La proposta del Pd: affidare la Rai a una fondazione

La proposta del Pd: affidare la Rai a una fondazione

Il piano è contenuto in una proposta di legge presentata alla Camera un mese fa dal vicepresidente del partito Andrea Orlando 

rai pd governo riforma fondazione

© Luigi Narici / AGF  - Gli uffici Rai in viale Mazzini

AGI - Si accende sempre di più, all’interno della maggioranza, lo scontro sulla Rai. “Ha bisogno di un sistema di governance nuovo. C'è la necessità di mettere in condizione la tv pubblica di competere, recuperando quell'autonomia necessaria per garantire il pluralismo proprio del servizio pubblico", il rilancio del sottosegretario all'Editoria, Andrea Martella. “La politica non può più comandare sulla Rai. Se vogliamo cambiarla davvero abbiamo bisogno di quella governance autonoma e indipendente, in grado di lavorare senza i condizionamenti dei partiti”, la risposta del pentastellato Primo Di Nicola, “invito pertanto tutte le forze politiche, a cominciare dal Pd, a mettere sul tavolo le loro proposte. Noi siamo pronti già da due anni. Altri ritardi non sono ammissibili".

Ed eccola la proposta dem: venga affidata ad una Fondazione la proprietà "nonché la scelta delle strategie e dei vertici operativi". La Fondazione quindi come “garante dell’autonomia dal governo del servizio pubblico e della sua qualità”. Il piano è contenuto in una proposta di legge presentata alla Camera un mese fa dal vicepresidente del partito Andrea Orlando che ieri ha criticato il consiglio di amministrazione dell’azienda per la nuova infornata di nomine. “Oggi la Rai, più che in passato – la premessa di Orlando - corre il rischio di una paralisi decisionale dovuta all’incrocio tra la tradizionale lottizzazione e l’attuale incerto bipolarismo. Da molti anni, ormai, il consiglio di amministrazione fatica a prendere decisioni strategiche per l’azienda”, in questo settore “un’azienda che non sia in grado di prendere rapide decisioni strategiche rischia di essere tagliata fuori da ogni competitività”.

Il vicesegretario dem, dopo aver sottolineato che uno dei punti del contratto di governo “è la riforma del sistema radiotelevisivo improntata alla tutela dell’indipendenza e del pluralismo”, osserva che “sarà sempre più difficile identificare il servizio pubblico e giustificarne il finanziamento, soprattutto se continuerà a non differenziarsi dal modello della televisione commerciale”. L’obiettivo, dunque, è arrivare ad “una governance indipendente dal potere politico” perche’ “questo è un limite gravissimo”. Da qui la necessità di un intervento “indispensabile e urgente” in un clima di “civile confronto tra maggioranza e opposizione”. Nei fatti l’intenzione è ricalcare il modello Bbc proposto nella riforma Gentiloni del 2007. “L’intreccio tra la Rai e i partiti – l’osservazione - è ritenuto talmente inevitabile da essere spesso tollerato come un male minore. Non è così. La sua degenerazione finisce per rendere difficile il funzionamento stesso dell’azienda. Il pluralismo, ragione fondamentale dell’esistenza del servizio pubblico, rischia di scadere in un sistema che non mette al centro il cittadino, ma l’invadenza dei partiti”. Ed ancora: “Oggi la lottizzazione va di pari passo con l’instabilità del vertice aziendale. Mandati troppo brevi, scarsa autonomia decisionale e organizzativa del vertice, impossibilità di inserimento di risorse professionali giovani e qualificate: sono i sintomi di una malattia che mette in forse l’avvenire del servizio pubblico”.


La proposta di legge interviene sul testo unico “di cui al decreto legislativo n. 177 del 2005, modificando l’articolo 45, introducendo l’articolo 45-bis e sostituendo l’articolo 49. Inoltre, si interviene sulla questione della privatizzazione della Rai, ancora prevista dall’articolo 21 della legge 3 maggio 2004, n. 112, cosiddetta legge Gasparri', che viene abrogato, liberando, così, il servizio pubblico da una ‘spada di Damocle’ che grava pesantemente sulla sua attività”. Viene fissato “in dodici anni la durata di tale concessione e abolendo definitivamente la convenzione, uno strumento normativo del tutto superato e che ha già mostrato i suoi limiti in precedenza”. La Fondazione “istituita senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica” recepisce “le azioni della società Rai-Radiotelevisione italiana Spa”. E “ha il compito di tutelare e di rappresentare l’utenza, di far rispettare la carta di servizio nonché di difendere l’autonomia del servizio anche attraverso il potere di scelta degli amministratori delle società alle quali è affidata la gestione concreta dello stesso servizio”. La Fondazione, oltre a “garantire l’autonomia del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale dal potere politico ed economico”, verifica “il valore pubblico della programmazione; assicura la gestione efficiente della Rai e di tutte le società da questa controllate e svolge ogni altro compito o attività previsti dallo statuto”. il patrimonio della Fondazione è costituito “dalla quota di partecipazione al capitale sociale della Rai; dai beni immobili e mobili e dai valori mobiliari e dalle elargizioni eventualmente successivamente conferiti; dai contributi da parte di enti e di privati; dai contributi attribuiti al patrimonio dall’Unione europea, dallo Stato, da enti territoriali o da altri enti pubblici”.

Tra i compiti della fondazione anche quello di nominare il consiglio di amministrazione della Rai. Il consiglio di amministrazione della Fondazione è composto da undici membri, di cui cinque nominati dai presidenti delle due Camere, due membri nominati dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e altri due membri nominati dalla Crui. Un membro è nominato dall’Accademia nazionale dei Lincei e l’undicesimo consigliere viene eletto dai dipendenti della Rai e delle società da questa controllate”.

La scelta viene fatta in base ai curricula. I ‘nominati’ durano per un periodo di sei anni e non possano essere confermati nella carica (in una prima fase il mandato puo’ essere anche triennale). E devono essere scelti “tra persone di riconosciuto prestigio professionale e di notoria indipendenza, che si siano distinte nei settori della comunicazione, dell’audiovisivo, del cinema, delle arti, della cultura, del diritto, dell’economia, dei mezzi di comunicazione, delle reti di comunicazione elettronica o delle nuove tecnologie”. “La norma dispone che non possono essere nominati coloro che nei due anni precedenti alla nomina abbiano ricoperto incarichi di Governo, incarichi elettivi politici a qualunque livello o ruoli e uffici di rappresentanza nei partiti politici”. Inoltre i ‘nominati’ “non possono esercitare, direttamente o indirettamente, a pena di automatica e immediata decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, essere amministratori o dipendenti di soggetti pubblici o privati, né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura”. Viene introdotto anche un codice etico. La commissione di Vigilanza dispone “la revoca del presidente e dei membri del consiglio di amministrazione che siano incorsi in violazioni della legge ovvero in violazioni gravi delle disposizioni dello statuto”. Il collegio sindacale della Fondazione  “è costituito da tre membri effettivi e da due membri supplenti. I membri effettivi sono nominati uno dal Ministero dell’economia e delle finanze, che assume le funzioni di presidente, uno dal Ministero dello sviluppo economico e uno dal consiglio di amministrazione della Fondazione”. Altra “disposizione innovativa” riguarda il superamento del limite dei compensi. “Per l’amministratore delegato e fino a un massimo di dieci figure apicali indicate dal consiglio di amministrazione della Rai, il limite stabilito dalla legislazione vigente può essere superato”, si legge nella proposta di legge.