Non tutti i candidati alla presidenza Ue sono stati corretti durante il dibattito in tv

Nel confronto tra Zahradil, Cuè, Timmermans, Vestager, Weber e Keller si è parlato di lavoro, commerci, ambiente e immigrazione. Qualcuno l'ha sparata grossa

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Aris Oikonomou / AFP
Jan Zahradil (ACRE), Nico Cue (Sinistra europea), Ska Keller (Verdi) Margrethe Vestager (ALDE), Frans Timmermans (PSE) Manfred Weber  (PPE) 

La sera del 15 maggio, nell’emiciclo del Parlamento europeo a Bruxelles, è andato in scena il dibattito tra i sei candidati alla presidenza della Commissione europea: Jan Zahradil (Acre - conservatori), Nico Cuè (Sinistra europea),  Frans Timmermans (Pse - socialisti), Margrethe Vestager (Alde - liberali), Manfred Weber (Ppe - popolari) e Ska Keller (Verdi).

Abbiamo selezionato diverse affermazioni fatte dai candidati, almeno una per ognuno, e le abbiamo sottoposte al nostro fact-checking. Ecco il risultato.

Zahradil (Acre)

Lavoro

Jan Zahradil, candidato del gruppo conservatore Acre (Ecr nel Parlamento Europeo), di cui fa parte ad esempio Fratelli d’Italia, ha dichiarato che «Nel mio Paese [La Repubblica Ceca n.d.r.] la disoccupazione è sotto il 3%».

È un’affermazione corretta.

In base ai dati Eurostat, il tasso di disoccupazione in Repubblica Ceca è del 2,2%, appunto al di sotto del 3%. La situazione è in costante miglioramento dal 2013, quando il tasso di disoccupazione era al 7%.

Il calo della disoccupazione (-4,8 punti percentuali) registrato in questo periodo in Repubblica Ceca è leggermente superiore, ma sostanzialmente simile, a quello registrato nella Ue a 28, passato dal 10,9% del 2013 al 6,8% del 2018 (-4,1 punti percentuali).

L’Italia nello stesso periodo ha visto la disoccupazione calare solo di 1,5 punti percentuali, passando dal 12,1% al 10,6%. Se prendiamo il picco più alto degli ultimi anni, registrato nel 2014 con il 12,7%, il miglioramento aumenta a 2,1 punti, comunque la metà circa della media europea.

Commercio

Jan Zahradil ha poi affermato che l’accordo tra Unione Europea e Giappone ha creato la più ampia zona di libero scambio al mondo, comprendente il 30 per cento del Pil mondiale.

La dichiarazione è corretta, se prendiamo in considerazione solo il Pil.

Con 6.200 e 18.800 mila miliardi di dollari, rispettivamente, Giappone ed Unione Europea costituivano nel 2017 quasi un terzo del Pil mondiale, che in quell’anno si attestava a 80,2 mila miliardi di dollari in termini reali (senza contare l’inflazione).

Fatta eccezione per l’area di scambio creata dall’istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), la più grande area di libero scambio al mondo è costituita dall’Unione Europea. Quindi, ogni Paese che si dovesse associare con l’Ue andrebbe ad ingrandire quella che è già la più importante area di libero scambio al mondo.

Il Giappone, con l’entrata in forza degli accordi nel febbraio 2019, ha dato accesso al mercato europeo ai suoi 127 milioni di abitanti, creando quindi la più grande area di libero scambio al mondo (in termini di abitanti, merci scambiate e Pil l’area di libero scambio Ue-Canada si piazza in seconda posizione).

Le economie di Ue e Giappone trasferiscono tra di loro un volume di merci anche molto inferiore a quello di altre aree di libero scambio. Ad esempio, l’accordo tra Stati Uniti, Canada e Messico (Cusma, ex Nafta) ha permesso di movimentare 1,1 mila miliardi di euro nel 2017, contro i 182,4 miliardi di euro di merci e servizi trasferiti tra Ue e Giappone nello stesso anno.

Cuè (Sinistra europea)

Inquinamento

Il candidato della Sinistra europea, il belga – ma nato in Spagna – Nico Cuè, ha affermato che «le multinazionali sono responsabili del 70% dell’inquinamento mondiale».

È un’affermazione che necessita di varie precisazioni. Per prima cosa vediamo da dove potrebbe arrivare il dato.

Secondo un report del think tank ambientalista Climate Accountability Institute, pubblicato a luglio 2017 e ripreso dalla stampa italiana e non solo, «100 produttori di combustibili fossili, inclusi ExxonMobil, Shell, Bhp Billiton e Gazprom, sono collegati al 71% di emissioni di gas serra generate dall’uomo a partire dal 1988». Più della metà delle emissioni dal 1988 - sempre secondo il report - sono poi collegate ad appena 25 produttori.

Cuè potrebbe dunque riprendere il dato contenuto in questo report, ma se così fosse commette diverse imprecisioni. In primo luogo è scorretto parlare genericamente di “inquinamento mondiale”. L’inquinamento da gas serra, infatti, è solo uno, per quanto importante, dei tipi di inquinamento che interessano il pianeta. Si pensi ad esempio al problema della plastica negli oceani o a quello dell’inquinamento del suolo da prodotti chimici.

Il report, poi, parla esclusivamente dei produttori di combustibili fossili, una categoria particolare nell’insieme delle multinazionali. Anche prendendo per buono il rapporto del Climate Accountability Institute, dunque, Cuè riporta il numero semplificando parecchio.

Immigrazione

Cuè ha poi anche affermato che «ci sono stati più di 30 mila morti nel Mediterraneo».

È un’affermazione corretta.

Secondo un report dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) – pubblicato il 24 novembre 2017 – il confine tra l’Europa e l’Africa, attraverso il mar Mediterraneo, «è il più pericoloso del mondo».

L’Oim stima infatti che qui, dal 2000 al 2017, siano morti o andati dispersi 33.761 migranti, nel tentativo di raggiungere il nostro continente. L’anno peggiore è stato il 2016, con 5.096 decessi. Nel 2018, i morti sono invece stati 2.299.

I ricercatori aggiungono anche che «sembra esserci una correlazione negativa tra il numero degli sbarchi e la probabilità di morire durante il viaggio». In sostanza: più sono gli arrivi, meno sono le probabilità che ci siano dei morti, e più alta è la probabilità di arrivare vivi. Per questo motivo, «fermare le migrazioni ed eliminare le morti in mare sembrano essere obiettivi in conflitto tra loro».

Timmermans (Pse)

Immigrazione

L’olandese Frans Timmermans, candidato dei socialisti alla guida della Commissione europea, ha dichiarato: «Non si dovrebbero multare i pescatori o altre persone su altre navi (probabilmente le Ong) che salvano le persone in mare, come sta facendo il governo italiano. Tutto ciò è inaccettabile». È un’affermazione prematura e quindi scorretta.

Il 10 maggio 2019, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha infatti annunciato di voler presentare al Consiglio dei Ministri il cosiddetto “decreto Sicurezza bis”, dopo quello approvato a ottobre 2018.

Ma sulla questione è nato uno scontro all’interno della maggioranza. Il Movimento 5 stelle vorrebbe ritardare la presentazione del decreto dopo le elezioni europee del 26 maggio, mentre Salvini ha già annunciato che il documento è pronto e che è intenzionato a discuterlo con gli altri ministri il prossimo 20 maggio.

In ogni caso, il testo ufficiale di questo decreto non esiste ancora: quello di cui parlano giornali e politici è il contenuto di una bozza, che prevede alcune misure per contrastare l’immigrazione. Dunque Timmermans dà per definitivo un testo che invece ancora dev’essere approvato.

L’articolo 1, stando alla bozza, stabilisce che nel soccorso in mare le navi in acque internazionali sono tenute «ad attenersi a quanto stabilito dalle convenzioni internazionali vigenti in materia ed alle istruzioni operative emanate dalle autorità responsabili dell’area in cui ha luogo l’operazione di soccorso ovvero dalle rispettive autorità dello Stato di bandiera».

In caso contrario, chi viola anche solo uno di questi obblighi rischia multe tra i 3.500 e i 5.500 euro per ogni migrante salvato. Per i «casi più gravi o reiterati» si rischia inoltre la sospensione o la revoca della licenza rilasciata dall’autorità amministrativa italiana per l’attività svolta in mare.

Se il testo venisse approvato in questa forma, si dovrebbe comunque prendere in considerazione quali «istruzioni operative» verrebbero considerate vincolanti, per stabilire se sia il semplice salvataggio di vite in mare a determinare la sanzione.

Vestager (Alde):

Lavoro

Margrethe Vestager, commissaria europea per la Competizione del mercato europeo e candidata alla presidenza della Commissione per i liberali europei (Alde), ha affermato che «sono stati creati più di 12 milioni di posti di lavoro in Europa negli ultimi 5 anni».

La dichiarazione è corretta.

Il dato è stato citato per la prima volta dalla commissaria per l’Occupazione Marianne Thyssen, in occasione della pubblicazione del rapporto Employment and Social Developments in Europe per il 2018. I numeri si riferiscono agli anni che vanno dal 2014 al 2018.

Eurostat conferma che dal 2014 al 2018 i posti di lavoro creati per la popolazione che va dai 15 ai 74 anni sono pari a circa 12 milioni (11,95 milioni per l’esattezza). Inoltre, il rapporto della Direzione generale per l’Occupazione riporta come l’occupazione sia arrivata al massimo storico nel 2018, dopo aver superato il picco pre-crisi già nel 2016 (grafico sottostante).

Grafico 1: Livelli occupazionali nell’Unione Europea rispetto al 2008 - Fonte: Employment and Social Developments in Europe

L’Italia è però in controtendenza. Secondo gli stessi dati Eurostat, il numero degli occupati in Italia è tornato ai livelli pre-crisi soltanto nel 2018. Inoltre, mentre gli occupati nel nostro Paese sono aumentati del 4,5 per cento rispetto al punto più basso della crisi (il 2013), nello stesso periodo l’incremento medio europeo è stato invece del 6,5 per cento, segno che il nostro mercato del lavoro ha sofferto maggiormente  le conseguenze della crisi economica.

Anche per l’Italia, però, i livelli di occupazione del 2018 rappresentano un record storico in termini assoluti, molto vicini al record relativo raggiunto nel 2008 (tasso di occupazione del 58,5 per cento).

Weber (Ppe):

Manfred Weber, candidato alla presidenza della Commissione Europea per il Partito Popolare Europeo (Ppe), ha dichiarato che «36 milioni di lavoro in Europa dipendono dal commercio».

La dichiarazione è corretta.

Secondo un report della Commissione, il commercio che i Paesi membri hanno con Paesi al di fuori della Ue che fornisce lavoro a 36 milioni di cittadini in Europa, ai quali si aggiungono i 19,7 milioni di lavori creati in Paesi extra Ue. Il commercio dell’Europa verso l’estero è quindi responsabile per quasi 56 milioni di posti di lavoro nel mondo.

La Commissione ricorda poi che un lavoro su 7 in Europa dipende dall’esportazione di merci – di cui il 79 per cento riguarda lavori a media o alta specializzazione –  e che 14 milioni di donne sono impiegate in questo settore.

Anche l’Italia beneficia in maniera considerevole degli scambi commerciali che avvengono con partner Ue ed extra Ue. Secondo i dati della Commissione, 2,8 milioni di posti di lavoro in Italia sono collegati all’esportazioni dell’Italia verso Paesi extra Ue. A questi si aggiungono mezzo milione di italiani impiegati nel settore export di altri Paesi membri che commerciano verso Stati extra Ue. Ciò significa che il 13 per cento degli italiani ha un’occupazione legata ai prodotti e servizi che l’Unione Europea esporta fuori del continente.

Keller (Verdi):

Ska Keller, candidata alla presidenza della Commissione per i Verdi europei, ha dichiarato che l’Unione Europea è il più grande donatore al mondo di risorse verso gli attivisti per i diritti umani.

La dichiarazione è imprecisa.

L’Unione Europea (e suoi Paesi membri) è il maggiore donatore al mondo di fondi per l’aiuto allo sviluppo. Nel 2017 l’Unione Europea ha donato 75,7 miliardi di euro, pari al 57 per cento del totale dei fondi destinati all’aiuto allo sviluppo nel mondo. Questi fondi vengono utilizzati per diversi scopi, tra i quali vi è anche la protezione dei diritti umani.

L’Unione Europea finanzia poi l’European Instrument for Democracy & Human Rights (Eidhr), un’azione esterna che l’Ue ha intrapreso a supporto della difesa dei diritti umani in vari Paesi del mondo. Per questo strumento sono stati stanziati 1,332 miliardi per il periodo 2014-2020. Di questi fondi il 20-25% è stato destinato ad attivisti per la difesa dei diritti umani (per una cifra che va dai 200 ai 250 milioni di euro). 



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