Il capro espiatorio che salverà il governo da una crisi. Di nervi

Una "distrazione" di Laura Castelli ha scatenato il litigio. O almeno così pensano in molti

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Foto: Armando Dadi / AGF  
 Laura Castelli 

Scambio di accuse tra M5s e Lega sul dl fiscale. I 5 stelle tengono la linea dura e annunciano di non essere disponibili a votare alcun condono penale sul riciclaggio né tantomeno a dare il via libera ad uno scudo fiscale sui capitali esteri indigeribile per l’elettorato pentastellato.

L’aut-aut è a che il testo del decreto torni alla versione originaria altrimenti, questo fanno trapelare fonti autorevoli di governo, il rischio di una crisi di governo c’è. Il “problema è politico” e deve essere risolto ha detto senza mezzi termini prima la viceministra all’Economia, Laura Castelli, e poi il vicepremier Luigi Di Maio.

Ma anche la Lega tiene la linea dura con in testa il leader Matteo Salvini che esclude Cdm (poi convocato per sabato dal premier Giuseppe Conte che sottolinea “decido io”) e che mette in evidenza che il provvedimento è stato approvato all’unanimità.

La gelida manina

Ma in una giornata molto difficile per l’esecutivo, ciò che emerge è il rimpallo delle responsabilità tra i due soci di maggioranza del governo giallo-verde. E la caccia al capro espiatorio: la famosa ‘manina’ è quella di un tecnico del Mef, come ipotizza qualcuno nella maggioranza, o quella di un politico? E nei corridoi del Palazzo si rincorrono i nomi.

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In diversi - nella Lega ma anche nel Movimento 5 stelle - puntano il dito su Laura Castelli. ‎Secondo quanto viene riferito da fonti governative di entrambi i partiti, la vice ministra pentastellata all'Economia sarebbe accusata di mancata efficacia nella gestione della formulazione del decreto: Castelli sostanzialmente non avrebbe compreso appieno il senso, l'impatto e le conseguenze dei provvedimenti condivisi. Da parte leghista, in particolare, si insiste sul fatto che il testo uscito dal Consiglio dei ministri, comunque ancora allo stato embrionale, rispecchiasse tutti i punti dell'accordo, condiviso da entrambi i partiti.

Nel M5s la supervisione tecnica del testo era affidata a Castelli. E in diversi suggeriscono che vi siano state delle mancanze da parte sua. Anche se secondo quanto viene riferito da chi ha parlato con la viceministra Castelli, lei non si considera affatto responsabile, “mica scrivo io le norme” ha fatto sapere tirando invece in ballo le responsabilità di chi ha seguito i lavori dal fronte leghista.

"Non siamo nati ieri"

Alle accuse e ai sospetti della Lega, da ambienti 5 stelle rispondono punto per punto. “La Lega sapeva”, riferiscono fonti qualificate dell’esecutivo, e accusano che la norma sui capitali esteri – che adesso, per come è scritta, di fatto non prevede sanzioni – nella prima bozza non c’era e adesso sì. Chi ha seguito il lavoro preparatorio – durato ore e ore di vertici precedenti al consiglio dei ministri di lunedì – sostiene che l’accordo non era su questo. Se il dl fiscale non cambierà, quindi, M5s non ci metterà la faccia e non lo voterà. “Non siamo nati ieri. Non si fanno rientrare capitali che non si sono mai dichiarati. Stop. Non c’è niente da discutere” sostengono i 5 stelle che aggiungono: “Nemmeno Conte, che ha partecipato alle riunioni, ha alcuna intenzione di farsi prendere in giro”.

Anche se Conte, ancora una volta nel suo ruolo di mediatore, cercherà di trovare una soluzione rivedendo il testo ed evitando che il conflitto tra le parti si inasprisca ulteriormente. Già domani sera quando rientrerà a Roma si metterà al lavoro per esaminare il decreto articolo per articolo e poi sabato mattina un nuovo Cdm si riunirà per cercare di chiudere questo capitolo in modo definitivo.

Di certo, come si legge dalle dichiarazioni ufficiali e come viene riferito lontano dai taccuini, i pentastellati non vogliono arrendersi e anzi si aspettano che la Lega dica di togliere queste norme. “Se non ti va più bene non sono io che non ho letto la norma – osserva qualcuno da M5s - ma sei tu che hai dimenticato cosa abbiamo detto al tavolo...”.

Tra i 5 stelle però c’è chi sostiene che la Lega ha un problema interno “perché di noi si sa tutto, su Fico, Di Maio eccetera, mentre sulla Lega non si dice nulla delle loro spaccature interne. Poi Salvini se ne va in Russia e questi fanno casini...” dice fuori dai denti un esponente M5s.

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 (Afp)
  Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini 

Il Di Maio che si sbilancia non piace a tutti

Quando Di Maio ha letto parti del dl fiscale riportate dalle agenzie, è scoppiato il caso, con il vicepremier che è voluto andare in tv a denunciare le presunte e misteriose "manipolazioni" che sarebbero state apportate nel testo trasmesso al Quirinale. E' dovuto quindi intervenire il Colle per precisare che nessun testo era giunto fino a quel momento.

La mossa di Di Maio tra l’altro non è piaciuta a tutti dentro M5s. Tra i parlamentari c’è chi si chiede perplesso: “Ma chi lo consiglia Luigi? Mi è sembrato di rivivere il momento in cui ha ipotizzato l’impeachment per Mattarella...”. E un altro deputato aggiunge: “A livello istituzionale non facciamo una bella figura. Per fortuna che il popolo non capisce...”. I malumori su condoni e simili attraversa l’anima degli ortodossi 5 stelle anche se, così viene raccontato, nessuno nel corso dell’assemblea congiunta di martedì sera ha sollevato la questione: “Di Maio si è limitato a raccontarci così come racconta nei programmi quando va da Barbara D’Urso – osserva caustico un pentastellato - e noi che cosa possiamo chiedere che non abbiamo testi in mano? Ci fidiamo di lui. Speriamo che da ora in poi si faccia consigliare meglio...”.

Ma c'è anche il decreto fiscale a complicare i rapporti

E' scontro tra Lega e M5s anche sul decreto fiscale. La tensione elevata tra i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, si consuma a suon di dichiarazioni a distanza, mentre i pentastellati lanciano un aut aut dai toni ultimativi all'alleato di governo: il testo del decreto va cambiato altrimenti non lo votiamo. Tanto che proprio Laura Castelli può parlare senza mezze misure di "problema politico". Ma la Lega non cede, e lo stesso leader scandisce: "Il decreto è quello e quello resta".

Tocca al premier, Giuseppe Conte - da Bruxelles, dove sarà impegnato fino a domani pomeriggio - tentare una mediazione e provare a gettare acqua sul fuoco: crisi di governo? "Prospettiva improbabile e futuribile". Quindi, riprende in mano le redini del governo e scandisce: "Il presidente del Consiglio sono io e decido io" e convoca per sabato mattina una nuova riunione del Cdm. Riunione che fino a poco prima Salvini aveva eliminato dall'agenda ("nessun Cd, sono impegnato in tour elettorale in Trentino") e che, fa sapere, diserterà: "ho altri impegni", ma "chiamerò  Conte perché apprezzo il lavoro che sta facendo, è una persona squisita".

"Il M5s non voterà un salvacondotto per i furbi, per gli evasori che fanno riciclaggio e autoriciclaggio. Non possiamo rendere immuni i furbi", ribadisce Di Maio, convinto che "adesso il tema è politico e ha bisogno di un chiarimento politico".
Sul fronte opposto, Salvini tira dritto: "Nessun trucco. Legge di Bilancio e decreto fiscale sono passati in Consiglio dei ministri all'unanimità. Nessuno ha votato contro. Anche perché quello che chiamate condono, un condono non è". 

Trovare un capro espiatorio potrebbe allentare le tensioni.



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