Pausa di confusione sul decreto sicurezza bis

Tutto rinviato per il provvedimento bandiera della Lega, che non passa in un Consiglio dei ministri nel quale si è deciso poco e litigato molto. Anche questa volta è solo campagna elettorale?

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 (Afp)
  Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini 

Un altro rinvio. L’ennesimo. Dopo una giornata tesissima. Con un pre-Consiglio alle 16 e un Consiglio alle 20.30, disertato dal sottosegretario Giorgetti, al centro di una giornata di polemiche per l’intervista pubblicata da La Stampa la mattina, con la quale ha messo in discussione l’imparzialità del premier. Giorgetti se ne “resta a Milano” come si legge su Il Fatto. Dove la sera “all’hotel Four Season” s’è trattenuto a colloquio con l’ambasciatore Usa in Italia Lewis Eisenberg e il nostro a Washington Armando Varricchio, a margine dell’incontro tra le multinazionali americane in Italia e le aziende italiane che operano oltreoceano, dove il sottosegretario era ospite d’onore, racconta il quotidiano sabaudo.

“Alle 00.35 il Consiglio dei ministri a tappe forzate si scioglie. Si è litigato e non si è deciso quasi nulla, se non le nomine di Mazzotta al vertice della Ragioneria dello Stato, Zafarana alla Guardia di Finanza e Tridico all’Inps. Ma il cuore dello scontro è sui decreti, sicurezza bis per la Lega e famiglia per il M5S, già spediti per conoscenza al Colle. Pressato dai due vice, Conte si è visto costretto a metterli sul tavolo. Sperava di cavarsela con un esame indolore, ma Salvini ha alzato la voce”, si legge in un passaggio della cronaca del Corriere della Sera. Ed è il clou, il cuore della serata di vertice. Chiedendo: “Sono qui, mi dica quali?” rivolto a Conte, riferisce la Repubblica, che aggiunge: “Per me possiamo restare tutta la notte. Il Quirinale vuole dirmi prima quali sono i suoi dubbi? Bene, li ascolto. Sono pronto a cambiare il decreto. Ma voglio che si voti”. Ma così non andrà. “Attendo di capire quali sarebbero le criticità. A noi nessuno ha espresso nulla” si legge nel retroscena del Corriere.

Il Fatto racconta che lo scontro si è infiammato sul decreto sicurezza bis, perché dopo le polemiche “gli uffici di Matteo Salvini hanno redatto una nuova bozza del testo studiato per reprimere immigrazione e conflitto sociale. Le modifiche però sono, se possibile, perfino peggiorative, tra norme confuse e altre a rischio incostituzionalità che difficilmente passerebbero il vaglio del Quirinale”. E i timori sono tali “che in giornata il consiglio degli esperti di diritti umani della sede di Ginevra delle Nazioni Unite chiede all’Italia di ‘bloccare il decreto’, mentre il segretario generale Antonio Guterres avvisa che “le norme internazionali a tutela dei rifugiati vanno rispettate”.

Il governo è fuori rotta. Tanto che, osserva il notista de la Repubblica Stefano Folli, “giunti a questo punto, la vera domanda da porsi non è quanto durerà la maggioranza, bensì quanto durerà la legislatura. Che la compagine guidata da Conte sia giunta al suo epilogo è evidente a chiunque scorra in modo distratto le cronache politiche”. E in effetti La Stampa di Torino apre la sua prima pagina cartacea con questo titolo: “Lega, Salvini si prepara alla crisi”. “Sanno solo litigare” titola Il Giornale per quella che viene definita una giornata di una “Doppia truffa elettorale”. Mentre per la Repubblica il titolo principale è: “Capolinea Italia”.

Al punto che “Matteo Salvini sta valutando se confermare il suo viaggio negli Stati Uniti e soprattutto l’appuntamento clou, quello dell’8 giugno con il vicepresidente americano Mike Pence. Non è stato ancora disdetto ma il leader della Lega lo tiene in sospeso perché adesso non esclude che, dopo il voto europeo del 26 maggio, si aprirà la crisi di governo” si legge in un retroscena su La Stampa. Forse anche di questo Giorgetti ha parlato con l’Ambasciatore Usa ieri sera a Milano, come osserva il giornale sabaudo.

“Matteo Salvini entra a Palazzo Chigi con una strategia chiara: ‘A costo di tenerli inchiodati fino all’alba, il decreto sicurezza bis si vota’” è l’incipit di una cronaca dell’edizione di carta de la Repubblica che va sotto il titolo “L’ultimo duello è sulla sicurezza. Governo bloccato”. “Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – si legge ancora – era certo di aver vanificato ogni possibilità. La mossa delle ultime ore era stata quella di mandare i due decreti – quello del capo del Viminale e quello sul miliardo per le famiglie che fanno figli di Luigi Di Maio – direttamente al Quirinale per un inusuale vaglio preventivo.

Una telefonata col Colle lo avrebbe rassicurato: troppi dubbi sul sicurezza bis per approvarlo. Quando, alle dieci di sera passate, si arriva a discutere quello che secondo l’ordine del giorno emanato da Palazzo Chigi doveva essere solo un ‘inizio esame’, i 5 stelle capiscono che l’hanno fatta troppo facile”. Matteo Salvini non è disposto ad accettare altri maltrattamenti dopo quello subito con l’esclusione del sottosegretario a Trasporti Armando Siri, buttato fuori dal governo. Quindi si va avanti a suon di pan per focaccia. Rimpallandosi e rinfacciandosi responsabilità.

Ciò che produce “una paralisi che si trascina da tempo, sullo sfondo dello sconfortante bilancio di un anno di governo, ma che sta raggiungendo punte grottesche negli ultimi giorni della campagna elettorale” scrive ancora Folli sul quotidiano diretto da Carlo Verdelli. “Qualcuno dice che proprio questa è la chiave del rebus: la rissa è funzionale ad acchiappare voti e dopo tornerà tutto come prima. Nulla si può escludere in questa stagione di miope cinismo. Ma l’opportunismo di cui Cinque Stelle e leghisti sono campioni — i primi addirittura più dei secondi — fatica ormai a nascondere la loro crescente divergenza, dovuta a modi diversi di stare nella società e nell’economia. Salvini e Di Maio parlano a due Italie diverse che nel corso dell’ultimo anno non hanno trovato una sintesi nel governo giallo-verde, ma solo una sommatoria di interessi e di relativi provvedimenti”.

Neanche in base alle taumaturgiche doti del premier mediatore di cui Il Messaggero descrive ormai “la parabola” in un editoriale: “Una mediazione sarebbe riuscita a un Andreotti, o anche a una figura ormai dimenticata della vecchia DC, come Mariano Rumor. Perché comunque è un’arte, che non si apprende nelle aule universitarie o sui libri. Si tratta di un delicato equilibrio di azione e inazione, di un contrappunto di parole e silenzio. Se prevale l’inazione si rischia il galleggiamento ma se predomina l’azione si finisce invece per irritare uno dei soggetti su cui si esercita la mediazione”. Di un’azione improvvida sarebbe perciò vittima oggi il premier Conte. Il “caso Siri” o il rinivio preventivo al Quirinale del decreto bis sulla scurezza?



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