AGI - “Campo largo”, centrodestra e centro. Tra legge elettorale, politica estera e alleanze. Con uno sguardo alla campagna elettorale delle prossime politiche. Tutti, nel cuore di Roma, per l’ultimo appuntamento – prima della pausa estiva – del format ‘Roma da bere e da chiacchierare’. A confrontarsi, intervistati da Francesco Spartà (giornalista AGI), sono stati il deputato del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin, i senatori Filippo Sensi (Pd) e Stefano Patuanelli (M5s). Con loro, per Fratelli d’Italia, il sindaco de L’Aquila Pierluigi Biondi.
Inevitabile, dunque, partire dalla più stretta attualità politica. Con il ‘rovescio’ parlamentare subìto dal centrodestra sull’emendamento che voleva introdurre le preferenze nella nuova legge elettorale. “Non è vero che una legge è democratica solo se ha le preferenze”, premette Marattin, che poi specifica di essere comunque a favore della scelta diretta dei parlamentari da parte degli elettori, declinata però nel contesto di un proporzionale puro. Con la consapevolezza che, “negli ultimi trent’anni i partiti hanno perso qualità”, il segretario del Pld spiega di essersi espresso alla Camera contro l’emendamento su cui il centrodestra è ‘andato sotto’ perché “spesso un compromesso non è migliore delle altre due ipotesi”. E la scelta di un proporzionale secco, per Marattin, ha a che fare con la possibilità di ricostruire un sistema politico in cui le forze in campo possano davvero presentarsi ai cittadini con la propria cultura politica, con la propria identità, senza la forzatura rappresentata oggi da una legge che giocoforza tende a rafforzare la tensione verso le estreme, creando un bipolarismo teso verso posizioni di estrema destra e di estrema sinistra. Per spezzare, insomma, un meccanismo in cui “il M5s fa a gara con Schlein a chi è più radicale, mentre FdI fa a gara con Vannacci e Salvini fa a gara con Vannacci e Salvini”.
E dal partito dei meloniani, a dare la sua versione dei fatti sull’emendamento della discordia, è Biondi. Il sindaco spiega che “Meloni si è intestardita” sulle preferenze “perché è una leader coraggiosa”. Poi rilancia sulla compattezza della coalizione di maggioranza, che “si presenta unita da trent’anni”, ribadendo, su Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: “Noi non lo rincorriamo”. Insomma, il generale deve condividere “alcuni valori fondamentali” se vuole essere parte del centrodestra, “a partire dalla politica estera”.
Più tranchant, come prevedibile, le opinioni sulla legge elettorale da parte dei due esponenti del centrosinistra. Per Patuanelli il testo del cosiddetto ‘Stabilicum’ “è palesemente incostituzionale” ed è “la legge più sbagliata possibile”. Secondo Sensi il provvedimento, approvato ieri dalla Camera senza imboscate dei franchi tiratori, “è un pateracchio”, non solo per quanto accaduto sulle preferenze. Mentre l’accelerazione di Meloni, a parere del senatore dem, è dovuta dal fatto che la premier “pensa che con l’attuale Rosatellum perde male, soprattutto nei collegi uninominali al Sud”.
Poi, il riformista del Pd Sensi e Patuanelli, discutono sul futuro del cosiddetto ‘campo largo’ dei progressisti. “Una coalizione più larga di quella che dovrebbe essere”, dice il senatore dem. Che, per quanto riguarda le divergenze con i Cinque Stelle sul conflitto in Ucraina, apre: “Faremo la fatica di venirci incontro, per me e per un pezzo di Paese l’Ucraina è incedibile, noi senza aspirare alla grande coalizione” sul modello tedesco “ne possiamo fare un’altra, così come Meloni ha governato con Borghi e Bagnai e con i filo russi”. Poi ‘punge’: “per me il M5s è di destra”. Pronta la risposta di Patuanelli, sempre tra i sorrisi e l’ironia: “Io sono un ex elettore di Rifondazione Comunista e non sono nemmeno filorusso”. Il pentastellato, premettendo che “Putin è un dittatore criminale che ha invaso un Paese sovrano”, sottolinea l’obiettivo di “stimolare una soluzione” diplomatica stoppando il flusso di armi a Kiev.
Il senatore M5s, poi, rilancia sulle primarie: “Le faremo e chi avrà più voti sarà il candidato premier e sottoscriverà il programma”. Mentre, in conclusione, Biondi rivendica: “Non credo che FdI manchi di classe dirigente, ma la costruzione di una classe dirigente è lenta, detto ciò noi siamo il partito più novecentesco…”