AGI - Nel processo interno avviato dall'Africa per valorizzare e gestire in modo autonomo le proprie risorse, stanno iniziando a emergere risultati concreti e strutturali. A tal punto che, secondo alcuni osservatori, nel 2026 il continente potrebbe diventare la prima potenza economica mondiale. È quanto emerge dal rapporto “Prospettive politiche ed economiche del continente”, pubblicato dalla rivista Africa e Affari. Il rapporto è stato presentato il 27 gennaio a Villa Celimontana, a Roma, alla presenza del suo direttore, Massimo Zaurrini, e di numerosi rappresentanti degli ambienti diplomatici ed economici attivi in Africa.
Di fronte agli sconvolgimenti internazionali e a una dinamica Sud-Sud sempre più affermata, il 2025 ha segnato una transizione fondamentale per l'Africa. Sono stati creati cinque nuovi fondi sovrani africani dedicati agli investimenti nelle risorse del continente, oltre a una Banca dell'oro in Egitto, una Banca dell'energia in Nigeria e l'agenzia di rating Afcra, la prima del continente. “Questi sono segni di profondi cambiamenti”, ha commentato Zaurrini, sottolineando una crescente volontà di concentrarsi sulle risorse interne e di ridurre la dipendenza dai rating e dai capitali esterni. Il quadro di questa nuova dinamica è fornito dalla Zona di libero scambio continentale africana (ZLECAf), il mercato comune promosso e pazientemente costruito dall'Unione africana. Nel 2024, il commercio intra-africano è cresciuto del 12%, raggiungendo i 220 miliardi di dollari, una cifra vicina ai 295 miliardi di dollari di scambi tra Cina e Africa.
Inoltre, i dati confermano una fase di stabilità, se non addirittura una possibile rivitalizzazione, delle relazioni economiche tra Italia e Africa. Da gennaio a ottobre dello scorso anno, gli scambi italo-africani hanno raggiunto i 45,3 miliardi di euro, una cifra in linea con le previsioni per il 2024 e che lascia intravedere un risultato positivo di circa 50 miliardi di euro nel 2025. Un altro dato incoraggiante: nello stesso periodo, il volume medio degli scambi dell'Italia con l'Africa, pari a 56 miliardi di euro, supera nettamente la media storica di 40 miliardi di euro. L'Italia importa dall'Africa principalmente energia, per un valore di circa 28 miliardi di euro, ed esporta altri beni per un valore di 16 miliardi di euro. Il 70% delle importazioni energetiche italiane dall'Africa proviene dal nord del continente (Algeria, Tunisia, Egitto, Libia, Marocco), contro il 30% dalle altre regioni.
Tuttavia, anche nell'Africa subsahariana, paesi chiave come Angola, Costa d'Avorio, Ghana e Senegal contribuiscono in modo significativo a queste importazioni. Gli investimenti italiani in Africa ammontano a 2,8 miliardi di euro, tenendo conto dei recenti disinvestimenti significativi effettuati in Nigeria e nella Repubblica del Congo. A questo proposito, Ester Stefanelli, responsabile delle relazioni pubbliche di Eni nell'Africa subsahariana, ritiene che, sebbene alcuni paesi, come il Kenya, integrino già una quota significativa di energie rinnovabili nel loro mix energetico, la forte dipendenza dagli idrocarburi che caratterizza molti paesi africani rende irrealistica l'idea di una transizione immediata. Stefanelli raccomanda piuttosto un approccio graduale, basato su soluzioni ibride. In ogni caso, sebbene le importazioni di energia costituiscano la parte più importante del commercio italiano con l'Africa, recentemente sono diminuite del 5% all'anno, aprendo così nuove prospettive per le esportazioni. Dopo diversi anni di stagnazione intorno al 2,5%, la quota delle esportazioni italiane verso il continente ha superato il 3,4% dal 2022, segnando una netta inversione di tendenza.
Da un punto di vista istituzionale, Fabrizio Lobasso, direttore del Sistema Italia e degli Investimenti presso il rinnovato Ministero degli Affari Esteri, ha spiegato che l'Italia ha ripensato il proprio approccio al continente. Questo mira a rafforzare le relazioni commerciali strutturate con i suoi partner africani, nel quadro di una diplomazia sempre più “ibrida”, in grado di associare la direzione centrale del ministero a un polo culturale orientato agli affari, nonché a un altro dedicato alle scienze, allo spazio e allo sport. Questa riforma segna, sotto certi aspetti, il passaggio simbolico dal Piano Mattei a un Piano di esportazione, riflettendo sia un cambiamento di mentalità istituzionale sia un crescente interesse per piattaforme strategiche come Nairobi, in Kenya.
Anche dal punto di vista delle imprese è emersa chiaramente la necessità di un cambiamento di ritmo. Secondo Zaurrini, se in passato la difficoltà risiedeva nella strutturazione di un "sistema paese" in grado di sostenere il nuovo orientamento verso l'Africa, ora sono le imprese a faticare a stare al passo. Eugenio Bettella, di Bergs & More, sottolinea che è giunto il momento di posizionarsi rispetto agli altri attori internazionali: “Esportare non basta, dobbiamo collaborare con le imprese locali”, ha affermato, aggiungendo che "il momento di agire è adesso, mentre le infrastrutture sono in costruzione e le regole del gioco sono ancora in fase di definizione. Ritardare significa arrivare troppo tardi su un mercato già consolidato". Questa dinamica si riflette anche nelle fiere organizzate nei paesi del Golfo, dove la finanza araba e le imprese africane sono sempre più presenti. In questo contesto di crescente concorrenza, Bettella ha sottolineato la necessità di un approccio prudente nei confronti del continente, tenendo conto delle normative europee come la legge sulla deforestazione, che rischiano di suscitare diffidenza e isolamento se non accompagnate dal dialogo e dalla cooperazione.
La sfida, sottolinea Simone Marino del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD), non è più solo quella di rassicurare gli investitori - gli investimenti diretti esteri rimangono stabili - ma di trasformare la crescita economica in crescita sociale. “Il PNUD, profondamente riorganizzato dal 2022, funziona ora come una piattaforma che collega governi, istituzioni e settore privato, con progetti incentrati su energia, digitale, clima e formazione”, ha precisato. Strumenti assicurativi e finanziari come “Misura Africa” di Simest, ha ricordato Zaurrini, possono concretamente sostenere le PMI italiane interessate al continente in questo contesto di adeguamento, a condizione di beneficiare di una maggiore visibilità.
C'è un'altra sfida importante: la demografia. Ogni anno, in Africa, undici milioni di giovani raggiungono l'età lavorativa ed entrano nel mercato del lavoro in cerca di occupazione. Nello stesso periodo, l'economia formale del continente riesce a malapena a creare tre milioni di nuovi posti di lavoro. Questo divario abissale, messo in luce con forza dalla Banca mondiale, rappresenta una vera e propria bomba a orologeria per il continente. Non si tratta solo di un problema economico, ma di una priorità per la stabilità sociale e politica.