"Megafono di Pechino". Le accuse a Twitter per le proteste di Hong Kong

A denunciarlo per primo è stato il profilo Pinboard, che ha notato come la piattaforma stia sponsorizzando gli articoli dell'agenzia Xinhua, organo ufficiale del governo cinese

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ALASTAIR PIKE / AFP
Twitter

Da spazio di coordinamento per le proteste di Hong Kong, Twitter diventa megafono delle posizioni di Pechino. A denunciarlo per primo è stato il profilo Pinboard, che ha notato come da qualche giorno la piattaforma sponsorizzi gli articoli dell'agenzia Xinhua, organo ufficiale del governo cinese.

Xinhua è accusata di gettare quotidianamente discredito nei confronti dei manifestanti, che da settimane protestano contro l'approvazione di una legge che permetterebbe la consegna di fuggitivi anche a Paesi con cui non è in vigore un trattato di estradizione, tra cui la Cina. Nonostante le piazze gremite di professori e l'aeroporto internazionale della città pacificamente bloccato da giorni da migliaia di studenti, la testata continua a parlare di "escalation di violenza" di fronte alle quali "l'ordine va ristabilito" con il supporto della "madrepatria" cinese, riporta Engadget.

Eppure la stampa internazionale, fisicamente presente nella città-stato sottoposta alla sovranità della Repubblica Popolare Cinese, testimonia la presenza di milioni di manifestanti che camminano pacificamente per le sue vie nonostante le continue minacce che arrivano dalla vicina Shenzen, dove la polizia antisommossa si addestra a intervenire al grido di "Fermatevi e pentitevi".

Ma come in un romanzo orwelliano, oggi Hong Kong è anche un avvertimento per quanti si lasciano sedurre dalle tecnologie del controllo. Così Twitter diventa allo stesso tempo strumento di propaganda nazionalista e piattaforma di aggregazione sociale, mentre i manifestanti sfilano con gli ombrelli in mano per eludere la sorveglianza delle telecamere di cui sono piene le strade, in grado di identificare i cittadini in tempo reale grazie all'intelligenza artificiale.

"Ogni giorno esco e vedo delle cose con i miei occhi, quando torno per scriverle su Twitter - scrive Pinboard - vedo contenuti sponsorizzati che dicono l'opposto. Twitter sta prendendo i soldi delle testate della propaganda cinese e li sta mostrando insieme ai più usati hashtag delle proteste di Hong Kong". Accuse di fronte alle quali il social network, contattato da Engadget, non ha risposto.

 

Pur con una quantità di utenti di molto inferiore ai suoi concorrenti, Twitter rimane il principale punto di riferimento del commento politico e delle notizie. A dimostrarlo sono i continui tentativi di ammansirne i contenuti, nel tentativo di strumentalizzarli a favore delle posizioni dei governi di turno. Già a gennaio, il New York Times riporta della stretta operata dal governo cinese nei confronti di chi affida alla piattaforma lamentele o critiche al regime.

Come scrive il quotidiano, almeno in un caso un cittadino sarebbe stato arrestato e detenuto per quindici giorni proprio in seguito a dei tweet. Ma a poco meno di quattromila chilometri di distanza, non godono di miglior sorte gli abitanti del Kashmir, che dal 5 di agosto sono sottoposti a un blocco totale dei movimenti e delle telecomunicazioni voluto dal governo di Nuova Delhi.

Anche in questo caso lo Stato rimuove Internet per sedare la popolazione, prima di chiedere a Twitter di oscurare gli account di attivisti e giornalisti che riportano le precarie condizioni di sicurezza dei dodici milioni di persone che abitano nell'unica regione a maggioranza musulmana in un Paese prevalentemente induista.

A differenza di Hong Kong, troppo occidentale e interdipendente dalle tecnologie perché la si possa staccare dalla rete - eventualmente utilizzata per schedare e identificare i manifestanti - il Kashmir oggi soffre di un blackout comunicativo che mette in difficoltà anche ospedali e farmacie, impossibilitate a ordinare le scorte di medicinali, mentre sui social network avviene l'oscuramento del dissenso, che tradisce le più profonde aspettative del mondo interconnesso. 



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