"Più robot ci saranno e più posti di lavoro si creeranno" dice Lanier, guru di Internet

"Mi preoccupa moltissimo l’idea che Internet, che avrebbe dovuto essere un’utopia per l’informazione, stia in realtà riducendo la qualità dell’informazione a cui le persone hanno accesso, e questa è una tragedia" scrive sul Foglio l'uomo che ha creato il termine 'realtà virtuale'

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Peter Steffen / DPA / dpa Picture-Alliance
Jaron Lanier

“Dobbiamo smettere di fingere che l’intelligenza artificiale sia un essere supremo che renderà obsoleti gli esseri umani, quando invece tutto ciò di cui è fatta non sono altro che i dati di altre persone. Se cominciamo a vedere l’intelligenza artificiale in questa maniera, si può anche immaginare un futuro in cui le persone sono pagate per i loro dati, e in questo caso più intelligenza artificiale c’è, più robot ci sono e più saranno i posti di lavoro”. Lo sostiene in una conversazione con Il Foglio Jaron Lanier, guru di Internet, che “non soltanto ha costruito il primo dispositivo per provare la realtà virtuale assieme ad altri scienziati pazzi come Thomas Zimmerman; ha letteralmente inventato la locuzione ‘realtà virtuale’, e poche persone al mondo possono vantare una tale qualità adamitica” si legge nel servizio.

“Insomma, afferma Lanier - noto come pioniere della tecnologia e anche per essere al tempo stesso il pioniere del pensiero critico nei confronti della tecnologia - “se noi dovremo pagare per i servizi digitali, sarà vero anche il contrario, i dati di cui siamo portatori potrebbero diventare merce preziosa e l’economia di Internet potrebbe trovare un nuovo modello circolare”. Dunque Lanier è stato il primo in assoluto a spiegarci le derive della rete e ora ci avverte anche che bisogna ripensare la nostra vita online, rinunciando al tutto gratis e valorizzando l’unica merce che conta: i nostri dati.

Al Foglio spiega che la strada su cui ci si sta incamminando “è sbagliata” e che l’economia di Internet “è fondata su un inganno”, tanto che la vostra sudditanza “giuliva” ad algoritmi che mirano a influenzare il comportamento degli esseri umani ”costerà caro alla società”. E aggiunge: “Ci sono molte persone coinvolte nel criticare e comprendere quello che sta succedendo online, sta diventando un movimento di massa”.

Nella visione di Lanier, si legge nell’articolo “l’attuale economia di Internet nasce dall’incontro perverso tra due modelli diametralmente contrapposti, che messi assieme hanno generato un mostro. Da un lato l’idea che tutto ciò che è digitale debba essere gratuito, dall’altro l’idolatria per i grandi imprenditori tech”.

Perciò dice: “La cosa strana della computer culture è che è basata su due modelli estremamente contraddittori, anche se questa cultura non vuole riconoscere la contraddizione. Crede che grazie a Internet otterremo una specie di paradiso comunista in cui tutto è gratis, le persone condividono gratuitamente e tutto è fatto grazie al lavoro di volontari, non ci sarà più bisogno né del capitalismo né dei governi e per la prima volta si riuscirà a creare un’anarchia che funziona per davvero”.

“Questo è un ideale che le persone hanno accarezzato”, sottolinea Lanier, che continua: “E dunque, per creare l’illusione che le cose siano gratis online è stato necessario trovare un altro modello di business” e “Questo modello è strano, perché normalmente il modo in cui si fa affari è piuttosto semplice: il venditore vende un prodotto al cliente. Ma in questo caso l’utente, cioè quello che utilizza il prodotto, non è anche il cliente. Il cliente è una terza parte che non è coinvolta nella transazione e che paga per poter manipolare l’utente”.

La manipolazione, secondo Il Foglio, è un punto centrale del pensiero di Lanier. “Poiché lo scopo principale delle piattaforme di Internet è quello di vendere pubblicità agli inserzionisti – pubblicità che deve essere targetizzata mediante i dati estratti dagli utenti – il loro imperativo è quello di fare in modo che le loro fonti di materie prime (le materie prime sono i dati, le fonti siamo noi) rimangano il più possibile sulla piattaforma, in modo da facilitare l’estrazione. In linguaggio tecnico, si parla di mantenere alto l’‘engagement’, il coinvolgimento degli utenti. Per farlo utilizzano stratagemmi di manipolazione psicologici tratti dalle scienze comportamentali. Le notifiche che appaiono da tutte le parti e spingono a cliccare, i promemoria di compleanni e anniversari, il sistema dei ‘like’ e dei cuoricini che costringe a controllare compulsivamente se il proprio apprezzamento sociale aumenta o no, questi sono tutti strumenti di manipolazione”.

Per Lanier il primo punto nella lista delle cose da fare è cambiare il modello di business. Perciò bisogna spazzare via l’idea del “tutto gratis”. Ma come la mettiamo per esempio con le “news”? Sottolinea il Foglio, “Internet ha messo sullo stesso piano di accessibilità e di visibilità gli articoli e i contenuti prodotti da testate che investono nel giornalismo di qualità e quelli prodotti da sitacci”. Chiosa Lanier: “Mi preoccupa moltissimo l’idea che Internet, che avrebbe dovuto essere un’utopia per l’informazione, stia in realtà riducendo la qualità dell’informazione a cui le persone hanno accesso, e questa è una tragedia. È difficile spiegare come mi sento, perché la mia generazione, i miei compagni, i miei amici hanno lavorato per molti anni per costruire un nuovo modo di fare informazione e adesso scoprono che il risultato del loro lavoro è l’opposto di quello che immaginavano. Questo ci spezza il cuore. Ma non credo che l’idea del genio che ormai è scappato dalla lampada sia giusta, penso che sia troppo fatalista. Dobbiamo capire che cosa spinge le persone a pagare per qualcosa. Questa discussione è appena cominciata”.



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