Le ragioni del crollo dell'affluenza alle urne al Nord

Le ragioni del crollo dell'affluenza alle urne al Nord

L'Istituto Cattaneo ha analizzato il voto registrando un crollo della partecipazione soprattutto nelle grandi città e al Nord e il tradimento degli elettori leghisti in particolare in realtà come Torino

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© Alessandro Serrano' / AGF 
- Seggio elettorale per le Comunali a Roma 

AGI - Crollo dell'affluenza nelle grandi città, soprattutto al Nord, e 'tradimento' degli elettori leghisti in alcune realtà, come Torino. Sono i due temi che emergono da una prima analisi dei flussi elettorali delle Comunali di domenica e lunedì, realizzata dall'Istituto Cattaneo.

L'istituto parte dal confronto tra l’andamento della partecipazione nelle comunali e l’andamento della partecipazione nelle elezioni per la Camera e per il Parlamento europeo. 

Crollo dell'affluenza alle Comunali

Si nota così che il calo subito dalla partecipazione alle comunali è stato il più drastico, si sostiene. La differenza tra la partecipazione alle comunali e la partecipazione alle politiche si è dunque ampliata.

Mettendo a confronto le politiche del 2008 con le comunali del 2011 vi erano 10 punti di differenza, confrontando le politiche del 2018 con le ultime comunali la differenza è di 18 punti. Un aumento marcato anche se va detto che in mezzo c’è stata anche la pandemia, che qualche effetto l’ha sicuramente prodotto.

Ma, pandemia a parte, però, si può dire che le elezioni comunali – che, in una fase della politica italiana che oggi appare ormai lontana, sembravano al centro del confronto e avevano effetti cruciali nel modificare gli scenari politici – oggi sembrano attrarre scarsa attenzione da parte degli elettori: la partecipazione sembra ormai non molto lontana da quella delle elezioni europee, tradizionalmente poco considerate dall’elettorato, si commenta.

Il Nord ha disertato le urne

Un altro elemento di grande interesse che emerge dalla tabella riguarda le differenze tra Nord e Sud. Mentre nelle politiche e nelle europee, il Nord risulta significativamente più partecipativo del Sud, nelle comunali le differenze si annullano (ed emerge semmai un divario a favore del Sud, che tende inoltre a crescere nel corso del tempo: da 0,7 punti percentuali nel 2011 si è arrivati a 2,8 punti nel 2021).

La spiegazione di questa anomalia della partecipazione alle comunali deve probabilmente essere cercato nel peso della personalizzazione dei consensi, tradizionalmente più presente nelle regioni meridionali: il voto di preferenza (assente nelle politiche, presente nelle europee però su collegi elettorali molto ampi che rendono difficili i contatti diretti tra candidati ed elettori) ha nel voto comunale un peso decisivo, soprattutto al Sud, e contribuisce ad accrescere la partecipazione elettorale in queste aree.

Il dato più interessante su cui soffermarsi riguarda proprio le elezioni comunali, dove le città più grandi (oltre i 350.000 abitanti) sono quelle dove più bassa è la partecipazione, si sottolinea. Nel 2021 vi sono 12 punti di scarto rispetto alla categoria demografica più piccola.

Partecipazione più bassa nelle grandi città

Se poi il confronto viene fatto (come nell’ultima colonna) tra le cinque grandi città e il dato complessivo di tutti i comuni al voto, emerge (per le comunali) una differenza rilevante e tendenzialmente crescente: nelle cinque più grandi città la partecipazione è significativamente più bassa che nei centri minori.

Anche in questo caso, come per le differenze Nord-Sud la spiegazione è probabilmente nel diverso impatto che la personalizzazione del voto ha nei centri minori e nelle metropoli. La conoscenza diretta tra candidati ed elettori ha un’incidenza maggiore nei centri medio-piccoli che non nelle grandi città.

In particolare, a Torino, il vantaggio del candidato di centrosinistra Stefano Lorusso sembra determinato - si sostiene - dal fatto di essere riuscito a limitare le perdite verso l’astensione e, dall’aver recuperato qualcosa dal bacino elettorale del M5s. Al contrario, il bacino originario del centrodestra ha avuto perdite più consistenti verso l’astensione e dal M5s non ha recuperato nulla. Vediamo nel dettaglio questi movimenti. 

Per la precisione, se il Pd alle europee disponeva di una forza elettorale (calcolata sugli aventi diritto al voto) di 19,8%, vediamo che il 16,4% ha votato Lo Russo.

La perdita verso l’astensione è stata minima (0,9%). Vi è stata, peraltro, una perdita non trascurabile – 1,7% – che ha fatto il salto verso il candidato di centrodestra Paolo Damilano, però Lo Russo è riuscito a compensarla con l’ingresso di una quota (1,1%) di elettori che alle europee votarono M5s e di una piccola quota (0,9%) di elettori che nel 2019 votarono Lega.

Tradimento Lega a Torino

Dalla parte di Damilano, la situazione è un po’ diversa, perché le perdite verso l’astensione appaiono più consistenti. In particolare, è stato l’elettorato della Lega che ha 'tradito' il candidato di centrodestra: le stime dei flussi registrano una perdita consistente verso l’astensione (il 4,2% degli aventi diritto) e perdite minori verso il M5s e verso il candidato di centrosinistra. Più limitate, ma non trascurabili sono poi le perdite verso l’astensione dal bacino di FI e di FdI. 

A Napoli, le stime dei flussi mostrano che la grande vittoria di Manfredi è stata alimentata da un potente afflusso di voti dall’ampio bacino del M5s: gli elettori pentastellati alle europee erano il 15,5% del corpo elettorale. Una quota si è persa nell’astensione (2,2%) ma il grosso (11,8%) si è riversato sul candidato di centrosinistra.

Il Pd possedeva un bacino di minore entità (pari al 9,1% del corpo elettorale): una parte si è persa nell’astensione (1,4%), una parte ha scelto il suo vecchio sindaco Bassolino (1,8%), mentre la parte più consistente ha scelto Manfredi. I bacini elettorali del centrodestra (alle europee complessivamente di entità molto piccola rispetto a quelli dell’alleanza Pd+M5s) non sembrano aver subito grosse perdite verso l’astensione.

È però da segnalare che la Lega, secondo le stime, subisce una perdita di una certa consistenza (ossia il 2% del corpo elettorale, quasi la metà del suo bacino delle europee, attestato al 4,8%) verso il candidato di centrosinistra.

Un flusso che può apparire anomalo ma che probabilmente è spiegabile col fatto che l’elettorato leghista al Sud, cresciuto in fretta, non è ancora ben “consolidato” e “radicato”: per questo una parte di esso non ha seguito le indicazioni del partito a favore di Maresca ma ha preferito altre scelte di voto, in linea probabilmente con le forze politiche da cui questi stessi elettori confluiti sulla Lega nel 2019 provenivano.