AGI – Cosa c’è dietro una bottiglia simbolo del successo italiano nel mondo? Come fa un marchio di élite, sinonimo di qualità ed eccellenza destinato a pochi fortunati clienti, a diventare così popolare e importante da conquistare i mercati internazionali senza perdere la caratteristica di eccellenza? È il caso delle bollicine Ferrari, spumante italiano, trentino, che nel giro di 75 anni è diventato così amato e apprezzato da fare concorrenza al rinomato champagne francese.
A raccontare la storia delle Cantine Ferrari è Camilla Lunelli, direttrice della comunicazione e dei rapporti esterni del Gruppo Lunelli di cui fa parte Ferrari Trento e nipote di Bruno Lunelli che nel 1952 acquistò l’impresa di bollicine dal fondatore Giulio Ferrari, nel libro ‘Un’arte di famiglia. Storia di un sogno diventato il brindisi italiano per eccellenza’, pubblicato da Sperling & Kupfer. Si tratta di un memoir in cui Camilla Lunelli intreccia il proprio percorso personale con la vicenda delle Cantine Ferrari. Non soltanto la ricostruzione di un’impresa, dunque, ma il racconto di come si possa appartenere a una tradizione senza considerare già scritto il proprio destino.
Il percorso personale di Camilla Lunelli
Camilla Lunelli sceglie di non cominciare dalle cantine o dai successi aziendali, ma dall’Africa. Prima di entrare nell’impresa di famiglia, lavora nella cooperazione internazionale, tra Niger e Uganda, anche in missioni umanitarie delle Nazioni Unite. Questa partenza offre al racconto una tensione significativa: per tornare alle proprie radici, l’autrice ha prima bisogno di allontanarsene e di misurarsi con responsabilità diverse da quelle legate al cognome. Il ritorno in Trentino assume così il significato di una scelta, anziché di un passaggio automatico.
La storia delle bollicine Ferrari
Su questo itinerario personale si innesta la storia delle bollicine Ferrari: l’intuizione di Giulio Ferrari di produrre un vino capace di confrontarsi con lo champagne, l’intraprendenza di Bruno Lunelli e dei suoi figli, infine le sfide della terza generazione.
La scelta di Bruno Lunelli
“Si è scritto che mio nonno Bruno e Giulio Ferrari fossero amici – spiega l’autrice presentando il suo libro da Eataly a Roma – in realtà tra loro c’era un rapporto produttore-cliente anche se fatto di grandissimo rispetto reciproco. E così quando dopo 50 anni di attività il fondatore delle Cantine Ferrari (così chiamate perché erano effettivamente due dove produceva e conservava il vino), nel 1952 decise di vendere il suo marchio, scelse mio nonno”. Camilla Lunelli racconta che c’erano molti acquirenti che si presentarono per comprare il simbolo delle bollicine italiane, allora prodotto di eccellenza ma di nicchia (nel 1952 la produzione era di 8.000 bottiglie appena), tra cui anche il commendator Motta che voleva poter offrire ai suoi clienti i suoi panettoni con un vino spumante associato. “Ma non era trentino – ricorda l’autrice – come invece era mio nonno che, inoltre, aveva tre figli e gli garantiva anche una discendenza che si sarebbe presa cura delle Cantine Ferrari anche nei decenni a venire”. E così Bruno Lunelli, facendo molte cambiali, divenne proprietario dell’azienda di cui Giulio Ferrari mantenne il controllo di qualità e rimase consulente fino alla morte nel 1965.
La crescita delle Cantine Ferrari
La storia della famiglia Lunelli diventa così inscindibile da quella delle Cantine Ferrari. Bruno Lunelli si indebita con le banche per acquistare la creatura di Giulio Ferrari, ma ha le idee chiare: vuole passare da 8.800 bottiglie del fondatore a 17mila per rientrare dai creditori. Ma senza tradire l’idea della qualità e soprattutto della geolocalizzazione delle uve. Sa dove si coltivano viti Chardonnay e riesce a fare vino utilizzando uva acquistata nel Trentino perché, come ricorda Camilla Lunelli, amava dire che “il vino è figlio della terra in cui nasce, quello che in francese viene chiamato ‘terroir’”. E vince la scommessa rilanciando e ampliando il mercato delle Cantine Ferrari. E così nel 1965, anno in cui scompare il fondatore, Cantine Ferrari producono dieci volte il numero di bottiglie di quando l’azienda passò in mano alla famiglia Lunelli. Per arrivare a toccare il milione nel 1982, quando il marchio era diventato così popolare e amato che fece la sua comparsa in mondovisione sul campo dell’Italia campione del mondo, con Paolo Rossi che festeggiava con bollicine italiane l’11 luglio a Madrid.
L’approdo in Formula 1
Tra sport e Cantine Ferrari il sodalizio è diventato sempre più forte fino al capolavoro di strategia commerciale dell’approdo in Formula 1. Nel libro Camilla Lunelli racconta come nel 2020, a causa del Covid, le Cantine Ferrari occuparono con coraggio e grande intuizione il posto che era di Moët et Chandon come champagne utilizzato dai piloti sul podio. Fece un accordo con la Formula 1 e si aggiudicò l’esclusiva fino al 2024. Un modo per ampliare ancora di più, soprattutto negli Stati Uniti, un mercato ampiamente conquistato a partire dagli anni ’80 quando l’azienda trentina si era affermata nel mondo, dalla Cina alla Russia fino addirittura alla Francia dove le bollicine Ferrari furono le prime bottiglie di spumante non francese a entrare nella carta dei vini del Lido di Parigi.
La seconda generazione Lunelli
A partire dagli anni '70 e fino ai primi anni 2000, a Bruno Lunelli succedono i propri figli, Franco, Gino e Mauro, quest’ultimo padre di Camilla ed enologo. Grazie a lui durante gli anni della seconda generazione vengono lanciati il Ferrari Rosé, il Ferrari Perlé e il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore. Quest’ultimo fu una scommessa vinta da Mauro con i fratelli, con bottiglie fatte invecchiare dieci anni, le bollicine italiane più premiate di sempre. A queste bottiglie fanno seguito quelle che godono di un invecchiamento ulteriore fino a vent’anni che costituiscono dell’etichetta Giulio Ferrari Collezione.
La terza generazione Lunelli
Nel 2001 Matteo Lunelli entra in azienda, fino alla nomina nel 2011 a presidente e ad del Gruppo Lunelli che oggi, oltre alle Cantine Ferrari, comprende la grappa trentina Segnana, i vini Tenute Lunelli, le acque minerali Surgiva, il prosecco superiore Bisol, la Cedrata Tassoni oltre a Locanda Margon, ristorante premiato, secondo la guida 2020, con una stella Michelin. È proprio nel 2011 che avviene quindi il passaggio tra la seconda e la terza generazione che comprende anche Alessandro Lunelli (direttore tecnico), Marcello Lunelli (direttore enologo) e Camilla Lunelli (responsabile comunicazione e pubbliche relazioni).
L’eccellenza come valore di famiglia
In ‘Un’arte di famiglia’ l’autrice, ricordando che il motto di famiglia cita Aristotele e recita “l’eccellenza è un atto non un’abitudine”, conclude dicendo che è un’affermazione comune che “il fondatore crei, la seconda generazione consolidi, la terza distrugga”. Lo scopo suo, di suo fratello e dei cugini è di sfatare questo luogo comune. E, a ben guardare, finora sembra si siano mossi davvero bene al punto che nell’ultimo grande evento mondano e politico avvenuto in Italia, con la visita di re Carlo e della regina Camilla nel nostro Paese nel 2025, si brinda con bollicine Ferrari Riserva Lunelli.