Ma Amazon è davvero una frode per il fisco e il sistema postale americano?

Dopo gli attacchi di Trump al colosso americano dell'ecommerce, alcuni fact-checking negli Usa hanno cercato di far luce sulle questioni sollevate dal presidente Usa (che non ha sempre torto)

Ma Amazon è davvero una frode per il fisco e il sistema postale americano?

l 28 marzo Axios.com pubblica un articolo che contiene informazioni riservate, che il sito dice di aver ricevuto direttamente da fonti interne alla Casa Bianca, in cui si dice che il presidente Donald Trump avrebbe pronto un piano per affondare un attacco senza precedenti ad Amazon, il colosso dell’ecommerce fondato nel 1994 da Jeff Bezos, accusato di aver creato un monopolio delle vendite online e di aver costretto ad una situazione finanziaria difficile il servizio postale americano.

Axios è una testata giornalistica online nata nel 2016 che in pochi mesi si è accreditata come fonte sempre ben informata sui fatti di Washington. Il suo fondatore, Jim VandeHei, era il capo dei corrispondenti di Politico.com dalla Casa Bianca. E anche in questo caso le fonti di Axios si sono rivelate ben informate, perché a meno di 24 ore dalla pubblicazione dell’articolo, Trump dopo quasi un anno è tornato ad attaccare su Twitter Amazon. E poi ancor ieri l’ultimo affondo: "Si dice che il servizio postale americano perderà in media un dollaro e mezzo per ogni pacchetto consegnato per Amazon. Il che equivale a migliaia di dollari […]. Questa frode deve finire! Amazon deve pagare i prezzi corretti (e le tasse) ora!”.

Trump accusa quindi Amazon 1) di essere un monopolio, e di voler agire tramite l’antitrust 2) di non pagare il servizio postale per la consegna dei suoi prodotti quanto dovrebbe 3) di non pagare tutte le tasse che dovrebbe.

In questi giorni sono stati pubblicati dalla stampa americana e da agenzie indipendenti diversi fact checking che cercano di fare chiarezza leggi, numeri e dati alla mano, sulle asserzioni del presidente americano.

 

Amazon è un monopolio?

Per capire se Amazon è un monopolio bisogna intendersi su cos’è un monopolio. Treccani lo definisce come “Una forma di mercato caratterizzata dall’accentramento dell’offerta o della domanda nelle mani di un solo venditore”, che ha come conseguenza “la chiusura del mercato stesso. Per questa sua caratteristica, le posizioni di monopolio sono oggetto di controllo antitrust”.

Amazon nel 2017 ha venduto beni per un fatturato pari a 172 miliardi circa (BBC). È senza dubbio un colosso dell’ecommerce, e al momento a livello globale l’unica azienda con lo stesso business in grado di tenerle testa è Alibaba. Ma stando alla definizione di monopolio, è difficile attribuire questa etichetta ad Amazon.

Un monopolio esiste quando un’azienda domina a tal punto il mercato che può decidere a proprio piacere di ridurre la produzione di un prodotto, o aumentare il prezzo di un bene o di un servizio per un periodo considerevole di tempo. È questa situazione su cui interviene generalmente l’antitrust, che interviene per regolare il mercato e favorire la concorrenza per agevolare i clienti.

Al sito di fact check-in americano Politifact il professore Herbert Hovenkamp dell’università della Pennsylvania, ha detto che “generalmente si definisce un monopolio ciò che crea danno ai clienti, non ai concorrenti. E la maggior parte delle lamentele ad Amazon arrivano dai concorrenti, mentre i clienti sono piuttosto soddisfatti”.

E poi c’è un’altra questione. L’antitrust è intervenuta ad esempio nel 1990 su Microsoft, accusata di controllare il 90 percento del mercato del software mondiale con il suo Windows, costringendo gli utenti ad utilizzare i suoi prodotti tramite accordi specifici con i produttori di computer che li istallavano direttamente sui propri sistemi. Facebook invece oggi è sotto la lente dell’antitrust americana per aver usato indebitamente i dati dei propri utenti e mancato di un controllo serrato delle leggi sulla privacy. Al momento Amazon non ha subito alcuna indagine di questo tipo.

 

Amazon ha distrutto il sistema postale americano?

La seconda accusa di Trump riguarda quanto paga il servizio postale americano, denunciando che “sta perdendo milioni di dollari ogni anno perché fa pagare ad Amazon troppo poco, rendendo Amazon più ricco e il servizio postale più povero”.

Perché Amazon paga di meno il servizio postale lo ha spiegato qualche mese fa un fact-checking di Vox, che scrive: “Il servizio postale americano ha una serie di accordi con Amazon. È un ente che da un lato gestisce in maniera monopolistica la consegna della posta ordinaria, dall’altro lavora nel libero mercato nella consegna di pacchi a domicilio. Il prezzo per la consegna dei pacchi è contrattato con le aziende private (come Amazon, ndr) in base a quanto l’azienda spedisce pacchi già pronti".

"L’accordo", prosegue Vox, "prevede da un lato un minor costo nei servizi di spedizione, dall’altro però permette alle poste americane di preparare carichi che raggiungono tutto il territorio nazionale, consegnando insieme ai pacchi di Amazon anche i servizi di posta ordinaria, riducendo i costi di spedizione”. Amazon inoltre ha spiegato che l’accordo con le poste è ‘rivisto ogni anno’ e che comunque le Poste lo considerano vantaggioso. Trump quindi ha ragione, ma vede solo un lato della faccenda. Il beneficio, spiegano anche fonti delle Poste Usa, è per entrambi.

Aggiunge il New York Times che è vero che il servizio postale americano pubblica dati sui propri conti sempre più negativi. L’ultima volta che è andato in utile è stato 12 anni fa. E anche l’ultima trimestrale è negativa, con perdite nette per 540 milioni. È parzialmente vero che …. ….  “Ma le perdite non possono essere soltanto attribuite ad Amazon”. Al di là dell’accordo, se Amazon pagasse le consegne a tariffa piena, i suoi costi di consegna aumenterebbero di circa 2,2 miliardi. Il 40% di questi andrebbero probabilmente alle Poste, che non sono l’unico servizio di consegna usato da Amazon. Troppo poco per risollevare le casse del servizio, che ha problemi di gestione finanziaria più profondi.

 

Amazon non paga abbastanza tasse?

Secondo i documenti pubblicati dalla Tax Foundation, Amazon ha pagato un totale di 412 milioni di tasse federali, statali e all’estero nel 2017. Erano 273 l’anno precedente e 144 ancora un anno addietro. Ma Trump l’accusa di avere troppe agevolazioni fiscali e di trovare sempre delle scorciatoie per pagare di meno.

Politifact in effetti sembra dar ragione a Trump, ma per ciò che era negli Usa fino al 2015. Prima di allora, spiega il sito di fact-checking, solo il 13% dei profitti di Amazon venivano versati in tasse. Uno studio del S&P Global Market Intelligence aveva rivelato che Amazon pagava tasse federali del 9,3% tra il 2008 e il 2012, ben al di sotto dell’aliquota del 35% prevista dalla legge Usa.

Ma Trump, continua Politifact, ha torto quando dice che Amazon evita tutti gli esattori fiscali federali. “A livello statale, Amazon ha resistito a lungo prima di pagare le tasse sulle vendite. Ma oggi la società paga le tasse in tutti gli stati in cui esistono imposte statali oltre a Washington D.C.”, dove la società di Bezos ha la sede, a Seattle. Una decisione di pagare le tasse statali ‘per lo più volontaria’, perché una decisione della Corte suprema del 1992 impedisce agli stati di costringere le società che vendono online di pagare le tasse sulle vendite se la società non ha sedi, proprietà immobiliari o dipendenti nello stato in questione.

 

Il giudizio dei Fact checker americani

Per tornare alle tre questioni sollevate da Trump, in primo luogo possiamo dire con buon margine di certezza che Amazon non è un monopolio delle vendite online, almeno stando alla definizione classica di monopolio. Non impone i propri prezzi, non si comporta come un monopolio dovrebbe. È senza dubbio un’azienda enorme, una multinazionale tra quelle che più hanno caratterizzato l'ascesa dell'economia digitale del 2000, ma il mercato delle vendite online è ben più vasto di quello di Amazon. Difficile pensare ad un’azione antitrust.

Trump ha in parte ragione invece sul prezzo delle consegne in America. Ma l’accordo tra le Poste e Amazon darebbe vantaggi ad entrambi, e romperlo dovrebbe essere una decisione che i due attori dovrebbero prendere. E che non sembra abbiano intenzione di prendere.

Sulle tasse invece Amazon ad oggi fa il suo dovere negli Usa, anche se beneficia di alcune agevolazioni fiscali. Ma le tasse federali le paga in 46 stati americani.

 

Una questione di romanticismo, e personale

Ma c'è un'altra questione che emerge in filigrana dagli articoli pubblicati dalla stampa americana: Trump non sarebbe troppo dentro le questioni dell’economia digitale. Un articolo di Axios racconta come lui in realtà sia legato alla buona vecchia economia del retail, dell’immobiliare e dei consumi nei negozi e nei centri commerciali. “Un’economia anni 50”. Questo giustificherebbe in parte perché non è stato affatto colpito dalla questione Facebook Cambridge Analytica.

E Amazon per lui sarebbe il male perché ha rivoluzionato la vendita dei beni con l’online. Allontanando le persone dai negozi, dai centri commerciali, da quell'economia 'concreta' che tanto piace al presidente Usa, e che dal punto di vista politico ha anche un certo seguito di nostalgici. Ma poi c’è Bezos. Che è il proprietario del Washington Post. Che non risparmia attacchi a Trump (l’ultimo, in ordine di tempo, è quello che analizza come alcune battaglie legali stiano mettendo a dura prova l’impero finanziario di Trump) e che dopo l’ultimo attacco di Trump ha risposto duramente all’accusa di operare come una lobby in favore di Amazon. La prossima mossa spetta a Trump.



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