La strategia di Di Maio dopo la batosta e il plebiscito

Il Movimento è stato bocciato dalle urne, ma il suo capo premiato dai grillini. I quotidiani tentano una analisi dei prossimi passi, soprattutto nel confronto con la Lega

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Agf
Luigi Di Maio

E la strategia di Luigi Di Maio e del Movimento Cinque stelle qual è? Con un consenso all’80% delle preferenze sulla piattaforma Rousseau (“percentuali bulgare” scrive il Corriere), il vicepremier e leader del Movimento è stato confermato capo politico del Movimento con 44.849 a favore e 11.278 contro su 56 mila votanti. “Un record assoluto di partecipazione” esulta lui stesso.

Anche se la Repubblica fa notare: “Comunque sia, che il risultato potesse essere diverso era parso inverosimile già martedì, quando il fondatore Beppe Grillo e il vero proprietario — per statuto — del M5S, Davide Casaleggio, avevano difeso a spada tratta l’operato del vicepremier. Il comico genovese attraverso un post su beppegrillo.it; Casaleggio jr con un pressing dietro alle quinte su vari eletti dei territori per convincerli a votare a favore di Di Maio. Arrivato il segnale dall’alto, si è accodato il grosso dei 5 Stelle, allineatissimo nelle dichiarazioni di voto pro-capo”.

L’obiettivo di Di Maio, ora, è “cambiare” il M5S e “rilanciare” l’esecutivo. Come?  Sul secondo punto la strategia è che “deve governare la Lega: è giusto che ora si assuma più responsabilità” si legge in un retroscena sulle colonne dell’edizione cartacea del quotidiano di via Solferino. “Non abbiamo fretta e se hanno provvedimenti che vogliono varare con urgenza come flat tax e autonomia ci portino i testi e dopo averli valutati li possiamo varare” dice testualmente Luigi Di Maio ai suoi nelle virgolette attribuitegli dal quotidiano. Ma “per fare la flat tax non devono passare condoni. Altrimenti è come risolvere il sovraffollamento delle carceri facendo evadere i detenuti” dice fissando così anche alcuni paletti. Più possibilista la posizione circa l’abolizione degli 80 euro di Renzi, ma “sarà la Lega a doverlo spiegare agli italiani”.

E Di Maio fa pure intravvedere una diponibilità a un mini-rimpasto di governo, anche se infastidito dalle critiche di Salvini ai ministri Trenta e Costa, in particolare. Quindi si astiene dal polemizzare perché “i vertici M5S sono convinti che la Lega stia cercando un casus belli per far cadere il governo e il Movimento non vuole offrire la sponda” osserva il quotidiano che registra anche come “la votazione su Rousseau, invece, è stata vista dal leader come un punto di partenza per la nuova fase”.

La strategia di Di Maio verso la Lega appare dunque come la strategia del “fate voi”, accomodatevi, del fatevi del male con le vostre mani. E noi non muoveremo un dito per impedirvelo. Ciò che fa titolare a Libero “I grillini premiano il fallito. Confermato Di Maio” a proposito del voto sulla piattaforma Rousseau, per il quale Il Giornale sottolinea che si è trattato di un “Referendum farsa, i “grillini graziano Di Maio: resta il capo”. Per il quale c’è stato un “plebiscito web” titola Il Fatto Quotidiano che però sottolinea: “Ma Fico di nuovo in campo” perché “a votazione ancora in corso, Roberto Fico verga nero su bianco su Facebook che lui non ha partecipato, visto che ‘sono sempre stato contrario alla politica che si identifica in una sola persona’”. E si astengono anche molti altri parlamentari ed eletti che fanno riferimento al Presidente della Camera, che comunque “non vota” come titola la Repubblica.

Tuttavia, “dopo ‘la scoppola peggiore nella storia del Movimento’ (copyright di Alessandro Di Battista) il capo politico si prende la vittoria più facile, quella nel plebiscito su di sé sul web”. Anche se, osserva il quotidiano diretto da Marco Travaglio, “basta unire i puntini (…) e il ritratto finale è di un Fico di nuovo in campo (…), l’unico contrappeso o al capo riconfermato ma ugualmente rimpicciolito dalle urne, mentre Di Battista sconta la freddezza e in molti casi l’ostilità dei parlamentari, assieme ai sospetti del cerchio dimaiano su un suo attacco al leader tramite interposta persona (il senatore Gianluigi Paragone)”.

E nell’intervista a Il Fatto, la senatrice Paola Taverna punta il dito sulla comunicazione: “Di sicuro abbiamo comunicato male e soprattutto poco quanto fatto in questo anno. E siamo stati fagocitati dalla comunicazione violenta di Matteo Salvini. Ci vuole tempo perché il cambiamento venga recepito”. E in un sottotitolo, la Repubblica accenna: “Meno potere a Casalino”, portavoce del premier e stratega della comunicazione a Cinque Stelle.



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