Gentiloni ha commesso solo un errore nel suo discorso di fine legislatura

Solo un'imprecisione sulla creazione dei posti di lavoro, per il resto il premier ha riportato tutte informazioni corrette e verificate sui numeri dell'Italia, dall'economia ai flussi migratori

Gentiloni ha commesso solo un errore nel suo discorso di fine legislatura

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha tenuto il suo discorso di fine anno il 28 dicembre, poco prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciogliesse le Camere.

Era insomma anche un discorso di fine legislatura: Gentiloni ha cercato di rivendicare i meriti del lavoro non solo del suo governo, ma anche di quelli precedenti, sempre a guida Partito democratico, prima con Enrico Letta e poi con Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio, per supportare le sue tesi, ha riportato numerosi dati che dimostrerebbero l’efficacia dell’azione dei tre governi di questa legislatura.

Abbiamo analizzato alcuni degli argomenti principali per capire se sia stato sempre puntuale nelle sue dichiarazioni: in generale sì, ma c’è un errore piuttosto importante quando si parla di posti di lavoro.
 

La crescita in Italia

Buona parte del discorso è stata dedicata ad argomenti economici. In particolare, Gentiloni ha detto che “siamo indietro rispetto alla media di crescita dell’Eurozona, ma la distanza tra la media dell’Eurozona e il tasso di crescita italiana si è più che dimezzata negli ultimi 4 o 5 anni. Per la precisione, avevamo 1,9 punti di crescita in meno nel 2012 rispetto alla media dell’eurozona e adesso abbiamo 0,7 in meno rispetto alla media dell’eurozona, il segno di un meccanismo che si è rimesso in moto”.

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Per controllare che i dati riportati dal premier siano corretti, bisogna rivolgersi alle statistiche Eurostat. Nel 2012 l’Unione europea era in fase di decrescita, con un -0,4% di media se si considera l’intera Ue a 28 Paesi e al -0,9% se si considera la Ue limitatamente ai Paesi che adottavano l’euro come moneta unica.

Nel frattempo, l’Italia si attestava al -2,8%, per una differenza pari al -2,4% nel primo caso e al -1,9% nel secondo caso. Il dato riportato da Gentiloni è quindi corretto, dal momento che si riferisce all’Eurozona.

Quanto ad oggi, Gentiloni fa riferimento con ogni probabilità alle previsioni. Il dato più recente è infatti riferito al 2016 e in questo caso l’Italia è attestata allo 0,9% mentre la Ue28 all’1,9% e l’Eurozona all’1,8%, per una differenza in questo secondo caso di 0,9 punti: la metà del 2012.

Gentiloni parla invece di una differenza di 0,7 punti in meno “rispetto alla media dell’Eurozona” perché probabilmente tiene già conto delle previsioni per il 2017, l’anno peraltro in cui il suo governo è stato in carica.

Vediamo quelle solitamente più severe. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale dello scorso ottobre, quest’anno la crescita per l’Italia sarà dell’1,5% e del 2,1% per l’Eurozona (mentre l’intera Ue ha una crescita prevista del 2,3%). Gentiloni ha quindi ragione quando parla di una differenza dello 0,7% - anzi, il FMI è persino leggermente più ottimista, visto che la differenza è dello 0,6%. Probabilmente però il premier citava le stime della Commissione europea, che riportano effettivamente per l’Italia una crescita dell’1,5% e per l’Eurozona del 2,2%, con una differenza dello 0,7%.
 

Deficit e posti di lavoro

Sempre parlando di fattori economici, Gentiloni ha detto che “il deficit era il 3% del Pil nel 2013, sarà l’1,6% nel 2018, dimezzato. Abbiamo recuperato un milione di posti di lavoro perduti, la maggioranza dei quali a tempo indeterminato”. Mentre sul debito pubblico ha rivendicato che non sia cresciuto, ma anzi siano state poste le basi per un suo significativo calo nell’arco del 2018.

Partiamo dal deficit. In questo caso possiamo rifarci nuovamente ai dati dell’Fmi, che mostrano come il deficit fosse pari al 2,9% nel 2013 e sia sceso al 2,2% nel 2017. Gentiloni parla però delle proiezioni sul 2018 perché la legge di bilancio appena approvata dal suo governo avrà appunto effetto sull’anno seguente e per queste possiamo notare come la previsione dell’Fmi sia dell’1,3%, quindi persino più bassa di quella riportata dal premier.

La cifra riportata da Gentiloni però è 1,6% perché il premier si riferisce alla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2017, dove si spiega che “l’obiettivo di indebitamento netto viene posto per il 2018 all’1,6 per cento”.

Passando invece ai posti di lavoro, è un argomento che abbiamo già affrontato in numerose analisi e in particolare nello scorso ottobre in occasione di un’intervista di Renzi alla trasmissione DiMartedì. Già allora avevamo avuto modo di confermare che sia vero che i posti di lavoro siano aumentati di circa un milione, ma in realtà la maggioranza non sia a tempo indeterminato.

Per essere più precisi, i dati Istat più recenti riferiti a ottobre 2017 mostrano come gli occupati siano 23 milioni 82mila, mentre all’inizio del governo Letta, nel maggio 2013, erano 22 milioni 162mila, anche se poi il numero era calato fino a un milione e 119 mila nel settembre 2013. È inoltre vero che negli anni della crisi (2008-2013) si erano persi più di un milione di posti di lavoro.

Diverso invece il discorso sui contratti a tempo indeterminato. È vero che questi sono aumentati nel triennio 2014/2016 di 558mila unità: sembrerebbe davvero la maggioranza dei nuovi posti di lavoro. Ma è importante capire quanti siano davvero “nuovi” e quanti invece trasformazioni da altre forme contrattuali. Si potrebbe infatti immaginare un mercato del lavoro che non crea neppure un nuovo posto, ma che ne trasforma tantissimi da determinato a indeterminato e viceversa.

Grazie ai dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, che però si riferiscono solo al settore privato, si può fare un rapporto tra assunzioni a tempo indeterminato e totale dei nuovi posti di lavoro.

È così possibile notare come nel 2014 i nuovi contratti a tempo indeterminato siano stati il 23,4% del totale, nel 2015 il 32,3% del totale, nel 2016 il 21,8% del totale e nei primi dieci mesi del 2017 il 17,3% del totale. Anche se sono dati, ribadiamo, riferiti al solo settore privato, possono rivelarsi un buon metro di paragone per le parole di Gentiloni.
 

Il boom dell’export

“L’Italia è uno dei quattro o cinque giganti mondiali dell’export industriale”, ha aggiunto Gentiloni.

L’Osservatorio economico sul commercio internazionale del Ministero dello Sviluppo economico mostra come l’Italia sia stata nel 2016 il nono Paese al mondo per export. Nelle statistiche Ocse invece l’Italia risulta l’ottavo Paese al mondo per export, mentre secondo l’ultimo report del Centro studi di Confindustria del novembre 2017 sarebbe il settimo Paese al mondo.

Questi sono però dati sul totale delle esportazioni, mentre il premier Gentiloni si riferiva al solo settore industriale. Considerando quindi solo il settore manifatturiero saliremmo al sesto posto, con dati però riferiti al 2014. Si consideri per esempio che nei primi dieci mesi del 2017 c’è stata un’importante crescita delle esportazioni, pari al 7,1%, mentre secondo i dati dell’Istat di ottobre sarebbero cresciute dell’11,3% sullo stesso periodo del 2016, con il settore manifatturiero in linea con questi dati. È quindi possibile che queste variazioni abbiano influito sulla posizione dell’Italia nel mondo.

 

Un Paese (letteralmente) in salute

Gentiloni spiega anche che “l’Italia è il Paese più in salute del mondo” e precisa che si tratta di una considerazione basata su “un ranking di Bloomberg”.

Quando il premier dice “in salute” intende effettivamente che gli italiani sono il popolo con le migliori prospettive per la propria salute al mondo. A confermarlo è il report di Bloomberg del marzo 2017 citato dal presidente del Consiglio, nel quale l’Italia si è posizionata prima con un health index score di 93,11, davanti all’Islanda (91,21), alla Svizzera (90,75) e a Singapore (90,23).

L’indice di Bloomberg si basa su diversi aspetti, dalla durata della vita alla percentuale di persone che soffrono di alcuni disturbi frequenti e invalidanti, come la pressione alta, un eccesso di colesterolo o una salute mentale. Ma contano naturalmente anche fattori come il livello della sanità e il suo costo, la qualità dell’alimentazione o il consumo di sostanze dannose come il tabacco o l’alcol.

 

I perché della missione in Niger

Concluso il suo discorso, Gentiloni è poi restato a disposizione per alcune domande dei giornalisti e ha parlato anche della missione in Niger che il governo ha appena deciso di avviare. Il premier ha spiegato che il Niger “è il principale Paese di transito dei flussi migratori che poi arrivano in Italia. Ho sentito illazioni spettacolari, ma la realtà è che noi abbiamo un interesse italiano evidente nel consolidare la capacità nigerina di controllo del proprio territorio”.

Gentiloni intende dire che per frenare i flussi migratori non si può intervenire solo nei Paesi dai quali si imbarcano i migranti per dirigersi verso le coste italiane, principalmente la Libia e in piccola parte anche gli altri Stati nordafricani con uno sbocco sul Mare Mediterraneo.

Secondo il presidente del Consiglio, che è stato ministro degli Esteri per due anni durante il governo Renzi, per ridurre sensibilmente il numero di migranti che sbarcano sulle coste italiane è necessario quindi intervenire a monte.

Come è possibile verificare nella mappa interattiva sul sito dedicato ai flussi migratori (cliccare su “Transit routes”) dell’Iom, l’agenzia delle Nazioni unite che si occupa di migranti, la rotta che partendo da Agadez, nel centro del Niger, arriva a Tripoli in Libia è la più utilizzata per gli spostamenti interni all’Africa subsahariana.

Come segnala un report sempre dell’Iom del marzo 2017 dedicato ai flussi migratori in Niger, in tutto il 2016 i migranti che sono usciti dai confini del Niger sono stati 333.891. Si tratta solo dei migranti identificati tramite calcoli statistici dal personale delle Nazioni unite, il che non significa che questo numero corrisponda alla totalità dei migranti passati e partiti dal Niger in quell’anno, che potrebbero quindi essere molti di più. Si tratta di persone che sono passate dai due punti di raccolta informazioni dell’Iom, una ad Arlit e una a Seguedine, entrambe nella regione di Agadez.

La prima rotta (Arlit) è diretta verso il deserto del Sahara algerino, la seconda (Seguedine) verso quello libico. La prima rotta nel 2016 ha visto uscire 33.690 persone, la seconda 291.912 persone. È bene ricordare che nel 2016 sono sbarcati in Italia 181.436 migranti, come riporta l’Unhcr, e che la gran parte di questi (162.895) è arrivata dalle coste libiche. Esiste inoltre una statistica sulle dieci nazionalità più frequenti dei migranti sbarcati e tra queste non c’è quella nigerina.

Tutti questi dati dimostrano come il Niger sia effettivamente un hub per la regione subsahariana dove i migranti transitano da altri Paesi per raggiungere le coste del Mediterraneo e poi imbarcarsi per l’Italia.

 

Conclusioni

Se si eccettua il dato sui nuovi lavoratori a tempo indeterminato, che non è preciso, riguardo a tutti gli altri argomenti che abbiamo analizzato (crescita del Pil in rapporto alla media dell’eurozona, export industriale italiano, salute dei cittadini e necessità della missione in Niger) il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha riportato numeri o considerazioni vere e verificabili.



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