L'Iva della discordia

La possibilità dell'aumento dell'imposta sui consumi mette di nuovo i due vicepremier, Salvini e Di Maio, contro il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. Il resoconto sui giornali della nuova tensione nel governo

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Torna nuovamente alta la tensione dentro, fuori e intorno a Palazzo Chigi e al ministro dell’Economia Giovanni Tria, che si ritrova di nuovo contro i vicepremier Salvini e Di Maio. Pomo della discordia l’Iva e la possibilità di aumento, prospettata dallo stesso Tria nel corso di un’audizione in Parlamento. Anche se la parola d’ordine del Governo gialloverde è "l’Iva non aumenterà". Una promessa che è al centro della mozione di maggioranza sul Def 2019 che le Camere voteranno nelle prossime ore.

"Sentiremo ripetere questo ritornello fino al prossimo autunno, quando la legge di Bilancio entrerà nella fase calda: qui, stando agli impegni, l’Esecutivo proverà a sterilizzare le nuove (e più salate) clausole di salvaguardia inserite nell’ultima manovra. In questo modo verrebbero evitati gli aumenti delle aliquote, già previsti a legislazione vigente: 23,1 miliardi per il 2020 e 28,7 miliardi dal 2021. Cosa realmente farà il Governo è difficile a dirsi. Quel che è certo è che parlare di Iva significa parlare della seconda imposta quanto a gettito: oltre 130 miliardi di euro nell’ultimo anno" scrive Il Sole 24 Ore. Che in una tabella riassume come l’Iva sia anche la tassa più evasa (35 miliardi) e che gli incrementi previsti daranno un gettito pari a 23, 1 miliardi di euro.

“Le Volpi e l’Iva” titola la Repubblica evocando la favola di Esopo. «Si sta cercando di allestire un “paracadute sociale” all’aumento dell’Iva che, in “assenza di misure alternative”, scatterà dal 1 gennaio del 2020. In altre parole: si valuta una strada per uscire dall’impasse politica, dove nessuno vuole aumentare l’imposta sui consumi e nessuno vuole rinunciare alla flat tax, con l’obiettivo di rincarare l’Iva ma senza far male ai ceti più deboli», scrive il quotidiano. Il “paracadute sociale” potrebbe tuttavia favorire un atterraggio morbido. Tagliare con decisione, invece di aumentare, servizi come le bollette di luce, gas, acqua e telefono parte prevalente delle spese complessive annuali dalle famiglie più povere e dunque più esposte al rincaro generalizzato dell’Iva, sarebbe infatti drammatico, annota il quotidiano romano.

La risposta di Luigi Di Maio a questa prospettiva è lapidaria: ì"Questa fuga in avanti non esiste. Noi siamo un governo, una squadra e il Movimento è il principale azionista di questa squadra. Abbiamo detto che l’Iva non aumenterà. Se Tria punta ad aumentarla si può dimettere» riporta il Corriere della Sera in una cronaca che sottolinea come quello del leader 5 Stelle sia un «aut aut in piena regola".

Ma Tria sembra guardare ad uno scenario più lungo, diviso in due tempi, che Federico Fubini sulle stesse colonne presenta così: "Nel primo gli aumenti di imposte su consumi e carburanti (Iva e accise) scattano per 51 miliardi l’anno prossimo, o magari lasciano posto a misure equivalenti; nell’altro le misure vengono disinnescate, dunque il bilancio mantiene gli squilibri accumulati con l’ultima manovra e quelle precedenti. Nel primo caso ('scenario nazionale'), si gettano i presupposti perché il debito pubblico avvii un calo che lo renda sopportabile in vista dell’aumento del numero di anziani nel Paese. Nel secondo scenario — formulato da un gruppo di sherpa finanziari europei, scettici quanto agli impegni italiani sull’Iva — il debito inizia a salire in questo decennio fino a raggiungere 193% del prodotto lordo fra mezzo secolo. In altri termini, nell’ipotesi senza Iva il debito è sfonda il soffitto e diventa insostenibile ben prima di raggiungere quella soglia nel 2070".

Ma Tria sa benissimo che oggi quel punto d’arrivo fra cinquant’anni non conta un bel nulla. E non conta nulla. «Per le forze politiche conta soprattutto il voto europeo del 26 maggio, la relativa campagna elettorale e la visibilità delle loro promesse. In privato il ministro non esita a riconoscere che, per tutto il prossimo mese, una discussione realistica sulla prossima manovra sarà impossibile. “Se ne può parlare solo dopo le elezioni”, osserva con una calma apparente» scrive ancora il quotidiano di via Solferino.

Se l’assedio a Tria pertanto continua, la verità è che «nessuno sa come fermare la super Iva» come esemplifica Il Fatto in un titolo nelle pagine interne. "Non ci sono molte vie di uscita" si legge. "O si va allo scontro con Commissione, mercati e Quirinale con un deficit fuori controllo, o si trovano quei soldi". Alternative? "Una delle ipotesi che circola per ora solo tra i tecnici – scrive Il Fatto -, è di rivedere le agevolazioni sull'Iva: un’aliquota unica al 18 per cento permetterebbe di recuperare i 23 miliardi che servono. Qualcuno pagherebbe di più – alberghi, ristorazione, edilizia –ma molti risparmierebbero, visto che l’aliquota massima è oggi al 22. Si potrebbe così eliminare anche una delle principali forme di elusione, quella di chi compra con un’aliquota Iva al 4 o al 10 e poi vende con aliquota al 22. Ma ci vuole una certa dose di realismo politico. È in questo clima pre-elettorale, è troppo presto".

"Altre tasse? Basta" urla Il Giornale in prima pagina. E scrive: "Il ministro dell’Economia Giovanni Tria lo spiega restando dentro le regole della sessione di bilancio, italiane ed europee. Allo stato, nel Def c’è l’aumento dell’Iva da 23 miliardi. Scattano le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento di due aliquote dell’Iva. Quella agevolata al 10% dovrebbe passare al 13%, quella al 22, prima al 25,2 e poi, dal 2021, al 26,5%". Anche se il quotidiano annota che poi in serata a Porta a Porta da Vespa il ministro stesso smussa: "L’aumento? L’obiettivo è evitarlo".

Ma i conti non finiscono mai. Il Messaggero parla di due ipotesi sul tavolo: "La prima prevede un aumento 'orizzontale' di tutti i beni e i servizi sui quali oggi si paga l’aliquota ordinaria del 22 per cento. Al momento viene valutato un incremento di un punto. (…) Sulla carta però, in caso di necessità, potrebbe essere preso in considerazione un ritocco sempre generalizzato ma più energico, ad esempio, di due punti". Terza ipotesi: "Una via alternativa è quella degli aumenti mirati e selettivi, che in realtà almeno nelle intenzioni della maggioranza dovrebbe comprendere anche alcune (ugualmente mirate) riduzioni d’imposta" (prodotti per l’infanzia).

"Un aumento è assicurato, anche se Lega E M5s negano" chiosa Il Foglio, perché "Tria sa che modificare l’imposta è essenziale per tenere i conti in ordine". E l’Iva "è uno strumento prezioso" in quanto "la realtà è che nessuno, per ora, ha trovato uno modo migliore per far quadrare i conti messi a dura prova da reddito di cittadinanza e da quota 100, misure molto costose con impatto sulla crescita davvero limitato". E se per i commercianti "un incremento delle tasse avrebbe effetti negativi anche sull’occupazione", avverte la Repubblica, a conti fatti con un incremento dell’Iva "si rischia una stangata da 382 euro a persona". 538 per tutte le famiglie, secondo Il Sole 24 Ore

"Gli ultimi due aumenti Iva sono stati nel 2011 e nel 2013, e quei tre anni sono stati tra i peggiori della nostra storia economica in termini di consumi. Ma nella situazione attuale di domanda debole i produttori potrebbero decidere di evitare una traslazione completa sui prezzi, e in quel caso l’imposta graverà in parte anche sui redditi dei produttori, diventando ancora più nociva per l’economia perché avrà un impatto su tutta la filiera produttiva, dall’agricoltura all’industria" dichiara al quotidiano romano Mariano Bella del Centro Studi di Confcommercio.



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