AGI - In un contesto di forte isolamento internazionale e complesso come quello dell’Afghanistan governato dai talebani, l’Ong italiana NOVE Caring Humans rappresenta una delle poche presenze continue sul campo, a supporto dei gruppi più vulnerabili. Negli anni l’organizzazione è diventata un punto di riferimento per le afghane e gli afghani, ottenendo risultati incoraggianti che accendono in loro la speranza di un futuro migliore.
Rilanci e controrilanci, gestire il rischio sul campo:
“Operare in Afghanistan non è una traiettoria sicura: è un gioco d’azzardo strategico. Richiede capacità di leggere il contesto, gestire l’imprevisto, e riorientare le azioni quando una strada si chiude. La tenacia non sta nel negare il rischio, ma nel saper gestire l’emergenza, proteggendo ciò che funziona e ripensando ciò che si blocca”. A raccontarlo all’AGI è Livia Maurizi, Direttrice di NOVE Caring Humans.
Gli operatori locali dell’Ong romana si muovono effettivamente in un contesto ad alto rischio, in cui nulla è lineare: divieti radicali convivono con spazi di azione inattesi, regole che cambiano improvvisamente e molto variabili da una regione all’altra. Questa apparente incoerenza genera spesso confusione. Ciononostante, da quel fatidico 14 agosto 2021, in cui tutto è cambiato, NOVE Caring Humans è rimasta accanto alle afghane e agli afghani - come lo faceva già dal 2013 - adottando una strategia che non punta a “vincere tutto e subito”, ma a restare nel gioco anche quando alcune mani non vanno come previsto. Alcune azioni avanzano, altre rallentano, altre ancora si fermano.
È in questo quadro che si collocano i principali interventi dell’organizzazione nel Paese asiatico, incentrati sia sulla gestione dell’emergenza che sulla realizzazione di progetti di medio e lungo termine, puntando sulla formazione e l’imprenditoria femminile, in settori che spaziano dall’agropastorizia all’artigianato.
Women in Business Hub, traiettorie diverse, stesso tavolo:
Le attività di imprenditoria femminile, raccolte sotto il cappello del Women in Business Hub (WiBH), restituiscono con particolare evidenza la complessità del contesto afghano. Alcune iniziative crescono e si consolidano, dimostrando che anche in uno scenario restrittivo esistono spazi di azione economica. Altre incontrano rallentamenti od ostacoli improvvisi, che impongono riorganizzazioni o sospensioni temporanee.
In un Paese che vive una delle più significative crisi di migrazione interna a livello globale, si è resa indispensabile una task force dedicata alle donne sfollate interne, prive di reti e mezzi di sussistenza: un progetto mirato che le accompagna dall’emergenza all’impresa, attraverso formazione e supporto alla creazione di micro-business femminili.
“Non tutte le traiettorie sono uguali, e non tutte portano agli stessi risultati. Per questo NOVE lavora su più fronti contemporaneamente, sapendo che alcune strade andranno avanti, altre si fermeranno, e che il valore sta nel non puntare tutto su una sola possibilità”, spiega all’AGI Susanna Fioretti, co-fondatrice di NOVE.
Semi di Rinascita, quando l’imprevisto viene dalla natura:
Il terremoto che ha colpito l’area orientale dell’Afghanistan a fine agosto 2025 ha introdotto una variabile imprevedibile, che ha complicato ulteriormente il contesto di lavoro nelle aree rurali isolate e prive di infrastrutture. Sostenuto dalla Cooperazione Italiana, il programma unisce la fornitura di animali da latte e formazione tecnica per garantire autosufficienza alimentare e crescita economica, in particolare per le donne.
È il caso di Roshan, capofamiglia di fatto che, come molti altri, continua a portare avanti le attività nonostante le difficoltà. “Mio figlio ha problemi di dipendenza e mio marito è malato; di conseguenza sono io a gestire e svolgere da sola tutte le attività domestiche e di sostentamento”, testimonia la capofamiglia. La mucca ricevuta è diventata una risorsa chiave: “La mungiamo due volte al giorno: una parte viene utilizzata dalla famiglia, l’altra viene venduta”.
Sebbene il progetto Semi di Rinascita avesse già avviato percorsi di formazione e sostentamento, la catastrofe naturale ha reso necessarie misure straordinarie. “A causa del terremoto, è emerso anche un altro imprevisto: la mancanza di accompagnatori. Le donne possono uscire e partecipare ai corsi solo se accompagnate da un mahram, un parente maschio. L’emergenza in corso d’opera ha richiesto un rapido adattamento: ricalibrare i gruppi, gli orari e le modalità delle attività per mantenere attiva la formazione. In contesti come questo, la variabilità delle regole è costante: l’obiettivo non cambia, ma ogni "mano" deve essere giocata con flessibilità, accettando la necessità di rivedere strategie e piani di azione.
Renew & Restart, creare opere d'arte dalla plastica:
In Afghanistan anche ciò che dovrebbe essere marginale diventa una variabile critica. L’assenza di un sistema efficiente di gestione dei rifiuti, in particolare della plastica, ha trasformato gli scarti in un fattore di degrado ambientale, sanitario ed economico. Solo a Kabul si producono ogni giorno tra le 3.000 e le 4.600 tonnellate di rifiuti solidi urbani, una quota rilevante dei quali è plastica non raccolta né riciclata. Il progetto Renew & Restart nasce dentro questo squilibrio: recupera rifiuti plastici e materiali di scarto, trasformandoli in risorse produttive attraverso formazione artigianale e microimprenditoria femminile. In un contesto segnato da instabilità e scarsità di alternative, anche ciò che altrove è scarto diventa una leva decisiva per la sopravvivenza economica. “Ho imparato un lavoro, trasformo materiali di scarto in oggetti artigianali. Oggi posso curare mio figlio e sostenere la mia famiglia. Prima non vedevo vie d’uscita.”, dice Fatima, beneficiaria di Renew & Restart.
Donne in Ripartenza, imprenditoria femminile per donne sfollate interne:
In Afghanistan lo sfollamento è una delle variabili più pesanti di un gioco già truccato. Le donne internamente sfollate (IDPs) e le returnees sono tra le più colpite dalla crisi multidimensionale del Paese: oltre quarant’anni di conflitto, shock climatici ricorrenti e il collasso politico del 2021 hanno spinto gli sfollati interni oltre i 4,3 milioni, in gran parte donne e bambini. Rientrate spesso in modo forzato e senza reti di supporto, queste donne affrontano una perdita simultanea di casa, reddito, status giuridico e accesso ai servizi. Lo sfollamento non è solo geografico, ma economico e sociale: nei contesti urbani informali di Kabul e Jalalabad, la sopravvivenza diventa una scommessa quotidiana, segnata da insicurezza alimentare e strategie di sopravvivenza negative.
Le attività previste dal progetto rispondono in modo diretto e mirato alle vulnerabilità strutturali individuate, intervenendo su un fattore chiave di protezione e resilienza: il rafforzamento dell’autonomia economica femminile. Attraverso un percorso integrato che comprende formazione imprenditoriale mirata, supporto alla creazione o al rilancio di micro-imprese, grant di avvio e un sistema di coaching continuativo, il progetto potenzia le competenze di 50 donne sfollate interne e sostiene concretamente l’avvio o il consolidamento di 30 attività economiche femminili. In un contesto in cui lo spazio civico ed economico per le donne si è drasticamente ridotto, investire sulle donne sfollate e su quelle rientrate forzatamente significa preservare il capitale umano, rafforzare la stabilità familiare e contribuire alla coesione sociale.
Giocare una mano fuori schema:
In un contesto così instabile, la flessibilità diventa una risorsa fondamentale. È in questa logica che si inserisce FEDA, il Fondo di Emergenza di NOVE: uno strumento pensato per intervenire su singole situazioni di criticità estrema che emergono sul territorio. “FEDA non affianca né sostituisce i progetti strutturati. Interviene quando, all’interno dei percorsi progettuali o attraverso segnalazioni dirette dal campo, insorgono bisogni urgenti e non programmabili: casi individuali o familiari che richiedono una risposta immediata e che non rientrano nei quadri di intervento ordinari”, precisa Maurizi. In Afghanistan, dove l’imprevisto è una costante e le reti di protezione sono assenti, poter attivare risposte rapide su queste emergenze continue è parte integrante di una strategia responsabile.
Costruire continuità nel tempo:
Il bilancio di fine 2025 di NOVE non è un elenco di successi né una rimozione delle difficoltà. È il racconto di un lavoro che procede consapevole che operare in Afghanistan significa accettare continui rallentamenti, arresti e cambi di rotta.
“Continuare a operare, in questo contesto, non significa ignorare i limiti, ma scegliere di non abbandonare il tavolo quando il gioco si fa più difficile. È una scelta di responsabilità che NOVE porta avanti con l’obiettivo di difendere ogni spazio possibile di autonomia, dignità e futuro”, conclude Maurizi.