Ha ragione Donald Trump: Gerusalemme è la capitale di Israele?

Il presidente Usa ha annunciato di voler trasferire l'ambasciata da Tel Aviv, innescando la reazione dei paesi islamici. Ma come stanno davvero le cose?

Ha ragione Donald Trump, Gerusalemme è la capitale di Israele?

La dichiarazione con cui il 6 dicembre Donald Trump ha annunciato di voler trasferire l'ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme riapre per l'ennesima volta la questione su quale sia la capitale dello Stato di Israele. Già in occasione della presentazione del Giro d'Italia - che partità dalla Città Santa - si era innescata la polemica sulla distinzione tra la parte Ovest e quella Est della città. Ma qual è lo status della città, e quanto è fondata la dichiarazione del presidente Usa? 

Storia di Gerusalemme

In base alla Risoluzione Onu 181 del 1947, Gerusalemme sarebbe dovuta essere un corpus separatum rispetto allo Stato israeliano e allo Stato palestinese che sarebbero dovuti nascere, e sarebbe dovuta essere amministrata direttamente dalle Nazioni Unite (parte III, lettera A).

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Queste disposizioni non sono mai entrate in vigore, per via della guerra arabo-israeliana del 1948. In quell’occasione Gerusalemme finì divisa in due, con la parte ovest controllata da Israele e la parte est – dove si trova la Città Vecchia, coi principali luoghi santi per le tre religioni monoteiste – controllata dalla Giordania (che assunse il controllo anche della Cisgiordania, mentre l’Egitto quello della striscia di Gaza).

La situazione è poi evoluta ulteriormente nel 1967, con la “Guerra dei sei giorni”. Israele, che vinse rapidamente la guerra contro Egitto, Siria, Giordania e Iraq, occupò allora i territori palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

A differenza della Cisgiordania e di Gaza, che sono stati trattati come territori occupati da Israele (più o meno), Gerusalemme est è stata “annessa” allo Stato israeliano. Il diritto internazionale non riconosce questa annessione, ma Israele ha invece legiferato di conseguenza.

Nel 1980 la Knesset – il parlamento israeliano – passò infatti una legge costituzionale (“Basic Law”) che dichiarava Gerusalemme la capitale unica e unita di Israele, coronando così il sogno del fondatore di Israele Ben Gurion, che già nel 1949 aveva rivendicato in un celebre discorso all’Onu Gerusalemme come “capitale eterna” del neonato Stato israeliano. In seguito a tale legge costituzionale, la Knesset e gli altri uffici del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo sono stati trasferiti a Gerusalemme.

Le Nazioni Unite hanno reagito approvando due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sempre nel 1980: la 476, che condanna l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e nega qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformarla nella sua capitale, e la 478. Quest’ultima, vista la mancata ottemperanza di Israele alla precedente, oltre a ribadire la nullità della “Basic Law” israeliana per il diritto internazionale dispone il ritiro di tutte le ambasciate dei vari Paesi da Gerusalemme. Ad oggi queste si trovano infatti a Tel Aviv.

Diritto interno e diritto internazionale

Dunque, in base al diritto costituzionale israeliano è vero che Gerusalemme sia la capitale unica e unita dello Stato d’Israele. Lo sancisce la “Basic Law” del 1980.

Per il diritto internazionale, invece, quella norma non ha alcun valore, così come non hanno valore le azioni intraprese dallo Stato israeliano in conseguenza della “Basic Law”. Nessuno Stato, nemmeno gli Usa, fino alla dichiarazione di Trump, riconosceva dunque Gerusalemme quale capitale israeliana.

L’Italia, che come gli altri Stati non considera Gerusalemme nel complesso la capitale di Israele e non riconosce l’annessione israeliana della parte Est, ha anzi nella città (sia nella sua parte Est che nella sua parte Ovest) un Consolato che cura i rapporti con le autorità palestinesi.

Il consolato è rimasto a Gerusalemme proprio per la mancata risoluzione del caos giuridico seguito all’abbandono dello status di corpus separatum della città e agli sviluppi seguenti.

Il caso Unesco

La questione è dunque molto delicata. Ad esempio negli accordi di Oslo del 1993 fu tenuta fuori – insieme ad altre materie – dal negoziato, proprio per la sua capacità di pregiudicare il risultato finale.

Anche in tempi più recenti lo status della città è stato fonte di frizioni internazionali. In particolare l’Unesco (l’agenzia Onu per la cultura, la scienza e l’educazione) è stata spesso il fulcro di queste recenti frizioni.

A ottobre 2016 fu adottata una risoluzione – e l’Italia si astenne, suscitando molte polemiche – su Gerusalemme Est, che ribadiva l’illegalità dell’occupazione israeliana. Fu molto criticata perché utilizzava solo i nomi arabi per i luoghi santi della città, alcuni dei quali (il Monte del Tempio, in particolare) sacri anche per l’ebraismo.

Nel 2017, a maggio, fu poi votata un’altra risoluzione Unesco su Gerusalemme – questa volta l’Italia votò contro – che, evitando stavolta di utilizzare una terminologia divisiva e riconoscendo la città santa per le tre religioni del Libro, negava la validità di qualsiasi decisione presa dalla “potenza occupante” (Israele) su Gerusalemme.

La contrarietà italiana (e non solo) in questo caso era dovuta più al metodo che al merito, ritenendo infatti l’Unesco un foro non adeguato per questo genere di risoluzioni.

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