AGI - Se la storia del Novecento fosse un romanzo, uno dei capitoli più densi di fascino, potere e tragedia sarebbe certamente quello dedicato alle tre mogli di Mohammad Reza Pahlavi, l'ultimo Scià di Persia. Tre donne profondamente diverse, i cui volti hanno raccontato al mondo l'ascesa e la caduta di una dinastia che sognava l'Occidente mentre le sabbie della rivoluzione iniziavano a muoversi.
Dal dovere dinastico al grande amore, fino alla rivoluzione culturale: ripercorriamo le vite di Fawzia, Soraya e Farah, le regine che hanno sognato il moderno Iran prima del drammatico esilio.
Fawzia d’Egitto: la "Venere del Nilo" imprigionata in una gabbia d’oro
Il primo matrimonio dello Scià fu un affare di Stato. Nel 1939, Mohammad Reza Pahlavi sposò Fawzia d’Egitto, figlia del Re Fuad I e sorella di Re Farouk. La stampa internazionale rimase folgorata dalla sua bellezza: occhi cerulei e tratti da diva di Hollywood che le valsero il paragone costante con Vivien Leigh. Tuttavia, dietro i sorrisi ufficiali si celava un profondo disagio.
Fawzia, cresciuta nel lusso cosmopolita e solare del Cairo, percepiva la Teheran dell'epoca come una corte provinciale, cupa e soffocante. Non imparò mai il persiano, preferendo rifugiarsi nel francese. Il fallimento del matrimonio fu sancito dall'impossibilità di dare un erede maschio alla corona (la coppia ebbe solo una figlia, Shahnaz). Fawzia scelse la strada, all'epoca scandalosa, del divorzio, tornando in Egitto e vivendo poi una vita riservata fino al 2013.
Soraya Esfandiary: il grande amore e lo strazio del ripudio
Se Fawzia fu il dovere, Soraya fu il cuore. Figlia di un nobile iraniano e di una donna tedesca, Soraya incarnava l’unione perfetta tra Oriente e Occidente. Il loro matrimonio nel 1951 fu una favola: un abito da sposa firmato Christian Dior da 20 chili, impreziosito da diamanti e perle, e un anello di fidanzamento da 22 carati. Ma la favola si scontrò con la cruda realtà della ragion di Stato. Soraya era sterile. Nonostante l'amore profondo che legava la coppia, la necessità di un erede maschio divenne un'ossessione per la monarchia. Nel 1958, con un annuncio radiotelevisivo che commosse il mondo (si dice che lo Scià pianse durante la registrazione), fu ufficializzato il divorzio.
Soraya divenne per sempre la "Principessa dagli occhi tristi", icona del jet-set internazionale e fugace attrice in Italia, prima di spegnersi a Parigi nel 2001.
Farah Diba: imperatrice moderna e volto della rivoluzione bianca
Nel 1959 entra in scena Farah Diba. Giovane studentessa di architettura a Parigi, Farah non fu solo una moglie, ma una vera partner politica per lo Scià. Fu lei a dare finalmente l'erede maschio alla dinastia, ma il suo impatto andò ben oltre la discendenza. Nel 1967, lo Scià compì un gesto rivoluzionario: la incoronò Imperatrice (Shahbanu), nominandola reggente. Farah divenne il simbolo della "Rivoluzione Bianca", il piano di modernizzazione dell'Iran. Fondò il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, acquistando opere di Picasso, Pollock e Warhol (tuttora custodite nei sotterranei del museo). Promosse riforme storiche per l’istruzione e l’emancipazione femminile. Era la "Jackie Kennedy del Medio Oriente", ammirata per eleganza e cultura. Nel 1979, l'onda d'urto della Rivoluzione Islamica costrinse la famiglia reale alla fuga. Dopo la morte dello Scià al Cairo nel 1980, Farah ha affrontato decenni di esilio tra Francia e Stati Uniti, segnati dal dolore per il suicidio di due dei suoi figli, Leila e Alireza.
Oggi, a 87 anni, Farah continua a essere un punto di riferimento per la diaspora iraniana. La sua autobiografia, “La mia vita con lo Scià”, resta un best-seller che tenta di spiegare un'epoca di splendore e caduta. Mentre Fawzia e Soraya appartengono ormai al mito, Farah resta l'ultima testimone vivente di un Iran che non c'è più, una donna che ha visto il suo Paese trasformarsi radicalmente, passando dai palazzi imperiali alle amarezze dell'esilio, senza mai smettere di sperare in un futuro diverso per la sua terra.