pure ci sono" e sulle quali il Sistema Paese "deve investire".

Una riprova di questa nuova prospettiva è stato il moltiplicarsi dei viaggi in quella parte del globo delle più alte cariche dello Stato, come la missione in Nigeria, Ghana e Senegal nel febbraio 2016 dell'allora premier Matteo Renzi, la visita in Camerun ed Etiopia nel marzo 2016 del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, seguito ad aprile dal vice ministro degli Esteri, Mario Giro in Senegal, Ghana, Tanzania, Namibia e Mozambico, mentre nel novembre 2016 fu l'allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a recarsi in Niger, Mali e Senegal.

Sempre nel 2016, il 18 maggio, si è tenuta a Roma la prima conferenza ministeriale Italia-Africa con la partecipazione di rappresentanti di ben 52 paesi africani. Nello stesso mese, il governo Renzi ha proposto all'Ue una strategia di investimenti che affianchino l'aiuto pubblico allo sviluppo.

È il Migration Compact, accordi fra Ue e i Paesi africani di origine e transito dei migranti diretti in Europa. Chiaro l'obiettivo: "Solo in partenariato con i Paesi africani si potranno ottenere risultati reali. Per trattare con loro la questione dei flussi, si ha bisogno di una forte magnitudine di investimenti. La cooperazione da sola non ce la fa, anche perché le rimesse degli immigrati la superano del doppio", ha spiegato Mario Giro.

L'idea italiana si è fatta strada, ha subito battute di arresto e appropriazione da parte di altri partner europei, fino al risultato dello scorso 6 luglio quando l'Europarlamento ha dato il via libera all'European External Investment Plan (Eeip), uno strumento con in dotazione 3,3 miliardi di denaro di aiuti pubblici che, facendo leva sul mercato finanziario, metterà in circolo 44 miliardi di investimenti privati. Parallelamente procede l'iniziativa italiana per un approccio collegiale e una più equilibrata ripartizione europea di fronte all'emergenza migratoria e alla crisi degli sbarchi.

Come ha ricordato più volte il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nel Mediterraneo "si giocano i destini del mondo". "Se avessimo lasciato affogare le persone, ci saremmo ricoperti di un lenzuolo di vergogna". Citando "le 500mila persone salvate negli ultimi tre anni", il titolare della Farnesina ha sottolineato come l'Italia "ha messo l'Europa dalla parte giusta della storia e lei non è stata pronta a seguire il nostro passo". Per Alfano, "sono due i principi chiave con i quali la comunità internazionale deve rispondere alla crisi migratoria: la responsabilità e la solidarietà, perché nessun Paese da solo è in grado di fronteggiare questa situazione di instabilità nel Mediterraneo, tanto più che oggi il controllo delle rotte migratorie assume un connotato di sicurezza maggiore rispetto al passato".

L'italia, ha aggiunto, "ha agito con responsabilità di fronte a questa sfida: in un mondo in cui non esiste il rischio zero abbiamo coniugato sicurezza e solidarietà, rigore e umanità. Abbiamo dimostrato che è possibile salvare vite umane, accogliere persone disperate e che nello stesso tempo si può essere severi con coloro che disprezzano i nostri valori e rimanere un Paese sicuro". L'accordo negoziato dal ministro dell'Interno, Marco Minniti, con 14 sindaci libici, che in cambio di aiuti si sono impegnati a frenare gli sbarchi, ha cominciato a dare frutti visibili con un drastico calo degli arrivi dalla rotta del Mediterraneo centrale.

Resta l'esigenza per l'Ue di offrire un'alternativa alle partenze dei migranti e di impegnarsi per la vigilanza della frontiera meridionale della Libia, in modo da non trasformare il Paese nordafricano in un enorme campo profughi. L'Europa ha più volte riaffermato il suo sostegno a Ciad, Niger, Mali e Libia per il controllo e la gestione dei flussi migratori e in particolare la volontà di rafforzare la cooperazione economica con le comunità locali lungo le rotte migratorie per offrire loro un'alternativa economica al business dei migranti. Due anni dopo il vertice Ue-Africa della Valletta, si punta a migliorare le condizioni dei potenziali migranti nei loro Paesi.

L'Italia ha così ottenuto il riconoscimento e il sostegno che chiedeva da tempo nella gestione dei flussi dalla Libia, ma resta una divisione ancora molto forte sulla questione del ricollocamento. I 4 Paesi di Visegrad - Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria - di recente hanno incassato il sostegno del presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, sull'opposizione alle quote obbligatorie, una linea condivisa anche dal nuovo governo austriaco guidato da Sebastian Kurz. Ma l'Italia non ci sta: "Per noi - ha sottolineato il premier Gentiloni - è un punto di principio, non possono esserci decisioni optional da parte dell'Ue". 



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