Cosa rischia chi tenta di fare il furbo con il reddito di cittadinanza

Abbiamo controllato le dichiarazioni di Dalila Nesci (M5s), secondo la quale nel decretone sono previste sanzioni penali

reddito cittadinanza
Alessandro Serranò / AGF
Nella foto i banchi del Movimento 5 stelle, Maria Marzana (C), Dalila Nesci(dx), Luigi Di Maio 

Dalila Nesci (M5s) – relatrice di maggioranza del “Decretone”, cioè il d.l. 4/2019 che contiene “quota 100” e reddito di cittadinanza – ha dichiarato il 18 marzo: "sottolineo che il reddito di cittadinanza contiene specifiche regole e anche sanzioni penali che eviteranno a furbetti e criminali di accedere alla misura".

È un’affermazione corretta, ma bisogna segnalare che proprio le sanzioni previste rischiano di avere qualche problema di legittimità. Vediamo qual è la situazione.

Le sanzioni previste

Il d.l. 4/2019 è stato già approvato ed è dunque in vigore. Deve però ancora essere convertito in legge: dopo il via libera del Senato a fine febbraio è ora la Camera a discutere i possibili emendamenti. Dunque le cose potrebbero ancora cambiare prima dell’approvazione definitiva della legge.

Vediamo quali sono le sanzioni previste al momento, contenute all’articolo 7 del decreto.

Il primo comma dell’articolo in questione punisce (salvo che il fatto costituisca un reato più grave) con la reclusione da 2 a 6 anni chi, al fine di “ottenere indebitamente” il reddito di cittadinanza, dichiara il falso o produce documenti falsi, o omette informazioni dovute.

Il comma 2, poi, prevede che sia punita con la reclusione da uno a 3 anni la mancata comunicazione entro certi termini di variazioni del reddito, del patrimonio o di altre informazioni che potrebbero far ridurre o revocare il beneficio economico.

I commi seguenti poi non contengono sanzioni penali ma regolano i casi in cui il reddito di cittadinanza viene revocato o ridotto, a causa di condanne per i reati dei commi 1 e 2 e per reati gravissimi (comma 3), per dichiarazioni errate o false (comma 4), ma che non costituiscono reato, e se si rifiutano (comma 5) le occasioni di lavoro/formazione (entro certi limiti).

È dunque vero che siano previste sanzioni e ipotesi di revoca o riduzione del beneficio per chi prova a ottenere il reddito pur non avendone diritto (i “furbetti”) e – solo per determinati reati specifici o molto gravi – per chi ha subito condanne (i “criminali”). Proprio la durezza delle pene detentive previste, le “sanzioni penali” di cui parla Nesci, potrebbe causare qualche problema di legittimità.

Criticità di queste sanzioni

Nel dossier del servizio studi del Parlamento sul decreto legge 4/2019, del 18 marzo, si chiede al legislatore di prendere in considerazioni alcune possibili modifiche.

In particolare, a proposito della pena detentiva prevista da 2 a 6 anni per chi dichiara il falso (o fa carte false) per avere il reddito di cittadinanza, il dossier afferma: «essa è più elevata anche rispetto a quelle generali previste per le fattispecie delittuose di falso commesse da un pubblico ufficiale (cfr. gli articoli 476 e 479 del codice penale, relativi ai casi di falso materiale ed ideologico commessi da un pubblico ufficiale in atti pubblici)».

Questo è un problema. Infatti, prosegue il dossier, «le ipotesi di falso commesse da privati» sono di solito punite meno severamente «rispetto alle corrispondenti ipotesi di falso commesse da pubblici ufficiali». Quindi si chiede di “valutare” l’entità così alta della pena.

Il rischio è infatti creare un’incoerenza nel sistema punitivo previsto dal codice penale, per cui condotte meno gravi sono punite più severamente di condotte più gravi. E la medesima condotta criminale, se messa in atto da un pubblico ufficiale è più grave che se messa in atto da un cittadino: il pubblico ufficiale non solo approfitta del suo ruolo, ma crea anche un danno alla pubblica amministrazione a cui appartiene.

Anche il comma 2 presenta un problema. L’espressione “altre informazioni dovute” – che se non trasmesse possono portare a una reclusione da uno a 3 anni – è infatti troppo generica, nella valutazione dei tecnici parlamentare. «Si valuti l’opportunità di chiarire il richiamo alle attività irregolari – si legge nel dossier – considerato che né i precedenti articoli 2 e 3 né il comma 1 del presente articolo 7 fanno riferimento a tale nozione».

Una norma penale deve infatti rispondere al principio costituzionale di determinatezza, che esclude così l’arbitrio del singolo giudice e permette al singolo individuo di sapere cosa rischia e in quali casi.

Conclusione

Dalila Nesci ha ragione nel sottolineare come il decreto sul reddito di cittadinanza, di cui è relatrice, contenga anche diverse sanzioni penali e misure punitive (revoca e riduzione del beneficio) per chi prova ad ottenerlo senza averne diritto e per chi subisce determinate condanne.

Queste sanzioni sono però, a giudizio dei tecnici parlamentari, in un caso troppo elevate, considerato il sistema di pene previsto dal codice penale, e nell’altro contengono un elemento di indeterminatezza che potrebbe essere contrario a uno dei principi che vanno applicati alle norme penali.

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