La Cina vuole aprire le porte a Internet. Per controllarlo sempre di più

Si è aperta a Wuzhen la World Internet Conference, con tutti i big del web orientale e occidentale. Quali sono le linee di sviluppo del web in un Paese ossessionato dalla sicurezza informatica e dal controllo del consenso a fini politici

La Cina vuole aprire le porte a Internet. Per controllarlo sempre di più
Afp 
 World Internet Conference

Non chiuderemo le porte di Internet ma lo controlleremo sempre di più. Contraddizioni con caratteristiche cinesi? All’apertura della quarta edizione del World Internet Conference di Wuzhen, nella Cina orientale, il capo dell’ufficio per la Propaganda del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (Pcc), Huang Kunming, legge un messaggio del presidente Xi Jinping: “Lo sviluppo del cyberspazio della Cina è entrato nella corsia di sorpasso. Le porte della Cina diventeranno sempre più aperte”: una frase che riecheggia i toni del discorso di apertura del diciannovesimo Congresso del Pcc, che nell’ottobre scorso ha sancito il potere assoluto di Xi, rieletto per la seconda volta Segretario Generale. “La Cina vuole lavorare con la comunità internazionale per rispettare la sovranità del cyberspazio e promuovere partnership”. Con queste parole Xi ha riaffermato il concetto di sovranità su Internet. Cioè?

Il senso di Pechino per il web

Nata nel 2014 in contrapposizione con la Global Conference on CyberSpace, la tre giorni del World Internet Conference ha ben poco di internazionale - nonostante le ripercussioni globali. Presenza massiccia dei Paesi storicamente vicini alla Cina (Russia, Pakistan, Tajikistan), non è mancata in passato la partecipazione dei big dell’internet mondiale, tra i quali Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia), Reid Hoffman (co-fondatore di Linkedin), Vaugham Smith (vice presidente di Facebook). Quest’anno, insieme ai colossi dell’hi tech cinese che oggi sfidano la Silicon Valley -  tra di loro Jack Ma di Alibaba e Pony Ma di Tencent - spiccano i nomi di Tim Cook, il Ceo di Apple, e di Sundar Pichai, Ceo di Google. Non sono nuove le intenzioni di Pechino di sorvegliare la vita online dei cittadini cinesi con la collaborazione dei colossi dell’hi tech. La conferenza punta a legittimare la visione cinese del cyberspazio – inclusa la censura attraverso il Great Wirefall. Un controllo che riguarda 750 milioni di utenti cinesi. Più di un quarto della popolazione mondiale.

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Davanti alla platea riunita a Wuzhen, Wang Huning ha parlato di “nuove regole e sistemi di governance di internet” in Cina. Chi è Wang? L’ideologo del Partito, che proprio quaggiù, a Wuzhen, ha fatto il suo esordio pubblico da quando è entrato nella cerchia ristretta del potere, diventando uno dei sette membri del Comitato Permanente del Politburo. Il professore, 62 anni, è una delle novità della nuova composizione della leadership cinese emersa dal Congresso: non ha esperienza di governo, è il teorico del neo autoritarismo, il Guardian lo ha definito il "Kissinger cinese". Nella "nuova era" di Xi l'ideologia avrà un fortissimo peso. 

Business? Sì, ma funzionale agli interessi nazionali

Wang ha detto che la comunità internazionale ha “recepito e accettato” le idee del presidente cinese sullo sviluppo di Internet, ovvero il concetto di sovranità sul cyberspazio. Per tale principio (Wangluo Zhuquan, in cinese) si intende la libertà di un Paese di sorvegliare le informazioni che circolano in rete per mantenere la stabilità sociale e difendersi dagli attacchi esterni; spingendosi -  laddove necessario -  a censurarle. Il business? Deve essere in linea con gli interessi nazionali. 

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Il discorso di Wang non è nuovo. Ricalca un pensiero già espresso in passato. Siamo negli anni ’90, Wang è professore alla prestigiosa università Fudan di Shanghai, e in un saggio spiega perché la Cina ha bisogno di uno stato dispotico. In un Paese vasto e ancora povero, il governo deve esercitare un ferreo controllo sullo sviluppo dell’economia. Uno stato autoritario è dunque fondamentale per riaffermare la “grandezza nazionale” dopo il Secolo dell’Umiliazione – da cui la Cina cerca un definitivo riscatto. Sono perlopiù i concetti che ritroviamo nella odierna visione sul socialismo con caratteristiche cinesi (il “sogno cinese di rinnovamento nazionale” di Xi Jinping, il cui pensiero è entrato nello statuto del Partito).

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Wang non ha mai nascosto la sua avversità a maggiori aperture democratiche; pur essendo un ammiratore del modello degli Stati Uniti, ne ha sempre avuto un circospetto timore. Lo sviluppo di internet si trova stretto da queste contraddizioni: i leader cinesi da un lato sono consapevoli delle potenzialità economiche di internet, al punto di voler trasformare il Paese nel leader delle tecnologie del futuro, investendo massicciamente su intelligenza artificiale e robotica, dall’altro sono estremamente prudenti quando si tratta di ammorbidire i controlli su internet. In Cina è impossibile navigare sui siti stranieri senza un Vpn (Virtual Private network), il sistema che permette di aggirare la censura. Quando gli operatori stranieri, ospiti di qualche conferenza internazionale, fanno notare che nella propria camera di albergo internet è lento, oppure inaccessibile, i cinesi appaiono disinvolti, sembrano non farci caso - eppure avevano appena celebrato nei propri discorsi le aperture della Cina. Da Wuzhen emerge con maggiore forza la visione cinese sul cyberspazio: una mescolanza di aperture e chiusure. 

L'ossessione della sicurezza informatica

Pechino è ossessionata dalla sicurezza cibernetica. Un rapporto presentato a Wuzhen dalla Chinese Academy of Cyberspace Studies, svela che tra 38 Paesi analizzati, la Cina è seconda agli Usa in termini di innovazione, ma è indietro su cybersicurezza e infrastrutture. Il 2017 è stato un anno di severa censura. Da quando, nel giugno scorso, la Cina ha svelato una nuova legge sulla cybersicurezza, centinaia di sistemi Vpn sono scomparsi anche dagli App Store cinesi dei prodotti a marchio Apple. Del resto tanto Apple quanto Amazon si sono affrettate ad adeguarsi alle nuove regole dettate da Pechino. I gruppi stranieri lamentano di essere nel mirino delle restrizioni: tra le novità c’è l’obbligo, da parte degli operatori di infrastrutture informatiche, di immagazzinare “informazioni personali e dati vitali” per la Cina “raccolti e prodotti in Cina”. Per il governo cinese queste misure sono in linea con gli standard internazionali.

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Non sono passati inosservati, nello scenario di internet, i mutamenti ai vertici politici della supervisione sul web. La conferenza di Wuzhen giunge a poche settimane dalla notizia di indagini nei confronti dell’ex zar di internet, Lu Wei, fino allo scorso anno a capo della Cyberspace Administration of China (Cac, l’ente di supervisione del settore) e accusato di “gravi violazioni disciplinari”, un eufemismo che cela il reato di corruzione. Liu è stato uno dei primi funzionari di alto livello a finire sotto indagine dopo il diciannovesimo Congresso del Pcc. Eppure era noto per essere un difensore del concetto di sovranità su internet. 



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