Il cavo sottomarino di Facebook che circonderà l'Africa

Per il Wall Street Journal si tratta di un cavo dati subacqueo che sarà costruito per ridurre i costi della larghezza di banda e rendere più facile l’iscrizione di più utenti

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OLIVER BERG / DPA
 
 Facebook 

Si chiama Simba, proprio come il protagonista del cartone animato Re Leone, ma con la savana ha poco a che fare: il suo habitat naturale, per così dire, è l’acqua. Non parliamo di pesci né di alcun altro animale: il protagonista della storia è un cavo, per la precisione un cavo attraversato da dati personali. Su cui Facebook vorrebbe far correre l’espansione di internet nel continente africano.

Al momento si tratta di un’idea e non c’è ancora nulla di ufficiale. Il progetto l’ha raccontato per primo il Wall Street Journal lo scorso aprile, facendoselo raccontare da fonti vicine all’argomento: “La società è in trattativa per sviluppare un cavo dati subacqueo che circondi il continente, uno sforzo volto a ridurre i costi della larghezza di banda e rendere più facile per il gigante dei social media l’iscrizione di più utenti”, ha scritto il giornalista Drew FitzGerald.

Per ora non si sa molto di più: il tracciato di questo cavo su cui viaggerebbero i dati scambiati dagli utenti è ancora un mistero, così come l’elenco di paesi che ne potrebbero giovare e i punti ponte sulla terraferma. Il progetto Simba, com’è stato ribattezzato, però esiste e lo testimonia anche il no comment di Facebook sull’argomento: “Quando prendiamo in considerazione le linee via cavo sottomarine guardiamo in tutto il mondo", ha spiegato al Wsj il portavoce della società, Travis Reed.

Un progetto da un miliardo di dollari

Cifre e tempi dell’investimento sono naturalmente top-secret, tanto più che non risulta che il progetto sia stato approvato né confermato. Insomma, Facebook si troverebbe in quella fase di trattative in cui l’affare può anche affondare invece di andare in porto. Qualche ipotesi, però, il Wall Street Journal l’ha fatta: secondo Greg Varisco, amministratore delegato di Cinturion - una società privata che pianifica di posare un proprio sistema di cavi nell'Oceano Indiano - realizzare il progetto Simba potrebbe costare qualcosa come un miliardo di dollari.

Più che il prezzo, però, il vero nocciolo della questione sarebbero le alleanze e le strategie commerciali per la posa del cavo: il potere passa dal possedere le infrastrutture, avere cioè una struttura proprietaria. Una situazione che consentirebbe di gestire il traffico nel modo migliore, e soprattutto in quello desiderato. Parlando di un mercato come quello africano, in espansione sia da un punto di vista demografico che economico, Facebook si ritroverebbe in prima fila in un’area del mondo che guarda al futuro.

A proposito di collaborazioni, il pensiero va a società di telecomunicazioni. Il giornale newyorkese fa i nomi di MTN Group e Vodafone, ipotizzando che “queste aziende potrebbero contribuire a pagare il progetto in cambio di parte della sua capacità di fibra ottica”. Dalle società, però, non è arrivato alcun commento.

L’Uganda, dove Facebook è già sbarcato (con i cavi)

Nell’Africa subsahariana, l’area di maggior peso in termini di popolazione del continente, poco più di un abitante su dieci ha un profilo Facebook. In numeri, sono 131 milioni di profili su una popolazione di 1 miliardo abbondante di persone (in tutta l’Africa gli abitanti sono un miliardo e duecento milioni): il margine di crescita è notevole.

I primi investimenti Facebook li ha già fatti, in particolare in Uganda: nel paese dell’Africa orientale ha collaborato con il colosso indiano Bharti Airtel e con il gruppo Bandwidth & Cloud Services di Mauritius all’installazione di circa 800 chilometri di cavi in fibra ottica nella regione nordoccidentale, nei pressi di Gulu, non lontano da quel Sud Sudan teatro della guerra civile fino a pochi mesi fa (l’accordo di pace tra le parti risale a settembre 2018, e non è ancora stato implementato).

Il progetto, iniziato all'inizio del 2017 e completato alla fine dello scorso anno, ha portato internet veloce, in 3G, in un'area dove vivono circa tre milioni di persone. I potenziali effetti sulle abitudini online dei cittadini, al netto di quella tassa sui social network imposta dal governo ugandese, sono enormi: dei 43 milioni di abitanti, meno della metà (il 44%) ha un telefono cellulare, secondo i dati del Groupe Speciale Mobile Association



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