Come combattere le agromafie e perché è così difficile in Italia

Dall'importazione di prodotti di bassa qualità al riciclaggio di denaro sporco, fino al caporalato, fotografia di un fenomeno in aumento contro il quale manca una legislazione adeguata

Come combattere le agromafie e perché è così difficile in Italia
Agromafie caporalato con logo cibo inchiesta italia

“Il termine agromafie è riduttivo, così come lo è quello di ecomafie: anche la criminalità agroalimentare è una criminalità di impresa che si serve dei servizi della mafie”. Non ha dubbi il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, intervenuto alla presentazione del V rapporto sulle agromafie e sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Fondazione Coldiretti ed Eurispes, coordinato dall’ex magistrato Gian Carlo Caselli.

Un intervento contenuto anche nello stesso rapporto, in cui si delinea in modo quasi drammatico un’evidenza che è sfuggita ai più. “Le organizzazioni criminali evolute, così vengono definite nel report, sfruttano le opportunità offerte dalla vulnerabilità dei mercati legali, dalla globalizzazione, dalle asimmetrie legislative a livello europeo ed internazionale”.

Se l’Italia ha affrontato i reati di associazione e di stampo mafioso con l’istituzione dell’articolo 416 bis, ha invece un vuoto legislativo che impedisce, di fatto, una concreta repressione della contraffazione, limitandosi a comminare reati di tipo contravvenzionale. Carenza che richiede un’armonizzazione legislativa a livello europeo, così come è avvenuto per i crimini contro l'ambiente, ha sottolineato Roberti, che ora sono entrati nel nostro codice penale. Come dire che ciò che mangiamo è, di fatto, meno tutelato rispetto a ciò che respiriamo e all’ambiente che ci circonda.

Le agromafie, camaleonti del falso Made in Italy

Ciò spiega l’incremento del business delle agromafie, rappresentate graficamente come “camaleonti del falso Made in Italy”. Business raddoppiato in cinque anni, aumentato solo nell’ultimo anno del 30%, arrivando a oltre 21,8 miliardi di euro, come conferma ad Agi Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti e della Fondazione omonima che ha dato vita all’Osservatorio contro le agromafie cinque anni fa. “La criminalità investe denaro sporco dal campo alla tavola in attività strategiche, visto che, anche in tempo di crisi, di cibo non si può fare a meno", sottolinea Moncalvo. “Si va - racconta il presidente Coldiretti - dai furti di bestiame e attrezzature nelle campagne, al caporalato e allo sfruttamento di manodopera, al controllo dei sistemi di trasporto del prodotto agricolo, fino alla gestione di ristoranti e intere catene della distribuzione”.

E la nuova frontiera della criminalità 3.0 è l’High frequency trading: lo scambio in Borsa ad altissima velocità in base a preordinati algoritmi, in grado di condizionare contrattazioni e listini. Tutti dati raccolti grazie alla collaborazione con le forze dell’ordine e ispettive, dalla Guardia di Finanza ai Nas, al Corpo Forestale, alla Dia e all’ispettorato Centrale per la tutela della qualità e delle repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf).

Un sistema diffuso, che va ben oltre le regioni meridionali del paese. Segno ne è l’importazione massiccia di prodotti di bassa qualità dall’estero, rilavorati e immessi nel mercato italiano. “Ma ad oggi non è ancora possibile sapere quanto entra dalle nostre frontiere e quali sono le aziende che trasformano materie prime inquinate e le marcano come italiane, in modo fraudolento, usando anche prodotti chimici e additivi pericolosi per la salute dell’uomo”.

Non solo il sud, anche il nord è 'contaminato'

Tutti temi affrontati nel V rapporto sui crimini agroalimentari che già nel primo capitolo prende in esame la presenza delle agromafie nel territorio, arrivando a calcolare, con l’aiuto di Eurispes e i dati forniti dagli enti di controllo, un indice di penetrazione criminale, legato alla forza e all’estensione di ‘ndrangheta, mafia e camorra e un indice di permeabilità territoriale all’agromafia.

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Costruendo così una mappa dell’Italia inquietante. Non solo il sud, ma anche il nord “contaminato”: province come Piacenza, Mantova, Ferrara e Rovigo hanno un alto indice di permeabilità, insieme a Cuneo,Vercelli, Alessandria, Lodi e Crema. E al centro non mancano zone critiche come L’Aquila, Teramo, fino ad Ascoli Piceno e Macerata. Classifica che vede tristemente in testa Foggia, provincia che ha anche sofferto di un alto tasso di disoccupazione.

Fenomeni che comprendono anche il riciclaggio di denaro sporco nel settore agroalimentare, come attestano le infiltrazioni nel tessuto aziendale emiliane, vedi la Star Gres di Casalgrande, accusata di aver riciclato milioni di euro attraverso un articolato sistema di false fatturazioni. Fino all’indagine della procura di Reggio Calabria che vede il clan dei Piromalli servirsi di società come la Ortopiazzola e la Polignanese per infiltrarsi nei mercati ortofrutticoli del nord Italia e milanese.

Il caporalato, oltre 400mila lavoratori sfruttati

L’ombra del caporalato, oggetto del secondo capitolo del rapporto, vede in testa, in Italia, la provincia di Latina, ma di fatto affligge, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, più di 400 mila lavoratori agricoli, l’80% dei quali stranieri. Sistema di sfruttamento e anche di vera e propria schiavitù che è dietro un prodotto importato su cinque, ricorda Moncalvo. Motivi che hanno indotto Coldiretti a sostenere la legge per la sua messa fuori legge.

Criminalità in campo che favorisce le mafie nel piatto e il “falso biologico”, ad esempio. Il comparto bio, uno dei più in espansione, con un incremento delle vendite del 20% nell’ultimo anno, è di certo oggetto di frodi e falsificazioni, in parte causato, a detta del rapporto, anche dall’evidente conflitto di interesse degli enti certificatori, sia privati che pubblici, a cui è affidato il sistema di controllo della produzione. Un esempio ne sono i sequestri e le indagini giudiziarie in cui sono stati colti in flagrante imprenditori di Pesaro, Campobasso, Verona e Piacenza e i responsabili di due enti di certificazione con sede a Fano e Sassari, come attestano indagini della Guardia di FInanza di Pesaro e dell’Ispettorato Repressioni Frodi del ministero delle Politiche Agricole.

Colpito anche il settore ittico

Neppure il comparto ittico risulta esente dall’inquinamento mafioso e criminale con la “cupola del pesce” che ne controlla i mercati e la pesca illegale che colpisce i nostri mari. Così come da quello ambientale, per via dell’alta contaminazione delle aree portuali italiane. Tutti fattori che favoriscono l’assunzione da parte dei bambini italiani, secondo uno studio dell’Efsa, (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), di una maggior quantità di metilmercurio, ad esempio, da zero a tre anni.

Davanti ad un quadro così preoccupante, (che in questi mesi continueremo ad indagare con Inchiesta Italia) che fare? “Abbiamo raccolto l’impegno dei tre ministri Minniti, Martina e Orlando per riportare  in consiglio dei ministri il testo di riforma in materia di reati agroalimentari e ci auguriamo che ciò avvenga a breve”, ribadisce Gian Carlo Caselli, che oltre il coordinamento scientifico del rapporto sulle agromafie, ha presieduto la commissione di elaborazione del testo voluta dallo stesso ministro Orlando, due anni orsono.

Trasparenza, controlli e coordinamento tra enti di vigilanza

Dall’altra parte, emerge unanime come l’unica strada resti quella della trasparenza, del coordinamento tra gli enti di vigilanza e ispezione e l’incremento dei sistema dei controlli. “Dobbiamo agire sull’etichettatura e sulla certificazione certa dei prodotti e delle materie prime - conclude il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo - ad oggi solo metà degli alimenti nel nostro carrello della spesa è davvero tracciato”.

E come ha dichiarato il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, è ora che competitività e controlli vadano di pari passo, per garantire l’eccellenza e il primato del comparto agroalimentare italiano. Senza dimenticare la tutela della salute pubblica.