Con il calo degli sbarchi, i morti in mare sono aumentati o calati?

In senso assoluto, c'è stato un calo ma, secondo Enrico Letta, quattro anni fa moriva un migrante su 40 e oggi uno su 8

Con il calo degli sbarchi, i morti in mare sono aumentati o calati?
Aleandro Biagianti / AGF 
Enrico Letta 

Il 30 gennaio Enrico Letta, ospite a Circo Massimo su Radio Capital, ha criticato le politiche del governo in tema immigrazione. Secondo l’ex presidente del Consiglio, è vero che le morti in mare e gli sbarchi sono diminuiti, ma rimane un problema (min. 51:47): «Mentre quattro anni fa moriva un migrante su 40 che attraversava il Mediterraneo, oggi ne muore uno su 8».

Ma sono numeri corretti? Abbiamo verificato.

I morti in mare sono diminuiti

Secondo i dati ufficiali dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nel 2018 in Europa sono arrivati dal Mediterraneo 139.300 migranti, un calo di circa il 20 per cento rispetto ai 172.324 del 2017.

Una diminuzione ancora maggiore degli sbarchi si è registrata in Italia. Nel 2018, gli arrivi via mare nel nostro Paese sono stati 23.370, un calo di oltre l’80 per cento rispetto ai 119.369 dell’anno prima.

A questa riduzione è corrisposto anche il calo del numero totale dei morti in mare. L’anno scorso, in tutto il Mediterraneo, l’Unhcr ha registrato 2.275 persone che hanno perso la vita o sono finite disperse, una diminuzione di circa il 28 per cento rispetto al 2017 (3.139).

Discorso analogo vale per l’Italia: nel 2018, nella rotta centrale del Mediterraneo, sono morte 1.311 persone, meno della metà di quelle del 2017 (2.837).

Ma il tasso di mortalità continua a crescere

Vero insomma che siano morti meno migranti l’anno scorso rispetto al passato, ma il numero dei morti rispetto agli arrivi è invece aumentato.

Nel 2018, se si rapportano i numeri appena visti su sbarchi e morti in mare per tutto il Mediterraneo, si scopre che ha perso la vita un migrante ogni 54 arrivati salvi, mentre l’anno prima era uno ogni 61.

Questo dato peggiora sensibilmente se si considera solo l’Italia, molto più pericolosa da raggiungere rispetto a Spagna e Grecia. L’anno scorso, al centro del Mediterraneo è morto un migrante ogni 18 arrivati salvi, mentre nel 2017 era uno ogni 42.

E quattro anni fa, com’era la situazione? Nel 2016, gli arrivi in Italia via mare erano stati 181.436, con 4.578 tra morti e dispersi. Letta ha quindi ragione sul primo dato citato: all’epoca moriva un migrante ogni 40 arrivati salvi.

Ma perché l’ex presidente del Consiglio dice che oggi «ne muore uno su 8», quando abbiamo visto che sarebbe uno ogni 18? Una possibile risposta sta nell’andamento del tasso di mortalità, che dal 2018 è in continua crescita.

Letta infatti non specifica a cosa si riferisce quanto dice «oggi», ma probabilmente fa riferimento ai numeri registrati con il nuovo esecutivo.

Secondo i dati da giugno 2018 (quando si è insediato il governo Conte) a oggi (31 gennaio 2019), gli arrivi via mare in Italia sono stati 10.095, di cui 155 in questo primo mese del nuovo anno. Nello stesso periodo, i morti in mare su questa tratta sono stati oltre 900 negli ultimi sei mesi del 2018, e circa 150 già a gennaio 2019. In breve, circa 10.100 arrivi e circa 1.050 morti.

In sostanza, con le nuove politiche di deterrenza del governo, ogni migrante morto in mare ne sono arrivati circa 10 salvi, un dato leggermente diverso da quello citato da Letta («oggi ne muore uno ogni 8») ma comunque peggiore della media registrata lungo l’arco di tutto il 2018.

L’ex presidente del Consiglio potrebbe aver fatto confusione con le statistiche citate da un’analisi pubblicata a ottobre 2018 dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Secondo queste elaborazioni, infatti, nei primi quattro mesi di governo (giugno-settembre 2018), i morti e i dispersi erano aumentati rispetto a prima, «fino a raggiungere le 8 persone al giorno» (numero uguale a quello citato da Letta, ma che non si riferisce al tasso di mortalità rispetto agli arrivi).

Quali sono le cause?

Questa situazione è stata denunciata di recente anche dall’Unhcr, che il 29 gennaio 2019 ha pubblicato una versione aggiornata del suo rapporto Viaggi disperati: Rifugiati e migranti in arrivo in Europa e nelle sue frontiere.

«Nonostante il numero di arrivi sia stato molto più basso rispetto a quello, elevato, registrato in Italia ogni anno fra il 2014 e il 2017 o in Grecia nel 2015, i viaggi sono rimasti pericolosi come sempre», spiega l’agenzia Onu. «Nonostante il numero complessivo di morti in mare nel Mediterraneo centrale sia più che dimezzato nel 2018 rispetto all’anno precedente, il tasso di mortalità fra le persone che hanno tentato la traversata è aumentato nettamente».

Questo non vale solo per l’Italia, come abbiamo visto, ma anche per la Spagna, dove nel 2018 il tasso di mortalità in mare è stato quattro volte più alto rispetto l’anno prima.

Ma quali sono le cause di questo fenomeno? Secondo il governo, e in particolare il ministro dell’Interno Matteo Salvini, i responsabili principali sarebbero le Ong, che con la ripresa delle loro attività di soccorso sono accusate di incentivare le partenze (pull factor) e quindi il rischio di morire in mare.

Alcuni studi smentiscono questa ipotesi. Una ricerca del 2017 pubblicata dall’Università di Oxford mostra infatti che non c’è correlazione tra il numero di migranti salvato dalle Ong e il numero di partenze. Stesso discorso per i morti: il loro numero non cresce se ci sono più soccorsi delle Ong nel Mediterraneo. 

Secondo i critici, però, le organizzazioni umanitarie avrebbero contatti con i trafficanti di esseri umani, che utilizzerebbero sempre più gommoni – piccoli e in cattive condizioni – per mandare i migranti in Europa, aumentando il rischio di perdere la vita.

Ma ad oggi nessuna inchiesta ha dimostrato collusioni tra Ong e trafficanti. E inoltre, come mostra un’analisi di Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi, le Ong non sembrano influire sui tipi di mezzi utilizzati per partire dalla Libia. Già quattro anni fa – quando il 10 per cento dei salvataggi nel Mediterraneo era fatto da queste organizzazioni – 8 imbarcazioni su 10 salvate erano gommoni, non barche di piccole o grandi dimensioni.

In tutto questo, al momento nella rotta centrale del Mediterraneo è rimasta soltanto la Sea Watch 3 a operare come nave Ong di soccorso.

Che cosa si può fare?

La stessa Unhcr propone alcune soluzioni al problema dell’aumento del tasso di mortalità: creare un meccanismo regionale e coordinato per potenziare le operazioni di soccorso in mare; migliorare la ricerca e il soccorso nel Mediterraneo centrale, «eliminando anche le restrizioni alle Ong»; sollecitare le autorità libiche a «porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati e migranti intercettati o soccorsi in mare».

Nel 2018, infatti, l’85 per cento delle persone salvate nella zona di ricerca e soccorso della Libia sono state riportate indietro, in un Paese dove vengono detenuti, scrive l’Unhcr, in «condizioni tremende».

In pratica – spiega l’Unhcr – chi scappa e viene salvato dalla Guardia costiera libica torna al punto di partenza, favorendo i trafficanti di esseri umani che traggono profitto dai centri di detenzione, grazie alla compravendita dei migranti e le estorsioni alle loro famiglie.

Conclusione

Letta ha ragione quando dice che il tasso di mortalità nel Mediterraneo è aumentato, nonostante sbarchi e morti totali siano diminuiti.

L’ex presidente del Consiglio è leggermente impreciso nel citare i dati più recenti, visto che dall’insediamento del nuovo governo è morto un migrante ogni 10 arrivati salvi.

Un numero comunque quattro volte peggiore rispetto a quello registrato non solo nel 2017, ma anche quattro anni fa. 



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