I dirigenti stanno con Zingaretti, ma sull'alleanza col M5s la base del Pd è in subbuglio

Promosso dai quadri del partito, bocciato sui social network. Il segretario dem apre al Movimento ma non riesce a mettere tutti d'accordo 

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Maria Laura Antonelli / AGF 
Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio

Promosso dai dirigenti, bocciato sui social network: l'idea di Nicola Zingaretti di aprire ad alleanze strutturali con il Movimento 5 Stelle ha riacceso gli animi in un partito che, dopo il varo del governo e la scissione renziana, sta faticosamente ritrovando una sua unità. "Il M5S, che fino a ieri definiva il Pd come un nemico, diventerebbe quindi una stampella per rifare il vecchio ulivo prodiano degli anni'90. Il M5S è la più grande truffa politica della storia d'Italia", avverte Cesare Sacchetti su Twitter.

"Trasformiamo l'accordo in alleanza...Auguri", commenta Giampietro Volpi. Per Simone, quello che manca nella proposta sono le idee e i programmi comuni ai due partiti: "Se Zingaretti vuole tracciare una strada che porti alla convergenza con M5s ci dovrebbe quanto meno dire quali sono le idee, la visione d'Italia e i valori che legano questi due partiti. Mi illumini perché io queste similitudini non riesco proprio a vederle". Ma i commenti più critici sono quelli dei militanti romani, allarmati dalla risposta data dal segretario sull'operato di Virginia Raggi: "Dovrebbe dimettersi? "No, dovrebbe affrontare con più decisione e collegialità temi per troppo tempo irrisolti".

Ma se la base è in rivolta, tra i dirigenti del partito - anche quelli di minoranza - sembra essere chiara la finalità dell'apertura del leader dem. Senza una alleanza stabile, si lascia il campo libero a Matteo Salvini e alla instabilità. Ne è convinto, ad esempio, Enrico Borghi, deputato dem di Base Riformista, la corrente che fa capo a Luca Lotti e a Lorenzo Guerini: "Quello che ha detto Zingaretti può essere una via d'uscita dalla due anomalie che vive il paese: l'assenza di instabilità e l'affermazione di una destra che rifiuta il sistema dei valori condivisi", spiega Borghi all'AGI sottolineando che, dalla nascita del M5s e dopo la fine della Seconda Repubblica, all'Italia è mancato quello schema a due poli che solo può garantire la stabilità necessaria per realizzare un qualsiasi progetto per il Paese, a cominciare dalle riforme. Una stabilità resa più acuta dalla comparsa sulla scena di una destra, impersonata da Matteo Salvini, refrattaria alla condivisione di valori per dare vita ad alleanze durature.

"Questo governo potrebbe portare - e il condizionale è d'obbligo - al ritorno di un sistema bipolare, che è alla base della logica dell'alternanza in democrazia", sottolinea Borghi. E se le fibrillazioni in seno al Movimento 5 Stelle non sono un buon biglietto da visita per una alleanza duratura, è pur vero che "si tratta di un travaglio fisiologico e un passaggio indispensabile perché questo ri-allineamento possa avere uno sbocco positivo. È inevitabile che il Movimento 5 Stelle sconti oggi un cambio di pelle ed è automatico quando un partito o un movimento diventa partito di governo".

Non sfugge, in ogni caso, che la priorità è arginare Salvini alle prossime elezioni regionali. Una partita che si presenta da "dentro o fuori' per il Pd zingarettiano. I banchi di prova per il Pd sono soprattutto Umbria ed Emilia Romagna. Nella prima regione l'accordo con M5s è già siglato. Nella seconda, il Pd spera di poter confermare Stefano Bonaccini. Di qui le parole del deputato Pd Andrea De Maria: "Condivido e sostengo le considerazioni di ieri di Zingaretti. Penso che si debba lavorare a un radicamento sul territorio della attuale alleanza di Governo, fra il Pd, l' intero centrosinistra e i 5 Stelle. In particolare voglio sottolineare l'importanza di questa prospettiva in vista delle elezioni regionali in Emilia-Romagna.

Senza abiure e nel rispetto delle reciproche identità e priorità. Sapendo che così si rafforzerà anche la tenuta del Governo, la coerenza delle politiche che metteremo in campo fra i diversi livelli istituzionali e la chiara scelta alternativa alla deriva di destra rappresentata dalla Lega di Salvini". Ma anche in Campania la sfida per Zingaretti è delicatissima. Lello Topo, deputato di Base Riformista e 'stratega' del Pd in Campania è uno dei più strenui sostenitori dell'idea di una alleanza fra Pd e M5s: "Occorre una alleanza di svolta anche a Napoli e in Campania", spiega in una intervista.

E se in Campania i pentastellati sono contrari a una ricandidatura di Vincenzo De Luca, Topo invita a "demolire muri e a favorire il dialogo nel rispetto delle posizioni". Più prudente il deputato Pd e capogruppo in commissione Affari Europei, Pietro De Luca, che del governatore campano è figlio: "L'alleanza con il Movimento 5 Stelle è già realtà a livello nazionale con l'esperienza di governo. A livello territoriale, vanno verificate le compatibilità per essere argini davvero efficaci a Salvini senza effetti controproducenti". 



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