In Umbria va in scena la sconfitta della coalizione Pd-M5s

Donatella Tesei è il nuovo presidente di una regione che per mezzo secolo è stata governata dalla sinistra. A sostenerla Lega. Fratelli d'Italia e Forza Italia che ora puntano a prendersi il Paese

governo sconfitto umbria
Alessandro Serranò / Agf
Nicola Zingaretti

L'obiettivo minimo era una sconfitta onorevole, ma quello che si profila per la maggioranza che sostiene l'esecutivo è una sconfitta totale in Umbria che rischia di farsi sentire anche su Palazzo Chigi. Gli azionisti di governo si affrettano a spiegare che "si tratta di un test locale che nulla ha a che vedere con l'azione di governo".

Non sfugge a nessuno, tuttavia, che il voto in Umbria arriva a pochi giorni dal varo della manovra e a 36 ore dalla foto di Narni con cui Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e Roberto Speranza hanno cercato di dare forza al loro candidato, Vincenzo Bianconi. E lo hanno fatto con uno strano mix di temi regionali e rivendicazione dei contenuti della legge di bilancio. Un evento dal quale si è tenuto lontano il solo Matteo Renzi: nessuna presa di distanza dal presidente del Consiglio, è stato spiegato da fonti di Italia Viva, piuttosto una scelta di coerenza, dato che Italia Viva non ha schierato né sostenuto alcun candidato.

"La sconfitta alla Regione Umbria dell'alleanza intorno a Vincenzo Bianconi è netta e conferma una tendenza negativa del centrosinistra consolidata in questi anni in molti grandi Comuni umbri che non si è riusciti a ribaltare" ha detto il segretario del Pd. "Il risultato intorno a Bianconi conferma, malgrado scissioni e disimpegni, il consenso delle forze che hanno dato vita all'alleanza", aggiunge Zingaretti. "Ringrazio Vincenzo Bianconi per la sua generosità, per essersi messo a disposizione negli ultimi giorni utili e a tutti gli elettori e i militanti che si sono battuti in una condizione difficile se non drammatica in quella Regione. Ovviamente rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare, voto certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del Governo. Sicuramente anche se in una situazione difficile è stato giusto metterci la faccia e combattere. Organizzeremo l'opposizione in Consiglio Regionale e nella società per contrastare questa deriva". 

 "Mi spiace per Di Maio, ha scelto il vecchio, la poltrona, ha scelto Renzi, la Boschi, Lotti, Zingaretti. Gli italiani riconoscono le persone di parola e i chiacchieroni. Se vuole gli porto un po' di cioccolata cosi' gli addolcisco una batosta che se la ricorda per i prossimi vent'anni" ha commnetato da parte sua Matteo Salvini.

Dalle parti del Partito Democratico il risultato era atteso, la forza del centrodestra nella regione e i danni prodotti dalle inchieste sulle nomine in Sanità, con le dimissioni della presidente Catiuscia Marini, lasciavano ben pochi margini per sperare.

E un esponente storico del Pd come Pierluigi Castagnetti non ha mancato di rilevare come il centrodestra governa già in molti comuni umbri, corrispondenti al 62 per cento della popolazione totale. A due ore dall'apertura delle Urne, Castagnetti twittava: "Fra poco i risultati, scontatissimi. Andrà in onda la Grande Ipocrisia o la grande sceneggiata. Nessuno ricorderà che il cdx da anni governa Perugia, Terni, Orvieto, Foligno. Cioé il 62% della popolazione umbra e che il quesito era: riuscirà il centrosinistra a capovolgere...?".

E, in un tweet precedente, scriveva ancora che la destra, proprio in virtù che già governa largamente in Umbria, avrebbe potuto solo perdere e "se le riuscisse di non perdere ciò che già ha, non si capisce ciò che rischia il governo nazionale". Un modo per mettere al riparo l'esecutivo da un processo che inevitabilmente partirà.

Come in una celebre scena di 'Ritorno al futuro', la foto di famiglia scattata a Narni potrebbe sbiadire fino a veder scomparire i volti di Conte, Di Maio, Zingaretti e Speranza. Il 'cappotto' potrebbe rappresentare la fine della coalizione appena nata. Nel Movimento 5 Stelle l'avviso è che il test umbro è da considerarsi "un unicum" e che non ci saranno nuovi esperimenti del genere se non dopo "un attento esame caso per caso, regione per regione".

 E questo vale non solo per Luigi Di Maio e il suo inner circle. Tra i pentastellati il timore che la sconfitta possa rimettere in discussione la strada intrapresa con i dem attraversa trasversalmente gli eletti in Parlamento. "Difficile andare avanti con l'esperimento" se i numeri in Umbria dovessero essere quelli degli exit poll. Tra gli sponsor dell'alleanza c'è Roberta Lombardi per la quale "non si torna indietro" rispetto alla foto di Narni, anche perché quell'alleanza ha ricevuto l'imprimatur della base: su Rousseau, sottolinea Lombardi in una intervista, si sono espressi a favore della coalizione l'80 per cento dei votanti.

Tra gli scettici, invece, l'avviso è di non legarsi mani e piedi al Partito Democratico: si rischierebbe di partire con l'handicap anche nelle regioni in cui il Movimento gode ancora della sua aurea di innovazione rispetto ai partiti tradizionali. Nel Partito Democratico la linea rimane quella più volte enunciata dal segretario Nicola Zingaretti: costruire un campo largo di centrosinistra coinvolgendo anche il Movimento 5 stelle. Si potrebbe così puntare al 46% nel Paese.

Ma il discorso nelle singole regioni è diverso. Una sorta di accordo incrociato è stato siglato per Emilia Romagna e Calabria: nella prima il M5s dovrebbe dare il via libera alla ricandidatura di Stefano Bonaccini, mentre in Calabria il Pd lascerebbe il campo a un candidato indicato dal M5s.

Ma anche questo accordo risulta, alla luce del risultato in Umbria, 'sub iudice'. Una risposta indiretta arriva dal Pd per voce del capo delegazione dei ministri dem, Dario Franceschini: "In Umbria abbiamo fatto una operazione costruita in fretta, ma siamo in competizione". Invece, "se fossimo andati divisi, la competizione non ci sarebbe nemmeno stata".

Da qui a parlare di alleanza strategica ce ne passa, ma "il problema dobbiamo porcelo", aggiunge il ministro della Cultura a margine dell'assemblea dei sindaci dem, "anche perché vincere ed essere competitivi non da tutto questo fastidio". Agli occhi dei dem una coalizione larga di centro sinistra è una strada quasi obbligata. Il centrodestra visto a Piazza San Giovanni, in questo senso, non lascia dubbi: la destra non è più quella del passato, né per i temi e né per la compattezza.

Tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, viene sottolineato, c'è stato un passaggio di testimone che radicalizza quel campo e lo rende, contemporaneamente, più forte. La scelta, è il ragionamento che fanno fonti parlamentari dem, è tra consegnare il Paese ai sovranisti o cercare di contrastare quel campo con una proposta a forte vocazione civica ed europeista. 



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