La scintilla che ha acceso la rivolta di Bucarest
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Bucarest, Cluj, Timisoara. È il primo giorno di febbraio e in Romania sono scese in strada oltre 200mila persone. Urlano contro la corruzione. Urlano contro la prepotenza del potere. Le loro voci marciano unite, passo dopo passo, scricchiolando sulla neve. È scesa di notte, silenziosa. Davanti alla sede del governo, nella Capitale, ha formato un tappeto bianco, immacolato. La sentono anche gli agenti mentre provano ad arginare ciò che è già straripato. Alcuni sollevano, di peso, un ragazzo. Sembra quasi che ballino mentre tra le mani trattengono piedi e manganelli. Una folla così grande non la si vedeva dal 1989. Allora, insieme al muro di Berlino, crollavano le certezze di un popolo che Emil Cioran definiva “il più fatalista del mondo”. Ma in quel primo giorno di febbraio, in quelle strade di Iasi, Craiova e Galati, tra la neve e il freddo, fuori dalle stanze del potere, di quel fatalismo non c’è traccia. C’è solo voglia di urlare. Urlare che la corruzione non si può cancellare con una “grazia” sussurrata di nascosto o con una firma su uno squallido decreto.
Bucarest, Cluj, Timisoara. È il primo giorno di febbraio e in Romania sono scese in strada oltre 200mila persone. Urlano contro la corruzione. Urlano contro la prepotenza del potere. Le loro voci marciano unite, passo dopo passo, scricchiolando sulla neve. È scesa di notte, silenziosa. Davanti alla sede del governo, nella Capitale, ha formato un tappeto bianco, immacolato. La sentono anche gli agenti mentre provano ad arginare ciò che è già straripato. Alcuni sollevano, di peso, un ragazzo. Sembra quasi che ballino mentre tra le mani trattengono piedi e manganelli. Una folla così grande non la si vedeva dal 1989. Allora, insieme al muro di Berlino, crollavano le certezze di un popolo che Emil Cioran definiva “il più fatalista del mondo”. Ma in quel primo giorno di febbraio, in quelle strade di Iasi, Craiova e Galati, tra la neve e il freddo, fuori dalle stanze del potere, di quel fatalismo non c’è traccia. C’è solo voglia di urlare. Urlare che la corruzione non si può cancellare con una “grazia” sussurrata di nascosto o con una firma su uno squallido decreto.