Come funziona il 'contratto di governo alla tedesca' che propone Di Maio?

Tutto sulla proposta che il leader del M5S ha avanzato a Pd e Lega, ma non a Forza Italia. E che non ha trovato finora consensi tra gli altri partiti

Come funziona il 'contratto di governo alla tedesca' che propone Di Maio?
Silvia Lore / NurPhoto 
 Luigi Di Maio

Sul blog del Movimento 5 Stelle, lo scorso 4 aprile, è stato pubblicato un articolo del leader del partito Luigi Di Maio in cui, tra le altre cose, si legge: “proponiamo un contratto di governo come quello che viene sottoscritto dalle principali forze politiche in Germania dal 1961. È un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare, dove si spiega per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo. Dentro si inseriscono tutti i dettagli delle cose che si devono fare, si firma davanti agli italiani e poi si realizza. Quello che c’è scritto è ciò che il governo si impegna a fare”.

Questa proposta, che il leader del M5S ha avanzato a Partito Democratico e Lega ma non a Forza Italia, non ha trovato finora consensi tra gli altri partiti.

Vediamo dunque cos’è questo “contratto di governo alla tedesca” che propone il M5S e che validità avrebbe.

La situazione in Germania

È vero che in Germania sia tradizione per le forze politiche sottoscrivere un accordo di governo. È successo ancora di recente, quando lo scorso 12 marzo la Cdu/Csu (conservatori) e la Spd (socialdemocratici) hanno firmato l’accordo intitolato “Una nuova partenza per l’Europa”, di 175 pagine.

Questo genere di accordo viene siglato dopo il voto perché, col sistema elettorale proporzionale che vige nel Paese, è normale che le coalizioni nascano dopo le elezioni piuttosto che prima. È quanto succedeva anche in Italia durante la Prima Repubblica, e come potrebbe tornare a succedere adesso, visto che il Rosatellum è un sistema prevalentemente proporzionale.

Abbiamo contattato Jacques Pezet, fact-checker del progetto tedesco Correctiv.org, per avere alcuni chiarimenti in particolare su due punti: se la tradizione di questo genere di accordi risalga davvero al 1961 e se questi siano in qualche modo vincolanti.

Per quanto riguarda la prima questione, Pezet afferma che “sul sito della Konrad Adenauer Foundation, la fondazione (che è vicina al partito conservatore) scrive che ci sono state ‘discussioni circa la coalizione non pubblicate, in forma di scambi epistolari’ fin dal 1949. Il sito pubblica anche una versione degli ‘accordi di coalizione’ del 1957, che sono davvero molto simili ai contratti di coalizione (Koalitionsvertrag) attuali. Cioè che sembra rendere il 1961 l’anno del primo Koalitionsvertrag è che quel documento fu così chiamato espressamente”.

Pur con queste precisazioni, sembra comunque accettabile indicare il 1961 come data di inizio di questa tradizione politica tedesca.

Per quanto riguarda il valore di simili accordi, Pezet sostiene: “se si legge il contenuto dei ‘contratti’ si può notare come questo non sia molto preciso. Dà più un indirizzo che il governo intende prendere che non un elenco di leggi che verranno votate. Ad esempio quello appena siglato, stabilisce per quanto riguarda l’immigrazione, che ‘vogliamo evitare il ripetersi della situazione del 2015’ e dice che si vogliono sviluppare collaborazioni coi Paesi in crisi, ma senza menzionare espressamente quali siano i Paesi in questione”.

“Se poi un obiettivo fissato non viene raggiunto partiti e deputati non sono puniti con multe o simili. La ‘punizione’ dovrebbe essere data dagli elettori delusi”, conclude Pezet, “che voteranno per altre forze alle elezioni successive”.

Abbiamo poi contattato per un secondo parere Udo Gümpel, corrispondente dall’Italia dal 1997 per la tv tedesca.

Secondo Gümpel, il Koalitionsvertrag “è una dichiarazione di volontà politica, che non può essere in alcun modo vincolante perché in Germania – come del resto anche in Italia (art. 67 cost. ndr.) – vige una norma costituzionale che impone il divieto di ‘mandato imperativo’ ai parlamentari. Questi rispondono solo alla nazione e agiscono secondo coscienza, qualsiasi accordo che andasse a limitare giuridicamente la loro coscienza sarebbe incostituzionale”.

“Inoltre – prosegue Gümpel – in Germania si discute sul senso di una simile operazione: lo scorso ‘contratto’ siglato nel 2013 è stato rispettato al 70%, e questo è stato già un ottimo risultato secondo gli analisti tedeschi. Ma è praticamente impossibile definire nel dettaglio cosa si intenda fare nei prossimi quattro anni, perché nessuno può prevedere cosa succederà a livello nazionale, europeo e internazionale in tale lasso di tempo”.

“Si pensi”, conclude il giornalista tedesco, “che il contratto del 1961 era di appena 9 pagine, di cui cinque dedicate a principi di politica estera. Era infatti l’anno dell’innalzamento del muro di Berlino, e con quel documento Adenauer voleva rassicurare gli Alleati, a dispetto delle voci che davano la Germania Ovest in avvicinamento all’Unione Sovietica, circa il saldo ancoraggio all’Occidente. Dunque per la politica nazionale erano state redatte quattro pagine per quattro anni di governo”.

Conclusione

Di Maio ha ragione nel sostenere che in Germania ci sia una tradizione piuttosto lunga (la data del 1961 può, con certe precisazioni, essere ritenuta corretta) di “contratti di governo” tra diverse forze politiche.

Ma sembra che il leader del M5S non abbia del tutto chiaro quale sia il contenuto di questi contratti. Al di là del fatto che essi non sono – né possono essere, tanto in Germania quanto in Italia – in alcun modo vincolanti da un punto di vista giuridico, e dunque parlare di “contratti” è per certi versi fuorviante, è falso che in tali “contratti” sia scritto “nero su bianco, punto per punto” quello che si vuole fare e che si spieghi “per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo”. Né, tantomeno, che “dentro si inseriscono tutti i dettagli”.

Come abbiamo visto, spesso il contenuto è al contrario piuttosto generico e non dettagliato, proprio per garantire al governo il necessario grado di discrezionalità nell’affrontare le varie questioni che possono emergere (o evolvere) nel corso della legislatura.

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