AGI - Bocciate le preferenze per un solo voto, 188 no contro 187 si', a scrutinio segreto. Le opposizioni esultano, la maggioranza prova a mantenere la barra dritta e a depotenziare la portata del voto ("l'impianto della legge elettorale non è stato intaccato, si va avanti", è la linea), anche se i circa 30 franchi tiratori, a sentire gli stessi esponenti di centrodestra (lo dice chiaramente ad esempio il capogruppo leghista Molinari), sono da individuare tra le file della maggioranza (con dubbi sull'effettivo voto a favore dei vannacciani, annunciato in Aula).
L'analisi del voto
Ed è la stessa premier Giorgia Meloni, che sulle preferenze ci aveva messo la faccia, a non nascondere ne' minimizzare quanto accaduto. Un dato che, dunque, è anche politico: "Le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione", scrive la presidente del Consiglio sui social riconoscendo il voto "compatto" delle opposizioni che, un secondo dopo la votazione, chiedono le dimissioni della premier invitandola a recarsi al Colle.
Il timore tra le fila della maggioranza aleggiava da giorni, poi il via libera alle preferenze arrivato in zona Cesarini da Lega e Forza Italia ha sgomberato un po' di nubi, tanto da indurre i relatori a dare parere favorevole (e non più' a rimettersi all'Aula come inizialmente previsto) all'emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc sui capilista bloccati e un massimo di tre preferenze, con l'alternanza di genere a partire dal terzo candidato in lista. E cosi' ha fatto il governo, con la ministra Casellati che ha dato parere conforme al relatore. Ma le opposizioni, consapevoli dei malumori interni alle forze di centrodestra (malumori per la verità che riguardavano anche lo stesso centrosinistra), hanno rotto gli indugi e chiesto formalmente alla presidenza della Camera di procedere con scrutini segreti su tutte le votazioni (articoli e voto finale compreso) su cui è possibile il voto non palese. È tardo pomeriggio quando la maggioranza e, per contro, le opposizioni devono affrontare la prova dei numeri. Le 'truppe' vengono tutte richiamate nell'emiciclo, in fretta arrivano anche i ministri, impegnati con la riunione del Cdm a pochi metri di distanza. Il voto, pero', conferma i timori che, appunto, serpeggiavano nella maggioranza. E nell'emiciclo esplode l'esultanza delle opposizioni. Certo, osserva qualcuno, "siamo andati sotto per un solo voto", ma il dato politico "ci dice che abbiamo sbagliato", osservano alcuni deputati di FdI, il cui gruppo si presenta all'appuntamento compatto, nessuna defezione (nessun franco tiratore, assicura il capogruppo). Così Noi moderati.
La posizione della premier
Gli assenti, 'non giustificati perché non in missione', si contano tra i banchi di Lega (4 deputati) e Forza Italia (2 deputati). Ironizza il verde Angelo Bonelli: "È mancato un voto, è mancato il voto di Meloni". Ma la premier rivendica la scelta fatta: "Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Un'occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci". Poi osserva: "La scena dell'opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto". Secondo alcuni esponenti di maggioranza, forse l'errore è stato "forzare" sulle preferenze e poi "coinvolgere il governo".
Il passaggio al Senato
Il riferimento è al post sui social della premier ad avvio dei lavori in Aula sulla legge elettorale: "Credo sia doverosa un'operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani", aveva scritto la presidente del Consiglio, per poi lanciare il 'guanto' al centrosinistra: "C'è' un solo modo per scoprirlo: che l'emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani". La richiesta di dimissioni viene respinta senza indugi al mittente. "Comprendo la polemica politica. Se ci fosse stato un voto di fiducia, avrebbe avuto un nesso evidente, non è stato un voto di fiducia, quindi è un voto parlamentare", afferma il capogruppo di FdI Bignami. "Nessuno vuole sminuire l'importanza del voto parlamentare, pero' non è un voto di fiducia", "non è che il governo abbia messo la fiducia", aggiunge. Cosi' come maggioranza e governo intendono andare avanti sulla riforma della legge elettorale: seduta fino a mezzanotte, poi si prosegue mercoledì (prevista sempre la seduta notturna a mezzanotte) con l'obiettivo di chiudere entro giovedì. "Adesso portiamo a termine il provvedimento e dopo faremo il punto su tutto", spiega Bignami. Se alla Camera il centrodestra punta a incassare il primo ok, sul passaggio al Senato iniziano a sollevarsi dubbi.
Dubbi che però la premier, a caldo, non vuol nemmeno prendere in considerazione, spiegano fonti parlamentari di FdI. E la soluzione per rimediare all'incidente odierno la indica il presidente di palazzo Madama Ignazio La Russa: "Nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori". Questo, tuttavia, allungherebbe i tempi, perché poi la riforma dovrebbe tornare a Montecitorio per la terza lettura.