Montezemolo su Alitalia ha la memoria corta

Quale futuro per la compagnia aerea, sei punti del presidente

Montezemolo su Alitalia ha la memoria corta
 Luca Cordero di Montezemolo Alitalia (Afp)

Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Alitalia, ha dichiarato il 12 gennaio che nella compagnia aerea “il governo non ha messo una lira perché i soldi fino ad ora li hanno messi gli azionisti”. Il tema di Alitalia è tornato di grande attualità dopo le dichiarazioni del ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, sulla compagnia “gestita male” e sulla necessità di evitare di parlare di esuberi prima che venga discusso il prossimo piano industriale.  La ex compagnia di bandiera infatti, di nuovo, naviga in cattive acque.

L’affermazione di Montezemolo – che è presidente di Alitalia dalla fine del 2014 – è errata, se appena si allarga lo sguardo rispetto all’attuale crisi aziendale (l’ultima di una lunga serie): nella sua storia recente, la compagnia di bandiera ha ricevuto parecchi aiuti dallo Stato. 
 
 
Tutto comincia nell’aprile 2008, con il successo alle elezioni di Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia aveva rifiutato di garantire che in caso di sua vittoria alle elezioni avrebbe comunque portato a compimento l’accordo con Air France-KLM mediato dal governo Prodi, facendo naufragare quel tentativo di privatizzazione. Quell’accordo prevedeva l’acquisto da parte della società francese della compagnia italiana, e poneva a carico di Air France anche le passività di Alitalia.
 
Il rifiuto venne giustificato nel nome della salvaguardia dell’“italianità” dell’azienda. Una promessa che si scontrava con il diritto comunitario, che proibisce discriminazioni in base alla nazionalità, e infatti la clausola che impediva ai soci di vendere a persone fisiche non italiane o a persone giuridiche non “di diritto italiano” era solo temporanea (fino al 2013) ed era comunque aggirabile con una modifica statutaria. Si cercarono comunque investitori italiani disposti ad avanzare un’offerta. 
 
Venne così fondata la CAI, Compagnia Aerea Italiana, dai cosiddetti “capitani coraggiosi”. CAI era presieduta da Roberto Colaninno e vi figuravano il gruppo Benetton, Intesa San Paolo, il gruppo Riva (la famiglia che controllava l’Ilva), la famiglia di Antonio Angelucci, Carlo Toto, la famiglia Ligresti, Marcegaglia, Caltagirone (attraverso la società Acqua Marcia), il gruppo Gavio e Marco Tronchetti Provera.
 
Nel frattempo Alitalia, ad agosto 2008, entrò in amministrazione controllata e il governo Berlusconi, da poco eletto, prima prestò 300 milioni di euro alla compagnia, per impedirne l’immediato fallimento. Questa operazione è stata prima condannata dalla Commissione Ue, in quanto illegittimo aiuto di Stato, poi approvata da Tribunale e Corte Ue, anche se è rimasto in capo allo Stato l’obbligo di farsi restituire quei soldi. Ma ci torneremo.
 
Il 12 dicembre 2008 Compagnia Aerea Italiana S.p.A. sottoscrisse con il Commissario straordinario Augusto Fantozzi il contratto per l'acquisto degli asset di volo Alitalia - Linee Aeree Italiane S.p.A. al prezzo di 1,052 miliardi. La CAI comprò sostanzialmente la “good company” Alitalia, depurata degli esuberi e dei debiti (che invece restano alla “bad company”, statale).
 
Si pongono due questioni. La prima è sul prezzo pagato da Cai per acquistare Alitalia. Scrivevano in un paper  del 2008 gli esperti Andrea Giuricin e Ugo Arrigo: “Il Commissario straordinario è stato autorizzato a cedere a Cai gli asset Alitalia per 1,052 miliardi di euro mentre, adottando criteri omogenei a recenti cessioni di imprese aeronautiche in Europa, possiamo valutarli 1,8 miliardi”. 
 
Sulla questione della privatizzazione Alitalia, fu proposta da alcuni deputati nel maggio 2013 l’istituzione di una  commissione di inchiesta. Richiesta che non ebbe esito, ma che si proponeva anche di accertare la congruità del prezzo pagato da Cai. Stando alle stime di Giurcin e Arrigo, comunque, si può dire che “il governo” ha indirettamente messo 800 milioni di euro in Alitalia vendendo sotto prezzo. 
 
La seconda riguarda la “bad company” rimasta sul groppone dello Stato. Dei 3,2 miliardi di debiti di Alitalia, prima della privatizzazione, solo un miliardo viene ripianato dalla vendita a CAI. Ai 2,2 miliardi che così restano va poi aggiunto un altro miliardo di costo della cassa integrazione (fino a sette anni) per gli esuberi. Nel febbraio 2011 il commissario Fantozzi, presentando la sua ultima relazione, dichiarava di aver venduto quasi tutti gli asset rimasti allo Stato realizzando più di un miliardo, cui però vanno tolte spese per circa 400 milioni da suddividere tra tutti i creditori. 
Insomma 600 milioni circa per soddisfare più di 3 miliardi di euro di debiti. La differenza – circa due miliardi e mezzo – sono mancati guadagni che, grazie al meccanismo della “bad company” messo in piedi dal governo italiano, peseranno sui creditori della vecchia Alitalia e non sugli azionisti della nuova. 
 
Ai debiti della “bad company” Alitalia vanno poi aggiunti anche i 300 milioni di prestito di cui parlavamo poco sopra. Secondo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue quei soldi vanno restituiti allo Stato, che dunque si inserisce tra i creditori di una azienda statale che ha un capitale corrispondente a una parte minoritaria dei suoi debiti.
 
Nel 2013 l’economista ed ex senatore del PD Pietro Ichino scrisse: “Si può calcolare che fra mancati investimenti dall’estero, debiti non pagati dalla bad company ai creditori – quasi tutti italiani – e costo della respirazione bocca a bocca per tenere in vita la nuova compagnia, il rifiuto dell’offerta Air France-Klm abbia finito col costarci almeno quattro miliardi e mezzo”.
 
Da ultimo Montezemolo sembra non considerare che tra gli “azionisti” di Alitalia – quelli appunto che avrebbero messo i soldi ultimamente – dal 2013 c’è anche Poste Italiane, una società pubblica che è entrata anche per rimediare ai danni creati dalla gestione dei “capitani coraggiosi”. Con oltre 1,5 miliardi di perdite accumulate fino al 2013, la Cai è stata infatti una fornace che in media ha bruciato più di 25 milioni al mese (peggio di quanto facesse la compagnia quando era pubblica). Senza l'intervento delle Poste in dicembre e senza un corposo aumento di capitale approvato nell’estate del 2014, per 300 milioni, Alitalia sarebbe già fallita.
 
E nell’estate 2014 infatti va in scena l’altro salvataggio di Alitalia (pur oramai giuridicamente un’azienda privata). La compagnia aerea viene nuovamente epurata dai debiti (stavolta sono le banche che rinunciano ai propri crediti) e dagli esuberi (2.251 lavoratori, con conseguenti ricadute sulla cassa integrazione) e agli ex “capitani coraggiosi” subentra in buona parte, acquisendo il 49% della società al prezzo di 560 milioni di euro, la compagnia aerea Etihad. Nasce così Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A, di cui Montezemolo è il presidente. Nel 51% rimasto agli “italiani” i tre principali azionisti sono Intesa San Paolo, Poste Italiane e Unicredit.
 
Se dunque Montezemolo intende dire che nella nuova “good company” (la seconda, dopo la prima del 2008) lo Stato non ha messo una lira, è già parzialmente falso per via della presenza di Poste Italiane, il cui capitale è in mano allo Stato per il 60%, e lo era al 100% quando entrò in Alitalia nel 2013. 
 
Ma l’affermazione è sbagliata se consideriamo che in precedenza l’Italia ha speso diversi miliardi di euro per depurare la sua ex compagnia aerea delle componenti in perdita, ha rinunciato a guadagnare altri miliardi di euro – prima evitando di vendere a compagnie straniere per motivazioni non di mercato, poi regalando ad Alitalia condizioni di mercato falsate sulle tratte principali per aiutarne la sopravvivenza – e in generale ha posto a carico della collettività un costo assai oneroso.altri miliardi di euro – prima evitando di vendere a compagnie straniere per motivazioni non di mercato, poi regalando ad Alitalia condizioni di mercato falsate per aiutarne la sopravvivenza – e in generale ha posto a carico della collettività un costo assai oneroso.