Su Twitter si paventa una Guerra Mondiale, ma Salvini è sempre il più citato

Nella settimana dal 3 al 9 gennaio, al centro dell'attenzione sul social c'è ovviamente lo scontro tra Iran e Usa. Il personaggio politico più considerato resta però il leader leghista, il cui account è il più menzionato in Italia (persino più di quello di Donald Trump)

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ALBERTO PIZZOLI / AFP
Matteo Salvini

Il 2020 si apre con il rischio di un nuovo scontro in Medio Oriente con conseguenze potenzialmente gravissime. Stati Uniti e Iran sono ai ferri corti in seguito alla doppia eliminazione, con un raid aereo, di Qassem Soleimani, storico comandante delle Guardie iraniane della Rivoluzione, uomo chiave del regime degli ayatollah, e di Abu Mahdi Al Muhandis, leader delle milizie filo-iraniane Kataib Hezbollah che operano in Iraq.

Il volume delle conversazioni (settimana 3-9 gennaio) supera qualsiasi altro tema attualmente in discussione sui social con 60 mila contenuti in grado di ottenere 180 mila condivisioni in pochissime ore, con un tasso di coinvolgimento altissimo (1,8%), molto al di sopra della media Twitter; numeri che stanno progressivamente crescendo perché si tratta di un conflitto che coinvolge e spaventa, soprattutto pensando alle eventuali ripercussioni per i paesi occidentali.

I picchi delle conversazioni si sono registrati in prossimità dell’attacco, principalmente distribuite nel nord Italia, e sebbene si noti una lieve riduzione dei volumi col passare dei giorni, l’interesse rimane altissimo. Analizzando le parole più utilizzate “terza guerra mondiale” è la frase maggiormente presente nei tweet degli utenti. Paure e timori passano anche attraverso una notevole varietà di hashtag presenti tra i trending topic: #Guerra #worldwar3 #wwiii.

Sentiment all’80% negativo, sebbene con accezioni e obiettivi molto diversi: utenti polarizzati tra i favorevoli e i contrari alla scelta degli Stati Uniti, di incrementare le ostilità con l’Iran. In tanti fanno coincidere l’origine dell’escalation alla scelta dell’amministrazione Trump di smantellare l'accordo sul nucleare impostato e realizzato dal Presidente Obama nel 2015, e rispettato da Teheran in questi ultimi due anni. Nel 20% di sentiment positivo, che include anche un 12% di gioia e ammirazione, vanno inclusi post ironici tendenti a sdrammatizzare il conflitto e provocazioni nei confronti del “fronte sovranista” ritenuto da molti responsabile dell’attuale situazione.

Trump, guerra, Iran... Comunque sia, si parla di Salvini. Interessante notare come #Salvini venga associato spesso nei contenuti sul conflitto in atto. Approfondendo l’analisi, la risposta la si trova nell’evidenza quantitativa: il grafico, infatti, mostra i volumi di conversazione inerenti #Soleimani e #Trump; si nota che con l’aumentare dei volumi in riferimento alle tensioni in atto nello scacchiere mediorientale, aumentano contestualmente anche le conversazioni che chiamano in causa l’ex Ministro degli interni. Ci si poteva aspettare un andamento simile con un ministro degli Esteri, ad esempio; invece il leader della Lega si conferma il player dominante delle conversazioni, trasversalmente sui diversi temi, sempre citato e ingaggiato nelle conversazioni da sostenitori o detrattori.

Un catalizzatore di interesse sui social senza paragoni, al punto che il suo account è il più menzionato in Italia, persino di più di quello del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al secondo posto nelle discussioni sul conflitto in Iran e Iraq. Lo stesso Salvini che infatti con i suoi contenuti favorevoli al raid deciso da Trump ottiene il 25% delle condivisioni, seguito da Giorgia Meloni (18%) sebbene quest’ultima si posizioni con minor nettezza in merito alla vicenda.

Come prevedibile Laura Boldrini, altra personalità politica sempre molto forte su Twitter, ha opinioni opposte a quella del leader leghista, ottenendo il 10% dei retweet, mentre Matteo Renzi sottolinea lo stile di Trump definito “esasperato”.

Su Twitter Giorgio Cremaschi, esponente di Potere al Popolo e di una certa cultura tradizionalmente diffidente e critica nei confronti delle politiche degli Stati Uniti, è il politico italiano a produrre la maggior quantità di contenuti (12%) molto critici verso Trump,  attaccando duramente tutto il fronte progressista: “Servilismo del Governo, penosi e ridicoli finti pacifisti di #Leu attaccati alle poltrone”. Ancora una volta a sinistra le divisioni interne esplodono sulla politica estera e i social ne sono l’amplificatore.



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