Amministrative e referendum, l'Italia torna al voto
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Amministrative e referendum, l'Italia torna al voto

 

Il quesito del referendum sul taglio del parlamentari

Gli elettori saranno chiamati ad esprimersi sulla riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari. Urne aperte dalle 7 alle 23 di domenica 20 settembre e dalle 7 alle 15 di lunedì 21.

Il quesito sulla scheda 

"Approvate il testo della legge costituzionale concernente 'Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari', approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n.240 del 12 ottobre 2019?".

È questo il quesito che i cittadini troveranno sulla scheda referendaria. Votando Sì si conferma la riforma costituzionale e, quindi, in caso di vittoria dei Sì, il taglio del numero dei deputati e dei senatori verrà promulgato ed entrerà in vigore. Votando No, invece, si 'boccia' la riforma: in caso di vittoria dei No, dunque, resta lo status quo, senza alcun taglio degli eletti.

Gli effetti del sì e del no

Se al referendum dovessero prevalere i Sì il Parlamento sarà così ridisegnato: gli eletti totali scendono a 600. I senatori sarebbero 200 complessivi, mentre i deputati scenderebbero a 400. Se, invece, dovessero vincere i No, non si avrebbe alcuna modifica dell'attuale assetto: gli eletti complessivi resterebbero 945: 315 senatori e 630 deputati.

Lo scrutinio

Il referendum confermativo, per essere valido, non necessita di un quorum. La riforma costituzionale sarà confermata e, quindi, entrerà in vigore se vincono i Sì, anche di un solo voto. La riforma sarà bocciata, invece, se a prevalere, anche di un solo voto, saranno i No.

Domenica e lunedì si voterà anche per il rinnovo di sette Regioni (Valle d'Aosta, Liguria, Veneto, Marche, Toscana, Puglia e Campania), per oltre mille comuni e per le suppletive di Camera e Senato. Gli scrutini saranno 'scaglionati': le prime schede che saranno scrutinate sono quelle delle Elezioni suppletive di Camera e Senato, il cui spoglio inizierà lunedì subito dopo la chiusura dei seggi.Si prosegue con lo scrutinio del referendum costituzionale e successivamente, senza interruzione, si terrà lo scrutinio delle Regionali. Lo scrutinio delle comunali, invece, viene rinviato alle ore 9 del martedì.  

Il via libera del Parlamento

La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, è stata votata in parlamento in modo differente a seconda delle maggioranze al governo. Significativo il voto finale, che si è svolto alla Camera ad ottobre dello scorso anno, a stretto giro dalla nascita del governo Conte II e con una nuova maggioranza a sostenere l'esecutivo. A differenza di quanto avvenuto nelle precedenti votazioni il Pd, che aveva sempre votato contro, ha votato sì. Il via libera è avvenuto a con una ampissima maggioranza: 553 voti favorevoli, solo 14 contrari e 2 astenuti. Hanno votato a favore tutti i partiti, sia di maggioranza che il centrodestra, all'opposizione. Tra i 14 contrari figurano i deputati del gruppo Misto (13) e 1 deputato di Forza Italia. Nel Pd un astenuto.

Da 945 a 600 parlamentari, taglio del 36,5% degli eletti  

Dagli attuali 945 ai futuri 600 parlamentari. Una 'sforbiciata' degli eletti complessivi pari al 36,5% che, stando ai detrattori della riforma, porterebbe a una riduzione dei costi dello 0,007%. Per i 5 stelle, che della riforma hanno fatto un cavallo di battaglia, si risparmierebbero invece circa 500 milioni di euro a legislatura, ovvero 100 milioni annui. La riforma costituzionale taglia 345 parlamentari. L'approvazione definitiva è arrivata lo scorso ottobre, con il via libera della Camera. E con la nascita del governo giallorosso è stata appoggiata per la prima volta anche da Pd, Leu e Italia viva (nonostante nelle tre precedenti votazioni avessero votato contro).

Hanno votato a favore anche le forze di opposizione, Forza Italia, FdI e Lega. Tuttavia la riforma non viene promulgata e, quindi, non entra in vigore, se non sarà approvata dalla maggioranza dei voti validi al referendum confermativo, a prescindere dal numero di cittadini che si recano a votare. Dunque, l'entrata in vigore si avrà solo in caso di vittoria dei sì. Dopodiché, una volta svolto il referendum, serviranno circa due mesi per ridisegnare i collegi. 

L'effetto diretto della riforma è la diminuzione del numero dei deputati, che passano da 630 a 400 totali, e dei senatori, che scenderanno a 200 totali dagli attuali 315. - CAMERA: i deputati complessivi, ora 630, saranno 400. Viene ridotto anche il numero degli eletti all'estero: si passa dagli attuali 12 a un massimo di 8. A seguito della modifica costituzionale cambia anche il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto. Per la Camera dei deputati tale rapporto aumenta da 96.006 a 151.210.

La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall'ultimo censimento generale della popolazione, per 392 e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Come cambierebbe il Senato

i senatori passano dagli attuali 315 a un totale di 200. Viene modificato anche il numero degli eletti all'estero, che passano da 6 a 4. Il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce, a sua volta, da 188.424 a 302.420. Al momento la Carta stabilisce che "nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due; la Valle d'Aosta uno". La riforma individua un numero minimo di tre senatori per Regione o Provincia autonoma, lasciando immutata la previsione vigente dell'articolo 57, terzo comma della Costituzione, relativo alle rappresentanze del Molise (2 senatori) e della Valle d'Aosta (1 senatore). Viene però previsto, per la prima volta, un numero minimo di seggi senatoriali riferito alle Province autonome di Trento e di Bolzano.

I senatori a vita 

La riforma modifica anche l'articolo 59 della Costituzione, prevedendo espressamente che il numero massimo di senatori a vita non può essere superiore a 5. Recita l'articolo modificato: "Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque".

Entrata in vigore della riforma in caso di vittoria del Sì

La riduzione dei parlamentari, dispone la riforma, ha effetto dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi sessanta giorni. La previsione del termine di sessanta giorni è volta a "consentire l'adozione del decreto legislativo in materia di rideterminazione dei collegi elettorali", che attualmente sono così suddivisi: per la Camera dei deputati sono 232 collegi uninominali e 63 collegi plurinominali; per il Senato 116 collegi uninominali e 33 collegi plurinominali. 

I partiti e le ragioni del Sì e del No  

Nonostante il via libera finale alla riforma costituzionale che dà una sforbiciata di 345 parlamentari sia stato votato dalla stragrande maggioranza delle forze politiche presenti in Aula, non mancano le voci dissonanti in vista del referendum confermativo di domenica e lunedì.

Ufficialmente sono schierati a favore del Sì M5s, Pd, Lega e FdI. Hanno invece lasciato libertà di voto Forza Italia, Italia viva, e l'area di Leu proveniente da Articolo 1. Sono schierati per il No +Europa, Azione e Sinistra italiana, assieme ai Comitati promotori del referendum, in cui figurano diversi esponenti politici di vari partiti, dal Pd a Forza Italia. Non mancano, poi, singoli esponenti di forze politiche schierate per il Sì (o che hanno lasciato libertà di voto) che hanno invece annunciato pubblicamente il loro voto contrario alla riforma.

I partiti schierati per il Sì

M5S: Capofila dei sostenitori del Sì è il Movimento 5 stelle, 'padre' della riforma che rappresenta uno dei primi cavalli di battaglia dei pentastellati. Tutto il Movimento è sceso in campo a sostegno delle ragioni del Sì che, per i 5 stelle, risiedono non solo nei risparmi che si avranno dalla riduzione degli eletti, ma anche nella velocizzazione dei processi decisionali e in una maggiore efficienza del Parlamento stesso.

"Questa è una riforma per i cittadini. È una riforma che rilancia il Paese, lo modernizza, lo rende competitivo, lo riallinea agli standard europei e ci farà risparmiare 300 mila euro al giorno", ha detto ad esempio Luigi Di Maio. "La riforma del taglio dei parlamentari riporta efficienza e allinea l'Italia alle altre democrazie europee per numero di parlamentari", è il ragionamento di Vito Crimi. "La riduzione del numero dei parlamentari è solo l'inizio di un percorso più ampio di riforma. Il sì sarà un nuovo big bang per il cambiamento della Costituzione e delle istituzioni. Vogliamo mettere al centro una sola parola per le riforme che approveremo entro il 2023: partecipazione", è la linea espressa dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia. 

PD: i dem sono schierati ufficialmente per il Sì. Lo ha decretato la Direzione del partito di lunedì 7 settembre, approvando la proposta del segretario. Nicola Zingaretti ha motivato il Sì spiegando che si tratta di "un sì per le riforme". Il leader dem ha infatti legato a doppio filo il taglio dei parlamentari alle altre riforme costituzionali e alla nuova legge elettorale, frutto di un accordo di maggioranza siglato lo scorso autunno. Il sì del Pd all'ultima votazione alla Camera, dopo aver votato sempre no, è stato conseguenza diretta della nascita del governo giallorosso, conditio sine qua non posta dai 5 stelle, e dopo che la maggioranza ha stabilito un pacchetto di riforme che hanno l'obiettivo di controbilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari.

"Banali e pericolose le argomentazioni di chi motiva la scelta del Sì con i risparmi per lo Stato. Io dico Sì per ripartire con una stagione di riforme sempre bloccate nella storia d'Italia", ha spiegato il segretario, rilanciando anche la proposta del superamento del bicameralismo perfetto, introducendo ad esempio la sfiducia costruttiva e la revoca dei ministri. "Sì al referendum non è punto di arrivo, deve essere il punto di partenza per riforme più larghe costituzionali", ha detto il capo delegazione del Pd Dario Franceschini, proponendo un 'patto per le riforme' con le opposizioni. Non mancano tuttavia all'interno dei dem voci in disaccordo, a sostegno del No. 

LEGA: il partito di Matteo Salvini ha sempre votato a favore della riforma in Parlamento. E ora è schierato a sostegno del Sì. "Voterò Sì al referendum, ho votato Sì per quattro volte in parlamento. Io ho una faccia e una coerenza, credo che il parlamento possa funzionare bene e meglio con meno parlamentari. Certo, non è la soluzione a tutti i mali del Paese", è la linea del 'Capitano'. All'interno della Lega, però, crescono i malumori per il Sì e aumentano i 'big' che si schierano a favore del No, come Giancarlo Giorgetti e il governatore lombardo Attilio Fontana. "La Lega non è una caserma a differenza di altri movimenti siamo uomini e donne liberi. La posizione del movimento e mia è quella del Sì per coerenza", ha tagliato corto Salvini. 

FDI: il partito di Giorgia Meloni ha votato in Parlamento a favore della riforma ed è ufficialmente schierato per il Sì. "Io sono per il Sì", ha detto la leader, "abbiamo sostenuto la legge e penso che il 99% degli italiani, sulla carta, sia favorevole al taglio dei parlamentari". 

I partiti schierati per il No

Chi è contrario alla riforma pentastellata motiva le sue ragioni con una battaglia contro il populismo e il garantismo e a difesa della democrazia e della rappresentanza, spiegando che con il taglio dei parlamentari questa viene messa duramente a rischio:  

+ EUROPA: "È una mutilazione del Parlamento", afferma Emma Bonino spiegando le ragioni del No al referendum. La riforma M5s "è semplicemente il segno della presa del potere da parte di una maggioranza populista trasversale", ha attaccato, spiegando che "la riduzione del numero dei parlamentari senza un disegno complessivo è pura demagogia". 

AZIONE: il partito di Calenda è nettamente contrario alla riforma. "Non è una riforma complessiva dell'istituzione parlamentare, che ne ha bisogno - io sono addirittura favore al monocameralismo secco - ma è un taglio indiscriminato che leva rappresentanza a una Camera e che complica il lavoro parlamentare", è la posizione dell'ex ministro. 

I partiti che hanno lasciato libertà di voto 

Hanno votato a favore della riforma nell'ultimo via libera alla Camera ma al referendum hanno scelto di lasciare libertà di voto, senza schierarsi apertamente per il Sì:  

ITALIA VIVA: il partito di Matteo Renzi non fa campagna elettorale per il Sì. Al suo interno c'è la posizione nettamente contraria alla riforma da sempre espressa da Roberto Giachetti. Ma il resto dei 'big', dallo stesso Renzi a Maria Elena Boschi fino alla capo delegazione Teresa Bellanova, non hanno mai dichiarato pubblicamente come voteranno, pur non nascondendo alcune perplessità. Il voto al referendum “è abbastanza inutile: la riforma riduce il numero dei parlamentari e, sono molto laico, non mi sembra il punto decisivo”. Per l'ex premier "che vinca il Sì o il No al referendum del 20 e 21 settembre, il giorno dopo avremo un problema: dovremo rimettere mano alle regole del gioco, come la legge elettorale e il bicameralismo perfetto". 

FORZA ITALIA: anche il partito di Silvio Berlusconi, pur avendo sempre votato a favore della riforma, ha lasciato libertà di voto. Tra gli azzurri schierati per il Sì figurano, ad esempio, la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini e la vicepresidente Mara Carfagna (pur non nascondendo alcune perplessità). È per il No l'altra capogruppo, Anna Maria Bernini. Lo stesso Berlusconi, senza 'svelare' come voterà, ha invitato i cittadini ad andare alle urne, ma ha anche spiegato che, "fatto così, come lo vogliono i grillini, il taglio dei parlamentari rischia di essere solo un atto di demagogico che limita la rappresentanza, riduce la libertà e la nostra democrazia". 

LIBERI E UGUALI: il partito nato dall'unione di Sinistra italiana con Articolo 1 ha votato a favore del via libera finale alla riforma. Ma all'appuntamento con il referendum si presenta diviso: Sinistra italiana è per il No. Articolo 1 ha lasciato libertà di voto, ma alcuni big sono schierati per il Sì, come Pierluigi Bersani. 

Le voci dissonanti nei partiti

All'interno delle forze politiche schierate per il Sì al referendum non mancano malumori e distinguo. Anche nel Movimento 5 stelle si è manifestata qualche voce contraria al Sì. Ad esempio Elisa Siragusa, deputata M5s eletta all'estero, pur avendo votato Sì in Aula, ha annunciato il suo No al referendum: "Abbiamo decisamente bisogno che il parlamento diventi più efficiente, ma questo non verrà raggiunto con il taglio dei parlamentari", è la posizione.

Diversi gli esponenti dem che, in dissenso dalla linea del partito, voteranno No: tra questi, Matteo Orini, Luigi Zanda, Tommaso Nannicini (tra i promotori del referendum costituzionale". Ha 'fatto rumore' il No annunciato da Giancarlo Giorgetti e Attilio Fontana, in dissenso rispetto alla linea a favore del Sì della Lega. "Un semplice taglio dei parlamentari in assenza di altre riforme è improponibile. Tagliare del 40% i parlamentari darebbe un potere senza limite alle segreterie di partito, limitando di parecchio la volontà popolare. E’ una deriva da evitare con forza", ha detto Giorgetti spiegando le ragioni del suo No.

(Serenella Ronda)

 

Le Regioni al voto

Campania

Tra le sette regioni che andranno al voto il 20 e 21 settembre, la Campania è quella con il maggior numero di elettori, circa 5 milioni. Sono sette gli aspiranti presidenti, per un totale di 26 liste e oltre 1.000 candidati per uno scranno in Consiglio regionale. Vincenzo De Luca e Stefano Caldoro si giocano la ‘bella’.

I due infatti si sono già affrontati nel 2010, quando si impose l’ex ministro socialista, e nel 2015, con la vittoria dell’ex sindaco di Salerno. Tenta la rivincita Valeria Ciarambino, già candidata cinque anni fa con il M5s, quando ottenne oltre 420mila voti (17,52%). Il 'governatore' uscente, appoggiato da 15 liste, punta a superare i 987.927 voti del 2015 (41,15%). In quella tornata Caldoro si fermò a 921.379 preferenze (38,37%). Il candidato del centrodestra, sostenuto oggi da sei liste, si impose invece nel 2010 con 1.579.566 voti (54,27%), 320.851 in più di De Luca (43,03%).

In quell’occasione il M5s era rappresentato dall’attuale presidente della Camera, Roberto Fico: per lui 39.349 preferenze, che valsero l’1,35%. Nel 2010 l’affluenza fu del 62,97%, circa 10 punti in più rispetto al 2015. Oltre ai tre principali competitor, sono in gara per la presidenza anche Giuliano Granato con Potere al popolo, Luca Saltalamacchia con Terra, Sergio Angrisano per il Terzo Polo e Giuseppe Cirillo, sostenuto dal Partito delle buone maniere.

 

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Liguria

Urne aperte anche in Liguria il 20 e 21 settembre per rinnovare il governo regionale "congelato" dallo scorso maggio per via dell'emergenza coronavirus: in campo 10 candidati: oltre all'attuale presidente Giovanni Toti, il giornalista Ferruccio Sansa che incarna la coalizione "giallorossa", l'ex preside della facoltà di Ingegneria di Genova, Aristide Massardo, su cui convergono invece Italia Viva e +Europa.

Con liste proprie sono scesi in campo anche l'ex grillina Alice Salvatore con il suo movimento "Il buonsenso", un'altra ex nota pentastellata Marika Cassimatis con la lista "Base Costituzionale". In campo anche Giacomo Chiappori, sindaco di Diano Marina di fede leghista, ma oggi spina nel fianco per il centrodestra: con la sua "Grande Liguria", si candida presidente prendendo le distanze "dalla Lega di oggi che non è più quella di una volta".

In campo anche un detenuto, Carlo Carpi. Trentasette anni, imprenditore, Carpi è in carcere a Sanremo dal primo luglio del 2019, dove sta scontando 1 anno e 10 mesi (ne mancano cinque) per diffamazione, calunnia e stalking contro un magistrato genovese e calunnia contro un avvocato.

Si è candidato alla presidenza della Regione Liguria appoggiato dal "Gruppo radicale Adele Faccio" (Graf) di Imperia, che ha raccolto le firme per la lista in provincia di Imperia e di Genova. A seguire, Davide Visigalli, Riccardo Benetti e Gaetano Russo. Il vero duello comunque sembra essere a tutti gli effetti quello tra il governatore uscente e il giornalista del Fatto Quotidiano, con il primo favorito sull'avversario.

Sansa è l'unico candidato presidente alle regionali che esprime la coalizione "giallorossa", facendo della Liguria una sorta di laboratorio nazionale per sperimentare, in chiave locale, quando incarnato dal governo Conte bis. Forse il risultato del prossimo settembre non sarà tanto eclatante quanto quello del 2015, quando Toti riuscì ad ottenere una clamorosa vittoria, superando la candidata del centrosinistra Raffaella Paita, anche grazie alla corsa in solitaria della sinistra che tolse alla dem voti decisivi.

Il governatore può contare ancora una volta sul sostegno e il peso elettorale della Lega, nonché su quello di Forza Italia, nonostante Toti abbia abbandonato il partito di Berlusconi da un anno. Sulla sponda opposta, Sansa ha messo d'accordo Pd e M5S: non ha convinto i renziani di Italia Viva che, insieme ad Alleanza Civica, +Europa, Partito Socialista Italiano e Partito del Valore Umano, ha deciso di puntare su Massardo come proprio candidato, andando per conto proprio, così come avvenuto in Puglia e Veneto. La percentuale degli indecisi/astenuti è stimata intorno al 41%: ma è difficile immaginare che, portando al voto una parte di essi, la previsione sugli sfidanti principali Toti e Sansa, con il primo vincitore, possa essere ribaltata dal voto.

Intanto lo scorso luglio il Consiglio regionale della Liguria ha approvato approvato all'unanimità una riforma delle legge elettorale regionale che introduce la parità di genere nella composizione delle liste elettorali e abolisce il 'listino' dei nominati. Per la prima volta gli elettori liguri, dunque, con il loro voto designeranno tutti e trenta i consiglieri regionali, compresi i sei seggi fino ad oggi nominati dal 'listino' del presidente.

 

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Marche

Sono 8 i candidati alla guida della Regione Marche, 5 uomini e 3 donne, in rappresentanza di 18 liste, mentre sono circa 500 gli aspiranti al ruolo di consigliere regionale. 

Il centrosinistra, che da 50 anni guida la Regione, presenta Maurizio Mangialardi, sindaco dem di Senigallia e presidente di Anci Marche, sostenuto da sei liste: Pd, Psi-Italia Viva-Demos, Il Centro con Mangialardi, Mangialardi Presidente, Marche Coraggiose (i fuoriusciti dal M5s) e Rinasci Marche.

Il centrodestra lancia l’onorevole Francesco Acquaroli, che 5 anni fa sfidò senza successo il governatore uscente Luca Ceriscioli, arrivando terzo: rappresenta Fdi ed è sostenuto anche da Lega, Forza Italia, Udc, Movimento per le Marche e Civici con Acquaroli. Viaggerà da solo Gian Mario Mercorelli, candidato del Movimento 5 Stelle, che non ha ceduto al ticket con il centrosinistra e alla proposta di essere vicepresidente della Regione. 

Saranno sostenuti da liste singole anche gli altri 5 candidati alla presidenza delle Marche: Roberto Mancini per Dipende da noi, Fabio Pasquinelli per il Partito comunista, Sabrina Banzato di Vox Populi, Alessandra Contigiani per Riconquistare l’Italia, Anna Rita Iannetti, che si presenta per il Movimento 3 V.

 

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Puglia

Sono otto i  candidati presidente della Regione Puglia,  un territorio che conta cinque province e una città metropolitana ed una popolazione totale di  poco più di quattro milioni di abitanti.

Il governatore uscente Michele Emiliano, ex magistrato, candidato del centrosinistra, si ripresenta con quindici liste  tra cui quella del Pd, mentre quello che viene ritenuto il più probabile antagonista  è il candidato del centrodestra  Raffaele Fitto con cinque liste (tra cui Lega, Fratelli d’Italia, FI e Nuovo Psi e Udc), tre liste per Ivan Scalfarotto sostenuto da Italia Viva, Azione e +Europa ma solo Italia Viva ha una sua lista,  mentre Antonella Laricchia  del M5s  può contare su due liste,  Nicola Cesaria con 'Ambiente, Lavoro e Costituzione'  è sostenuto da Pci, Rifondazione e Partito risorgimento socialista.

E  Pierfranco Bruni si presenta con Fiamma Tricolore e la lista  'Cittadini Pugliesi' sostiene l’ex M5s  Mario Conca mentre Andrea D’Agosto si presenta con  Riconquistare l’Italia. Emiliano ha fortemente criticato la presentazione della candidatura di Scalfarotto, fatta con l'unico obiettivo a sua parere  di farlo perdere mentre Carlo Calenda e Matteo Renzi senza risparmiargli critiche di ogni tipo hanno  rispedito al mittente l'accusa di rimpere l'unità  della coalizione dichiarando che sarebbero stati disponibili a sostenere un altro candidato  di centrosinistra ma non Emiliano.  Più compatto sembra il centrodestra capace perfino di una manifestazione unitaria  a Bari  schierando sul palco a sostegno di Fitto Salvini, Meloni, Tajani e Cesa.

 

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Toscana

Sei liste a sostegno del centrosinistra e del candidato Eugenio Giani, quattro con Susanna Ceccardi, candidata del centrodestra, e altre cinque a sostegno di altrettanti aspiranti presidenti della Regione Toscana, da M5s ai no vax passando per due formazioni che si richiamano al comunismo. E' questo lo schieramento che alle prossime elezioni competerà per la vittoria nel granducato. In pole, Eugenio Giani, 61 anni e una lunga esperienza politica iniziata nel 1990 in Consiglio comunale a Firenze eletto nel Psi.

Poi l'impegno con i Socialisti Italiani, Socialisti Democratici Italiani e infine nel Pd. Dal 2015 è stato presidente del Consiglio Regionale, eletto a Firenze nella lista Pd-Riformisti toscani. In questa veste ha visitato, almeno una volta, ciascuno dei 273 Comuni toscani.

Principale avversaria è Susanna Ceccardi, 33 anni, ex sindaca di Cascina (Pisa) e oggi eurodeputata leghista. Fedelissima di Matteo Salvini, Ceccardi è stata scelta dalla Lega Toscana e poi incoronata dal tavolo nazionale con Fdi e Fi. In questi mesi è stata ovunque in Toscana, spesso accompagnata proprio dal leader della Lega, che con lei e i vertici nazionali del centrodestra sarà ancora a Firenze venerdì per l'evento finale della campagna elettorale.

Era già consigliera regionale Irene Galletti, candidata di M5s, che alle “Regionarie” su Rousseau aveva superato il collega Giacomo Giannarelli. Laureata in Giurisprudenza e specializzata in Tutela dei Diritti Umani e Cooperazione Internazionale, Galletti prima di impegnarsi in politica era impiegata all’aeroporto di Pisa. 

Nell'attuale Consiglio regionale sedeva anche Tommaso Fattori, oggi candidato di Toscana a Sinistra, che nel 2015 era candidato presidente con Sì Toscana. Attento in particolare ai temi dell'ambiente e della sanità, Fattori è sostenuto da vari gruppi e associazioni come come Firenze Città Aperta, a Pisa da Una Città in Comune, e da altre forze della sinistra come Rifondazione Comunista e Potere al Popolo. 

A sinistra altri due candidati si richiamano al simbolo e al linguaggio del comunismo italiano. Con il simbolo del Pci, Marco Bazzanti, 51 anni di Massa Marittima (Grosseto) segretario del Pci Toscano. Bazzanti è consulente in relazioni esterne e comunicazione per varie aziende e nel 2006 è stato brevemente assessore comunale a Grosseto.

Per il Partito Comunista è candidato Salvatore Catello, 40 anni nato a Napoli ma residente nell'Aretino, perito informatico e lavoratore precario. Segretario del Partito Comunista toscano dal 2014, non ha mai ricoperto ruoli elettivi. Si era candidato senza successo alle ultime europee con il partito di Marco Rizzo.

Ultima candidatura quella di Tiziana Vigni, avvocato senese, in corsa con il Movimento 3V, legato ai no vax. Il Movimento è riuscito quasi in extremis a presentare liste nei nove collegi, su 13, richiesti per la partecipazione alle elezioni ed è stato quindi ammesso alla competizione.

 

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Valle d'Aosta

Si torna al voto in Valle d’Aosta a soli due anni dalle ultime consultazioni, svoltesi il 20 maggio 2018, dopo le dimissioni del presidente Antonio Fosson ed un’inchiesta sull’influenza della ndrangheta sulla politica regionale. Gli elettori saranno chiamati a scegliere i 35 consiglieri regionali che, a loro volta, designeranno poi il presidente della regione secondo un meccanismo di maggioranza assoluta.

Per la regione sono in corsa dodici liste per oltre 350 candidati, Vallee d'Aoste Unie, Union Valdotaine, Vda Libra/Partito animalista, , Lega Vallee d'Aoste, Progetto Civico Progressista, Per l'Autonomia, M5s Vda, Forza Italia e Fratelli d'Italia, Rinascimento Valle d'Aosta, Valle d'Aosta Futura, Pays d'Aoste Souverain, Alliance Valdotaine - Stella Alpina - Italia Viva.  

E sono cinque gli ex presidenti che si ripresentano al voto: l'attuale Renzo Testolin (Union Valdotaine), Nicoletta Spelgatti della Lega Vda, Pierluigi Marquis di Stella Alpina, Luciano Caveri con Vda Unie ed Augusto Rollandin con Pour l'Autonomie, quest’ultimo per ben sei volte alla guida della regione.

Alle elezioni del 2018 aveva votato il 65,13% degli aventi diritto.

La presidenza della regione, in vista dell'appuntamento del prossimo fine settimana, ha disposto che gli elettori sottoposti a trattamento domiciliare  e quelli che si trovano in isolamento o in quarantena per il Covid-19 potranno esprimere il  voto presso il proprio domicilio nel comune di residenza, dopo avere fatto pervenire al sindaco un certificato della Direzione Igiene e Sanità, che attesta le condizioni di salute. Gli elettori ricoverati nei reparti Covid dell'ospedale "Parini" di Aosta potranno votare nella sezione ospedaliera.

 

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Veneto

Sembrava la competizione probabilmente più scontata ma è diventata ugualmente una delle più combattute. La corsa per la scelta del prossimo governatore del Veneto ha visto in poco più di due settimane sfilare in regione praticamente tutti i big della politica italiana, nessuno escluso. Eppure stando ai sondaggi non ci dovrebbero essere molti colpi di scena.

Il gran favorito è il governatore uscente Luca Zaia che correrà con cinque liste (tre della galassia leghista: Lega, Zaia Presidente e Lista Veneta Autonomia) e quelle degli alleati Fratelli d'Italia e Forza Italia. E che, soprattutto, potrebbe riuscire secondo quanto ipotizzato a doppiare con la sua lista i voti ottenuti dalla lista Lega.

Uno smacco per il leader Matteo Salvini ma anche la conferma del favore con cui è visto il governatore (da sempre il piu’ amato d’Italia). Il principale sfidante è Arturo Lorenzoni, sfortunato ex vicesindaco di Padova che sostenuto da Partito Democratico, Veneto che Vogliamo, Europa Verde, +Veneto Volt, Sanca Veneta, ha trascorso buona parte della sua campagna elettorale ricoverato all’ospedale di Padova dopo la diagnosi di covid e un malore che l’ha colpito in diretta Facebook.

Il Movimento Cinque Stelle ha deciso di correre per l’ex deputato Enrico Cappelletti mentre particolarmente attiva e’ risultata anche la candidata Daniela Sbrollini (Italia Viva, Psi, Pri, Civica per il Veneto). Completano la rosa dei candidati poi l'ex pentastellata Patrizia Bartelle (Veneto Ecologia Solidarietà), l’autonomista ed indipendentista Antonio Guadagnini (Partito dei Veneti), il segretario di Rifondazione comunista Paolo Benvegnù (Solidarietà Ambiente Lavoro), il no-vax Paolo Girotto del Movimento 3V (Vaccino Vogliamo Verità). In corsa infine anche l'ex dem Simonetta Rubinato che ha fatto della battaglia per l’autonomia la cifra della sua candidatura (la sua lista si chiama “Veneto per l’autonomia” non a caso).

 

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Tra i Comuni alle urne, si vota in 18 capoluoghi

Oltre al referendum e alle elezioni in 7 regioni, la tornata elettorale riguarda le amministrative in 1177 comuni, di cui 18 sono capoluoghi. In Sicilia (Enna e Agrigento) si voterà però il 4-5 ottobre, in Sardegna (Nuoro) il 25-26 ottobre. 

La sfida più interessante dell’appuntamento di settembre è quella per la città di Venezia, uno dei tre capoluoghi di regione dove si vota (gli altri sono Aosta e Trento). Favorito il sindaco uscente Luigi Brugnaro, imprenditore fondatore della Umana, dirigente sportivo proprietario della squadra di basker detentrice della Coppa Italia Reyer Venezia, formalmente senza alcuna tessera di partito ma molto vicino ai valori del centrodestra e di Forza Italia in particolare.

Quasi tutti i sondaggi lo darebbero vincitore già al primo turno. Ma con il passare dei giorni sembrano guadagnare terreno gli sfidanti: in particolare il sottosegretario all'Economia, candidato per il Pd, Pier Paolo Baretta, ad oggi dato tra il 30 e il 32% dei consensi, e il filosofo e scrittore Stefano Zecchi (dato al terzo posto attorno al 10%). 

Agrigento

I prossimi 4 e 5 ottobre i cittadini sono chiamati a scegliere il nuovo sindaco che governerà la città fino al 2025. L'attuale primo cittadino Calogero Firetto prova a conquistare il secondo mandato consecutivo. Lo scenario politico è del tutto diverso rispetto a quello che, nel 2015, lo portò a sbaragliare gli sfidanti con un nettissimo 60 per cento.

La "strana alleanza", come era stata chiamata all'epoca, composta da Nuovo centrodestra, Pd e Udc, si è del tutto sfaldata. Sette le liste che lo supportano, nessuna delle quali collegata a un partito. Torna sulla scena politica, dopo sei anni di lavoro sottotraccia, l'ex sindaco Marco Zambuto, il cui secondo mandato, il 13 giugno del 2014, fu interrotto da una condanna per abuso di ufficio (dalla quale poi fu assolto) che precedette la sospensione ai sensi della legge Severino. Su Zambuto  si compatta, ma non troppo, il centrodestra. Tre le liste a sostegno della terza esperienza di sindaco di Zambuto: Udc, Forza Italia e Diventerà bellissima del governatore Nello Musumeci.

I restanti "pezzi" del centrodestra appoggiano la candidatura di Daniela Catalano, presidente uscente del consiglio comunale, sostenuto da Fratelli d'Italia, Lega e la lista civica "La nuova Agrigento". Un altro ex "firettiano" che prova a scalzarlo è il medico Franco Miccichè, assessore della giunta del sindaco in carica fino al 2017. Miccichè ci proverà con il sostegno di tre liste civiche e della lista Vox Italia, movimento politico fondato dal filosofo torinese Diego Fusaro. Una sola lista a sostegno del candidato a sindaco del Movimento Cinque Stelle, Marcella Carlisi, consigliere comunale uscente, da cinque anni all'opposizione. 

Andria

Tra i capoluoghi in cui si vota domenica e lunedì  prossimi  c’è Andria, un centro che sfiora i 100mila abitanti ad una sesantina di km da Bari ed una decina dal mare. I candidati sindaco sono Antonio Scamarcio, del  centrodestra (Lega, Fi, Fdi e 2 liste civiche), Nino Marmo, per anni consigliere regionale,  di area di centrodestra  con  5 liste civiche, Giovanna Bruno del  centrosinistra (Pd, 3 liste civiche),  Laura Di Pilato (4 liste civiche) e Michele Coratella sostenuto da M5S (più la civica MC2). Il sindaco uscente Nicola Giorgino, di centrodestra,  ha scelto  di non ricandidarsi vista la fine anticipata del suo mandato.

Aosta

Non ci sarà sulla scheda il nome dell’attuale primo cittadino d’Aosta, Fulvio Centoz (Pd), che ha deciso di non ricandidarsi a sindaco del capoluogo. Sono, invece, 10 le liste che si presentano, dopo le esclusioni per errori formali di Stella Alpina, Adu Vda e M5s. Sei i candidati a sindaco: Gianni Nuti sostenuto da Union Valdotaine, Alliance Valdotaine, Progetto Civico Progressista; Sergio Togni per Lega Valle d'Aosta, Autonomia e libertà; Paolo Laurencet per Forza Italia e Fratelli d'Italia; Bruno Trentin con Potere al Popolo; Giovanni Girardini per Rinascimento Aosta e Francesco Statti per Partito Comunista Italiano.

Arezzo

Sono in otto a correre per la fascia di sindaco, tra questi il primo cittadino uscente Alessandro Ghinelli sostenuto da due liste civiche Civitas Etruria e Ora Ghinelli 20 25 e da Lega, Forza Italia, nella quale sono confluiti anche candidati della civica Arezzo nel Cuore, e Fratelli d’Italia. Luciano Ralli sostenuto da Pd, dalla lista Arezzo 2020 per cambiare a sinistra e dalle civiche Arezzo ci Sta!, Curiamo Arezzo e Ralli sindaco. Michele Menchetti è il candidato del Movimento Cinque Stelle. Daniele Farsetti di Patto Civico. Laura Bottai, unica donna, del Partito Comunista Italiano. Alessandro Facchinetti del Partito Comunista. Fabio Butali della lista Prima Arezzo. Marco Donati è sostenuto dalle liste civiche Scelgo Arezzo e Con Arezzo.

Bolzano

Gli abitanti della città capoluogo più a nord d’Italia andranno alle urne per confermare il sindaco uscente, Renzo Caramaschi (centrosinistra) oppure cambiare rotta e scegliere Roberto Zanin, leader di una ritrovata coalizione di centrodestra. Caramaschi, ex city manager del Comune, si presenta con la sua lista (Lista Civica Caramaschi) e avrà il sostegno del Partito Democratico, Italia Viva, Sinistra Unita e Verdi.  Zanin, consulente finanziario e molto conosciuto negli ambienti sportivi, ha formato la sua lista ‘Oltre-Weiter’ sostenuta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Candidato sindaco anche l’attuale assessore ai giovani Angelo Gennaccaro, leader della sua lista ‘arancione’.

Candidato del Team Koellensperger sarà Thomas Brancaglion appoggiato anche da Psi, Volt e +Bolzano. Il Movimento 5 Stelle punta su una donna, Maria Teresa Fortini come anche Vox Italia (Cristina Barchetti). La Suedtiroler Volkspartei candida Luis Walcher, attuale vicesindaco. 

Chieti

A correre per la poltrona di primo cittadino, Fabrizio Di Stefano (Lega, Fratelli d’Italia, IdeAbruzzo, Unione di Centro, Giustizia Sociale, Popolo della Famiglia-Cambiamo! Chieti); Bruno Di Iorio (Forza Chieti, Chieti Viva, Azione Democratica, Bruno Di Iorio Sindaco di Chieti); Diego Ferrara (Partito Democratico, La Sinistra con Diego Sindaco, Chieti per Chieti, Ferrara Sindaco); Luca Amicone (Movimento 5 Stelle); Paolo De Cesare (Azione Politica, Chi ama Chieti, Chieti c’è, La Teatinità). Nella tornata elettorale del prossimo 20 e 21 settembre, il centrodestra non correrà insieme. La Lega ha presentato il candidato Fabrizio di Stefano, appoggiato anche da Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia ha trovato l’intesa con Italia Viva a sostegno di Bruno di Iorio.

Il fronte del centrosinistra, con Chieti per Chieti e Partito democratico, ha fatto cadere la sua candidatura sul medico e consigliere comunale Diego Ferrara. Sulle amministrative di Chieti c’è un sondaggio dei mesi scorsi secondo cui il candidato della Lega Di Stefano sarebbe in testa, ma riuscirebbe a vincere con il 59% al primo turno solo se appoggiato da tutto il centrodestra. Paolo De Cesare avrebbe tra il 6% e il 10%; il nome del centrosinistra poco meno del 30% e il candidato M5S fra il 16 e il 20%. 

Crotone

Sono quattro i candidati che si contenderanno la fascia di primo cittadino di Crotone alle elezioni per il consiglio comunale, sciolto anticipatamente nel dicembre dello scorso anno dopo le dimissioni rassegnate dal sindaco Ugo Pugliese, coinvolto in una inchiesta giudiziaria con l’ipotesi accusatoria di abuso d’ufficio. Venti le liste che, complessivamente, sosterranno i quattro candidati, metà delle quali schierate dalla sola coalizione di centrodestra a sostegno dell’aspirante sindaco Antonio Manica, 54enne avvocato tributarista, alla sua prima esperienza politica.

Sul fronte del centrosinistra la novità più eclatante è rappresentata dall’assenza, in questa competizione, di una lista ufficiale del Partito democratico, conseguenza della contrapposizione fra due fazioni interne ai dem crotonesi che si sono contese fino all’ultimo, ma inutilmente, l’uso del simbolo: la prima che fa capo al commissario provinciale Franco Iacucci il quale ha tentato di allestire una coalizione intorno alla candidatura di Gaetano Grillo, già sindaco di Crotone negli anni Novanta, ma alla fine ha dovuto desistere; la seconda guidata dalla segretaria cittadina Antonella Stefanizzi che ha candidato a sindaco Danilo Arcuri, 56enne presidente dell’ordine degli architetti di Crotone, componente dell’assemblea cittadina dem, già assessore comunale dal 2009 al 2012. Avendo dovuto rinunciare al simbolo, dunque, questa parte del Pd correrà con una lista denominata Riformisti per Crotone che sosterrà la candidatura di Arcuri con altre quattro liste, tutte espressione del movimento politico che fa capo a Enzo e Flora Sculco.

Per l’architetto correranno quindi i Democratici Progressisti, stessa formazione con la quale Flora Sculco è stata rieletta consigliere regionale, i Demokratici, Laboratorio Crotone e Crotone è dei crotonesi. Andrea Correggia, 40 anni, impiegato, già consigliere comunale nella precedente amministrazione, è il candidato a sindaco del M5s. Vincenzo Voce è il quarto pretendente in corsa. Ingegnere, 58 anni, Voce si era candidato alle elezioni regionali del dicembre scorso con la lista Tesoro Calabria di Carlo Tansi, risultando il più votato in città. Quattro le liste che lo sostengono: Tesoro Calabria, Stanchi dei soliti, Crotone cambia e Città libera, per un totale di 118 candidati consiglieri.

Enna

Cinque i candidati a sindaco, compreso l’uscente Maurizio Dipietro, avvocato amministrativista, che cinque anni fa, da esponente del Pd ennese si era presentato ed aveva vinto le amministrative in contrapposizione all’ex senatore ed esponete del Pd Mirello Crisafulli. Successivamente Dipietro aveva aderito alla corrente renziana. L’uscente è sostenuto da una coalizione di 5 liste civiche.
Dario Cardaci, insegnate di lettere, ex esponente del centrodestra, che ha rivestito la carica di consigliere, corre con una 4 liste tra cui il Pd, Giovani democratici, Udc e una lista civica.

Cinzia Amato, consigliere comunale uscente, esponente del Movimento 5 stelle, corre con una sola lista e con il simbolo del M5s.  Giuseppe Savoca, consigliere uscente, esponente della Lega, si candida con il sostegno di una lista con il simbolo del partito. 

Lecco

La sfida è tra quattro candidati: Giuseppe "Peppino" Ciresa del centrodestra, Silvio Fumagalli del Movimento Cinque Stelle, Mauro Gattinoni del centrosinistra, Corrado Valsecchi di Appello per Lecco. Il sindaco uscente Virginio Brivio, eletto in quota Pd, dopo due mandati consecutivi alla guida della città ha dovuto fare un passo indietro aprendo la corsa alla successione in Municipio. Per il centrodestra in campo Giuseppe Ciresa, detto Peppino, è consigliere comunale uscente già assessore al Commercio durante la giunta del leghista Lorenzo Bodega.

Ciresa è alpinista e membro del Cai (Club alpino italiano) Lecco. In casa Pd si punterà su Mauro Gattinoni, classe 1977 ed ex direttore dell'Associazione piccole e medie industrie della Provincia di Lecco. Il più giovane candidato è invece Silvio Fumagalli che è nato nel 1991. Candidato del Movimento 5 Stelle, Fumagalli, dopo la laurea in Scienze economiche e statistiche, lavora come consulente in una multinazionale di Milano. Corrado Valsecchi invece è sceso in campo con una lista civica "Appello per Lecco". Nato nel 1958, è sposato e con quattro figli, Gattinoni ha scelto di rompere il fronte del centrosinistra correndo per la poltrona di sindaco in solitaria.

Mantova

Sono sette i pretendenti alla poltrona di sindaco di Mantova sostenuti da quindici liste. In campo Michele Annaloro, l'uscente Mattia Palazzi, Stefano Rossi, Giuliano Longfils, Cesare Battistelli, Roberto Biasotti e Gloria Costani. Il voto interesserà poco più di 38mila aventi diritto divisi su in 46 sezioni elettorali. Mattia Palazzi, sindaco uscente e esponente del Pd, è sostenuto da cinque diverse liste tra cui i renziani di Italia viva.

Palazzi, 42 anni, è stato eletto per la prima volta in consiglio comunale nel 2000 a 22 anni, alle scorse elezioni ottenne il 46,5 per cento dei voti al primo turno e il 62,5 per cento delle preferenze al ballottaggio. Stefano Rossi del centrodestra unito ha 54 anni ed è dirigente, leghista della prima ora. A sostenerlo, oltre alla Lega,  Forza Italia, Fratelli d'Italia e la lista Mantova ideale Rossi sindaco. Giuliano Longfils è invece consigliere comunale uscente di Forza Italia e si è presentato sostenuto dopo una diaspora in Forza Italia da una lista civica, Mantova nel cuore. Ha 77 anni ed è un ex insegnante.

Matera

Si sfideranno sei candidati: Giovanni Schiuma, sostenuto da cinque liste (Partito Democratico, Progetto Matera, Matera per Schiuma, Innoviamo Matera, Matera Futura), Luca Braia (Matera 2029), Pasquale Doria (Matera Civica e Matera Libera), Nicola Trombetta (Liberi), Rocco Sassone (Cambiamo Matera, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega Salvini Basilicata, Matera Patrimonio Comune, Matera Sempre Insieme), Domenico Bennardi (Europa Verdi-Psi, Matera 3.0, Movimento 5 Stelle, Volt Matera). Matera è, tra i comuni lucani al voto,  quello più popoloso, con i suoi oltre sessantamila abitanti.

Contando inoltre più di quindicimila elettori, la Città dei Sassi potrebbe aver bisogno del ballottaggio per eleggere il suo sindaco, nel caso in cui nessuno dei candidati ottenga, dopo il primo turno del 20 e 21 settembre, la maggioranza assoluta dei voti. Un’ipotesi quest’ultima  che sembra alquanto improbabile, tenuto conto della importante disgregazione politica e delle tante liste presenti, oltre che del numero elevato di candidati sindaco. Probabile, quindi, che la sera del 21 settembre l’ex Capitale europea della cultura  non abbia il suo nuovo primo cittadino.

Reggio Calabria

Nove candidati per contendersi la fascia tricolore di sindaco e oltre 900 candidati consiglieri, sono i numeri delle elezioni comunali di Reggio Calabria del 20 e 21 settembre. Il sindaco uscente Giuseppe Falcomatà, figlio dell'ex sindaco della Primavera di Reggio Calabria, Italo, è sostenuto da una coalizione di 11 liste, tra cui il Partito Democratico e molte civiche. Il candidato del centro-destra Antonino Minicuci, l'uomo indicato agli alleati della coalizione dal leader della Lega Matteo Salvini, è appoggiato da 10 liste, tra cui Forza Italia, Fratelli d'Italia e quella del Carroccio.

Angela Marcianò, ex assessore alla legalità nella giunta Falcomatà, è appoggiata da 4 liste (tre civiche e quella del Movimento sociale fiamma tricolore), Saverio Pazzano è sostenuto da 2 liste civiche. Gli altri cinque candidati sindaco sono Fabio Foti (M5s), Pino Siclari (Pcl), Fabio Putortì (Miti), Marialaura Tortorella; si presenta anche il pr Klaus Davi. 

Trani

Capoluogo, assieme ad Andria e Barletta , della provincia della Bat, Trani, che conta quasi sessantamila abitanti, è un centro dalle grandi tradizioni storiche e presenta 4 candidati sindaco, 20 liste e 577 candidati. In particolare  i candidati sindaco sono Amedeo Bottaro, centrosinistra (Pd, Con Emiliano, Puglia VerdeSolidale, Popolari e 5 liste civiche); Tommaso Laurora (Italia in Comune, Italia Viva e 4 liste civiche);  Filiberto Palumbo, centrodestra (Fi, Fdi e Lega e lista civica) e Vito Branà, M5S.

Si ricandida il sindaco   uscente Amedeo Bottaro, avvocato esponente del Pd mentre  Tommaso Laurora è un ex assessore della giunta Bottaro, un tempo in quota Pd e oggi esponente di Italia in Comune. Tra le liste a sostegno della sua candidatura c’è  Italia Viva Il centrodestra propone  Filiberto Palumbo, nato a Trani ma da sempre impegnato come avvocato penalista tra Bari e Roma, che in passato è stato anche componente laico del Csm. Il candidato del Movimento 5 Stelle è  Vito Brana', consigliere comunale uscente. 

Trento

In una terra roccaforte della Lega, è aperta la corsa per il successore di Alessandro Andreatta, il sindaco di centrosinistra che aveva guidato negli undici anni una città alla ricerca dell’innovazione. A succedere a Palazzo Thun, sede del Comune, gli elettori domenica e lunedì potranno scegliere tra otto candidati sindaco con (19 liste). Candidato sindaco del centrosinistra, sotto la grande alleanza ‘SìAmo Trento’, è Franco Ianeselli, ex segretario della Cgil del Trentino che sarà sostenuto da Partito autonomista trentino tirolese (Patt), Insieme per Trento, Europa Verde Trento, Pd-Psi, Trento Viva, Azione Unione e Trento Futura.

Il centrodestra è raggruppato nella coalizione ‘Uniti per Trento’ con il candidato Andrea Merler. La lista raggruppa Lega Salvini, Trento Unita, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Carmen Martini è la candidata sindaco per il Movimento 5Stelle. Gli ultimi sondaggi noti davano Ianeselli in testa sopra il 50%, quindi possibile vincente senza ricorrere al ballottaggio, mentre Merler sarebbe poco sopra l 30%.

Campania

Non ci sono comuni capoluogo in cui si vota nella regione, ma diversi centri che costituiscono un banco di prova importante anche dal punto di vista politico: sono campani, infatti, tre dei sei comuni italiani in cui Pd e M5s correranno insieme. Il caso più emblematico è Pomigliano d’Arco, la città delle grandi fabbriche e la roccaforte del voto di Luigi Di Maio, che qui è cresciuto. Dem e pentastellati sostengono Gianluca Del Mastro, dopo il passo indietro di Dario De Falco, braccio destro del ministro degli Esteri. Il centrodestra si divide tra il presidente del Consiglio comunale, Maurizio Caiazzo (FdI e Udc) ed Elvira Romano, eletta nel 2015 con FI e appoggiata da Iv e Socialisti. A Giugliano in Campania, il comune più popoloso d'Italia tra quelli non capoluogo, è Nicola Pirozzi il candidato di Pd e M5s, mentre su Pietro Maisto converge tutto il centrodestra. In corsa anche l'ex sindaco Antonio Poziello, in rotta con il Pd, sfiduciato a febbraio e oggi sostenuto da Iv e Verdi. A Caivano, dove la campagna elettorale si è fermata dopo la tragica morte di Maria Paola Gaglione, il candidato giallorosso Enzo Falco può contare anche sull'appoggio di Italia viva e della sinistra. Sull'altro fronte Salvatore Ponticelli, espressione di FdI e FI, ma anche Antonio Angelino, con l'Udc e tre civiche. 

Emilia Romagna

A Faenza, in provincia di Ravenna, banco di prova per il posizionamento sistemico del Movimento 5 Stelle nel centrosinistra: i grillini sostengono il candidato a sindaco Massimo Isola che è già appoggiato, tra gli altri, da PD e Italia Viva. Corrono anche Paolo Cavina per il centrodestra e due candidati minori di estrema sinistra, Paolo Viglianti e Roberto Gentilini. 

Toscana

A Cascina sfida a sei con Dario Rollo, appoggiato dalla lista Valori e impegno civico ed attuale sindaco facente funzioni subentrato a Susanna Ceccardi dopo l’elezione al Parlamento europeo. Michelangelo Betti, Pd è sostenuto da Italia Viva, Europa Verde, Volt Cascina, Bene Comune e dalla lista civica Per Voi Bice Del Giudice. Leonardo Cosentini, candidato della Lega è sostenuto dallo stesso Carroccio, da Forza Italia, Fratelli d’Italia e da una sua lista civica: Leonardo Cosentini sindaco. Fabio Poli è il candidato della lista Cascina Civica Lavoro Sviluppo Ambiente ed è sostenuto anche dalla lista del Movimento 5 Stelle.

A Follonica si ripete il turno di ballottaggio tra Massimo Di Giacinto per il centrodestra e Andrea Benini, candidato per il centrosinistra la cui elezione era stata annullata dal Tar, lo scorso dicembre, per un riconteggio delle schede.