Possiamo chiamare flat tax la riforma del fisco nelle intenzioni del governo?

Secondo l'enciclopedia britannica e la Treccani la flat tax è un sistema di tassazione con un'aliquota unica. Ma quello che vuole l'esecutivo è qualcosa di assai diverso. Ecco perché  

Possiamo chiamare flat tax la riforma del fisco nelle intenzioni del governo?

Le ipotesi di riforma del sistema tributario che il governo sembra intenzionato a varare, non sembrano ancora introdurre quella che tecnicamente è nota come flat tax. A quanto sembra, almeno per quanto riguarda la manovra per il 2019, non ci sarà un'aliquota unica ma un numero superiore di aliquote, due, tre o forse più, che crescono al crescere del reddito secondo il principio di progressività. Se così sarà, parlare di flat tax sarebbe fuorviante. Le proposte che circolano sono piuttosto semplificazioni che mirano a modificare il sistema riducendo il numero di aliquote e ad abbassare la pressione fiscale.

Cerchiamo di raccogliere qualche elemento in più dalle dichiarazioni degli esponenti della maggioranza e del governo degli ultimi giorni.

Le posizioni nel governo

Luigi Di Maio, intervistato dal quotidiano spagnolo El Mundo il 15 settembre, aveva sostenuto che “la flat tax non sarà rigida, non ci sarà una sola aliquota, ma almeno tre”.

Il sottosegretario all’Economia Massimo Bitonci (Lega), lo stesso giorno, aveva invece parlato di due aliquote, una al 15% fino a 65 mila euro, e una al 20% per i redditi superiori “fino al tetto da 100 mila euro di redditi”. Non è chiaro quindi se per chi ha un reddito superiore a tale soglia ci sarebbe una terza aliquota, o più aliquote progressive.

In precedenza i capigruppo a Montecitorio di Lega (Molinari) e M5S (D’Uva) avevano presentato una proposta di “flat tax per i lavoratori autonomi. Ma, come aveva spiegato un articolo pubblicato pochi giorni fa da Lavoce.info, “la proposta di legge altro non è che l’incremento fino a 100 mila euro della soglia massima dei ricavi o compensi per l’accesso al regime forfettario”, che oggi è invece fissata a 30 mila euro. Non è chiaro se Bitonci stesse parlando della stessa cosa, vista la presenza della stessa soglia (100 mila euro) o di altro.

Si discute adesso anche dell’idea di introdurre una mini-aliquota al 5% per le start up di giovani under 35 che abbiano ricavi fino a 65mila euro, della durata di tre-cinque anni.

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva poi espresso una posizione ancora più prudente il 12 settembre, intervenendo a un evento di Confartigianato. Qui Tria aveva detto che la flat tax “è un processo molto complesso e richiede tempo”. L’obiettivo del governo, secondo Tria, è comunque quello di ridurre le tasse “indipendentemente dalla flat tax” e la semplificazione a “due aliquote è un modo per rendere più efficace il sistema”.

Ma al di là della legittima trattativa politica tra i due azionisti della maggioranza e i ministri tecnici, che dovranno alla fine trovare un compromesso e inserirlo nella prossima legge di stabilità, cerchiamo di capire cos’è la flat tax, cos’era stato promesso durante la campagna elettorale, cosa c’è nel contratto di governo e cosa sarebbe il regime tributario che – stando alle dichiarazioni viste fin qui – dovrebbe vedere la luce nei prossimi mesi.

Che cos’è la flat tax?

La flat tax, secondo la definizione dell’enciclopedia Britannica, è “un sistema di tassazione che applica una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito”.

Definizione simile viene data anche dalla Treccani, per cui la flat tax è “un sistema fiscale non progressivo basato su un’aliquota fissa, in particolare, imposta ad aliquota fissa”.

Elementi costitutivi sembrano dunque la non progressività in base al reddito e l’unicità dell’aliquota. Due condizioni che, da quanto dichiarato negli ultimi giorni, il governo non sembra intenzionato a rispettare.

Il professor Dario Stevanato, docente di diritto tributario all’Università di Trieste, ha commentato dicendo che, nelle proposte che circolano in questi giorni, “c’è solo il nome della flat tax, il contenuto è diverso”.

“Sia l’innalzamento della soglia del regime forfettario per gli autonomi, che appunto non riguarderebbe ad esempio i dipendenti”, spiega Stevanato, “sia la riduzione del numero di aliquote Irpef a un numero comunque maggiore di una, non creano una flat tax. Sono cose che non c’entrano nulla”.

Che cosa aveva promesso Salvini?

In campagna elettorale si è molto parlato di flat tax, proposta sia dalla Lega che da Forza Italia. In passato ci siamo quindi occupati spesso del tema, dei suoi costi (qui e qui, dei suoi precedenti, nonché dei possibili effetti, se ne traggano più vantaggio i ricchi o i poveri.

Vediamo ora quanto aveva promesso di preciso la Lega di Salvini. In un sito appositamente dedicato, la Lega proponeva (pag. 6-7) una vera flat tax, cioè un’unica imposta – non solo Irpef ma anche Ires, per le imprese – al 15%.

La progressività, necessaria in base alla Costituzione italiana (art. 53 co.2), secondo la Lega veniva garantita - per la tassazione sul reddito delle persone fisiche - da un sistema di deduzioni in base al reddito e al numero di componenti del nucleo familiare a carico del contribuente.

Era poi prevista la possibilità (pag. 16-17) di aumentare del 5% l’aliquota Ires per le imprese, in funzione del fabbisogno, e del 5% l’aliquota Irpef per le famiglie con un reddito superiore agli 80 mila euro. Ma solo come “clausola di salvaguardia”, nel caso “qualcosa andasse in modo diverso da quanto previsto”.

Infine era prevista (pag- 8-9) una “no tax area”, cioè nessuna imposta, per le famiglie con reddito lordo annuo inferiore ai 7 mila euro, e la possibilità per chi ha reddito lordo annuo inferiore ai 15 mila euro di optare per il precedente regime, se gli è più favorevole.

Cosa dice il contratto di governo?

Secondo il contratto di governo siglato da Lega e M5S, nella revisione del sistema tributario, “Il concetto chiave è ‘flat tax’, ovvero una riforma fiscale caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”.

“In particolare – prosegue il contratto – il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite IVA, imprese e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000,00 euro sulla base del reddito familiare”.

Per le classi a basso reddito, conclude il contratto, “resta confermato il principio della ‘no tax area’, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale”.

In base alla definizione sopra vista, già nel contratto di governo si parlava quindi di flat tax con riferimento a un sistema che – avendo due aliquote – in senso stretto non è una flat tax.

Conclusioni

Il provvedimento di riforma del sistema tributario che il governo sembra intenzionato a varare non introduce la flat tax in Italia. Non ci sarà infatti un’aliquota unica ma un numero superiore di aliquote, due o tre, o forse più, che crescono al crescere del reddito secondo il principio di progressività. Parlare di flat tax è dunque fuorviante.

Le proposte che circolano sono invece semplificazioni, che mirano a modificare il sistema riducendo il numero di aliquote e ad abbassare la pressione fiscale. A seconda di chi parla – ad esempio Tria o Bitonci – il contratto di governo sembra venire più o meno rispettato. Per un verdetto definitivo su questo punto si dovrà aspettare il testo definitivo della legge di stabilità.

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