"La mia startup è fallita non ha fallito, c'è una bella differenza". La parabola di Mosaicoon spiegata dal suo fondatore

Ugo Parodi era il poster-boy dell'innovazione nostrana: quando nel 2008 si iniziò a parlare di imprese innovative, lui a Palermo lanciò una azienda di video virali che ebbe un successo travolgente. Poi improvvisamente ha chiuso. Perché è andata così e perché il messaggio più importante non è negativo, anzi

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Questa è la storia triste, ma non troppo, di un giovane italiano che voleva conquistare il mondo. E a un certo punto pensava di potercela fare. Ce la poteva fare. Ma invece no. Questa è la storia di Ugo Parodi Giusino, che era il poster boy, il ragazzo immagine dell’innovazione nostrana.

Quando si è cominciato a parlare di startup, nel 2008, lui aveva 26 anni, ed era il primo al nastro di partenza. Me lo ricordo bene: bello, simpatico, spigliato. Velocissimo. In una scantinato di Mondello, la località balneare dei palermitani, aveva fondato una società che aveva l’obiettivo di creare video virali, quando ancora questa parola non esisteva nel marketing.

Oggi lo sanno tutti che sono i video che vengono condivisi attraverso i social molto rapidamente in modo da raggiungere il grande pubblico in fretta e a basso costo. Era una bella idea Mosaicoon, forse la prima società italiana a fare quello che oggi ti offre qualunque agenzia pubblicitaria.

Il primo video di Mosaicoon raccontava la storia di un senzatetto che diventava “ricco” grazie al fatto che dei creativi gli cambiavano le frasi scritte sui cartoni per chiedere l’elemosina. Erano così i video di Mosaicoon, divertenti, spiazzanti, originali. La società parte e decolla a razzo. Alcune multinazionali gli affidano le loro campagne, il fatturato vola e arrivano anche gli investitori.

Raccoglie in tutto 12 milioni di euro che non sono pochi per partire ma se vuoi conquistare il mondo ti bastano appena ad aprire alcune sedi all’estero: Londra, Madrid, Singapore, Seoul, Nuova Delhi. Anche se la sede centrale resta orgogliosamente a Palermo, a Isola delle Femmine.

L’idea è creare una piattaforma che consenta ai creativi di tutto il mondo di poter lavorare per le aziende che vogliono comunicare. Servono tanti soldi invece arrivano tanti premi, per tre anni di fila Mosaicoon viene nominata l’azienda più innovativa d’Europa, in Italia è il presidente della Repubblica Napolitano a premiare Ugo Parodi.

Sembra una favola, e in fondo lo è, ma non a lieto fine. Al momento di scalare, Ugo Parodi cerca investitori ma le grandi agenzie pubblicitarie del mondo si sono messe a fargli concorrenza, è dura. Per la prima volta non trova i soldi per andare avanti. E dopo dieci anni esatti chiude. L’ho sentito, triste ma non domo. Preoccupato che dal suo fallimento passi un messaggio di rassegnazione per chi prova a fare innovazione in Italia e non di speranza, perché sono comunque stati dieci anni formidabili. Ha ragione. Mosaicoon è fallita ma il gruppo di talenti che aveva assemblato lo troveremo di nuovo in qualche altro progetto. Più maturi, più consapevoli e con la stessa fame. Nella vita non vince chi non cade, vince chi quando si rialza è cresciuto.

Ugo, che è successo? Perché questa chiusura improvvisa?
“Avevo sottostimato i problemi che avrei dovuto risolvere per creare un business globale. Per imporre la nostra piattaforma tecnologica”

Eri partito facendo video virali di successo, ed andava a dio, poi che è cambiato?
"Abbiamo provato a scalare, sviluppando un software unico e proprietario con il quale puntavamo a creare un marketplace di creativi di tutto il mondo. E ci siamo riusciti, anche.

Cosa non ha funzionato?
"Quando siamo partiti eravamo soli sul mercato, adesso ci sono in campo player enormi e per far loro concorrenza servono grandi capitali. Non li ho trovati". 

Perché sei rimasto in Italia, anzi orgogliosamente a Palermo? Hai sempre fatto un vanto di aver creato una azienda innovativa in Sicilia dove i tuoi dipendenti potevano andare a lavorare in bermuda e fare surf in pausa pranzo…
"Lo rivendico, abbiamo creato un gruppo di talenti pazzesco, e abbiamo fatto tornare persone che erano all’estero. Questo valore non va perduto. Ma certo essere così italiani e siciliani fino all’ultimo non ci ha aiutato al cento per cento, diciamo": 

Cos’è esattamente che non va perduto? Chiudi...
"Tutte le cose belle fatte in questi anni, il fatto di aver creato una impresa che ha puntato sul talento, che ha lavorato con multinazionali pazzesche, che ha fatto grandi prodotti e anche un fatturato di vari milioni di euro. Sono stati dieci anni formidabili. Questo è il messaggio che conta, non il fallimento. Mosaicoon è fallita ma non ha fallito, c'è una bella differenza". 

E’ come se mi dicessi che conta il viaggio non la destinazione; molto romantico, ma nel business non è così.
"E’ invece è importante non lamentarsi sempre delle cose che non funzionano, che non si possono fare. E guardare a quello che si è fatto. Magari capendo gli errori per non ripeterli".

Ne hai fatti tanti?
"Miliardi. Ogni tanto ci ripenso. Anzi ci penso continuamente. Tantissimi errori, ma è normale quando da giovane guidi una azienda così ambiziosa. La complessità ti fa sbagliare. Sbagli tanto e speri di imparare in fretta. Ma alcuni errori sono unici, nel senso che sbagli e non ti viene data la possibilità di rimediare.

Ma alla fine perché chiudete? Quale l’errore più grave? Era sbagliato il modello di business di Mosaicoon?
"Il modello era giusto, ci credo ancora tantissimo come credo nel valore della piattaforma che abbiamo sviluppato. Chiudiamo perché abbiamo provato a fare un aumento di capitale per crescere e non ci hanno dato fiducia. E senza investimenti in questo mercato non esisti e non resisti".

Il solito tema dei soldi dei venture capital che in Italia scarseggiano?
"Diciamo che in Italia sono stati fatti tanti passi avanti. Oggi uno o due milioni di euro per partire se hai una buona idea e un buon tema li trovi. Ma se poi devi crescere è dura. Siamo ancora deboli sul lato scale up e internazionalizzazione".

Avevi raccolto dodici milioni di euro in un primo momento: chi erano i tuoi investitori?
"Vertis, il primo a crederci. Imi. E poi alcuni family office. Io avevo, ho ancora, la maggioranza relativa".

Era proprio necessario chiudere?
"Non avevamo alternative".

Come avverrà?
"Tecnicamente è un fallimento lo stiamo perfezionando in questi giorni".

Nonostante tanti discorsi sulla cultura della Silicon Valley, in italiano “fallimento” resta una parola con un’aura molto negativa.
"Sbagliato. Fa parte della vita, e in particolare del mondo dell’innovazione, che si possa sbagliare, chiudere e fallire. E ripartire però. E’ questo il messaggio vero".

Come lo ha detto ai dipendenti? E’ stato improvviso?
"No, siamo una azienda molto trasparente. Erano tutti consapevoli della sfida e del rischio che correvamo. Ma sono talenti eccezionali. Non finisce qua per loro.

Neanche per te, hai solo 36 anni. Riguardiamo per un attimo che è successo in questi dieci.
"Premiato tre volte a Bruxelles come azienda più innovativa d’Europa, al Quirinale da Napolitano ho ricevuto il premio dei premi per l’innovazione…".

E hai aperto sedi in mezzo mondo, forse anche troppe.
"Singapore, Nuova Delhi, Seoul...".

L’inizio.
"In uno scantinato di Mondello. Con un gruppo di ragazzi appassionati di cinema e video. Il primo video si chiamava Reactivity e si vedeva un giovane senza tetto che chiedeva l’elemosina per strada e diventava ricco cambiando il testo sui cartoni".

Poteva finire diversamente? Mosaicoon, non il video del senza tetto. 
"Se penso lucidamente a quello che è accaduto in questi dieci anni non riesco a dirlo, ma sicuramente in qualche mondo parallelo c’è una Mosaicoon che ha conquistato il mondo".

E adesso?
"Non so stare ferrmo un attimo, sicuramente ripartirò. Ma adesso è importante condividere quel che è successo e non far passare il messaggio sbagliato".

Qual è quello giusto?
"Non è impossibile fare delle grandi cose in Italia. Anche se a volte fallisci".



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