La posta in gioco nell'incontro tra Trump e Kim

Dagli insulti all'innamoramento, passando per un comunicato in cui assumevano impegni che sono rimasti quasi tutti disattesi. I due leader ci riprovano in un sunmmit ad Hanoi

trump kim incontro
Saul Loeb / Afp
l vertice tra Donald Trump e Nord Kim Jong-un d Hanoi il 27 febbraio 2019  

 Nuovo storico incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il giovane dittatore nordcoreano, Kim Jong-un. 

I due si sono incontrati e stretti la mano al Metropole Hotel di Hanoi in Vietnam e, sorridenti, si sono fatti fotografare dinanzi alle decine di giornalisti assiepati.
Dopo un breve faccia-a-faccia, la cena formale cui prenderanno parte, secondo quanto reso noto dalla portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, e il facente funzione di Capo dello staff, Mick Mulvaney; mentre per la Corea del Nord ci saranno il braccio destro di Kim, Kim Yong-chol, e il ministro degli Esteri, Ri Yong-ho. Trump e Kim torneranno a incontrarsi ancora nella giornata di domani.

Dopo i flirt a distanza e il primo appuntamento a Singapore dello scorso giugno, i leader di Stati Uniti e Corea del Nord sono pronti a incontrarsi di nuovo. Questa volta a Hanoi, in Vietnam, per una due giorni di incontri in programma tra 27 e 28 febbraio. La parola d’ordine è sempre la stessa: denuclearizzazione.

Si riparte da Singapore e da un “innamoramento” tra i due

È passato meno di un anno e mezzo da quando Trump si rivolgeva a Kim apostrofandolo come “little rocket man” per via dei test missilistici di agosto e settembre 2017. Un anno più tardi, tra i due era scoppiato l’amore: “We fell in love”, ci siamo innamorati, diceva The Donald. In mezzo il primo, storico, meeting, quando però non si era andati oltre a un comunicato congiunto.

Quel testo conteneva quattro punti che, in buona parte, rimangono per ora irrealizzati: c’erano l’accordo per “stabilire nuove relazioni che rispettino la volontà dei cittadini dei due Paesi di pace e prosperità”; l’impegno a “costruire una pace stabile e duratura nella penisola coreana”; la promessa di Kim di “lavorare per una completa denuclearizzazione”; la volontà di “recuperare i resti” dei corpi dei soldati caduti in guerra e di “rimpatriare immediatamente quelli già identificati”.

Di tutti questi punti, osserva il New York Times, si sono fatti passi avanti concreti soltanto sull’ultimo, con il ritorno sul suolo statunitense di 55 soldati uccisi nei combattimenti tra 1950 e 1953. Per il resto rimangono diversi dubbi, a cominciare dalla stessa definizione di denuclearizzazione.

Tra denuclearizzazione e sanzioni, chi farà il primo passo?

Finora i due Paesi non hanno trovato la quadra per arrivare al disarmo nucleare, nel senso che le strade per raggiungere l’obiettivo seguono percorsi radicalmente differenti. Gli Stati Uniti chiedono che avvenga la distruzione verificabile di tutte le armi di distruzione di massa possedute da Pyongyang, oltre a impianti di produzione e materiali. Kim Jong-un, da parte sua, ribadisce che non provvederà a fare nulla finché Washington non richiamerà in patria i 28 mila e 500 soldati attualmente di stanza in Corea del Sud.

Chi farà il primo passo? Difficile dirlo: entrambi i Paesi sembrano arroccati sulla propria posizione. La Corea del Nord ha finora rifiutato di fornire un elenco dei propri armamenti e ha anche detto no a ispezioni sul proprio territorio, mentre gli Usa non hanno avuto alcuna intenzione di retrocedere sulle sanzioni imposte ai nemici storici (particolarmente sgradite a Kim sono le limitazioni all’importazione di petrolio e all’esportazione di carbone e prodotti ittici). Affinché qualcosa si muova serve un passo da parte di entrambi: gli Usa sembrano intenzionati a tornare da Hanoi almeno con una crono-tabella delle azioni future di Kim, cioè con un documento che espliciti cosa - e quando - il regime di Pyongyang voglia fare.

Possiamo aspettarci la fine della guerra infinita che dura dal ‘53?

Su un punto gli analisti internazionali sono tutti d’accordo: difficilmente la Corea del Nord accetterà di rinunciare al proprio arsenale nucleare tutto d’un colpo. Sarà allora un gioco al ribasso, con Kim a puntare sulla riduzione dei vincoli alla propria economia e gli Stati Uniti a giocarsi le proprie carte, dalla riduzione delle truppe schierate a sud al tanto atteso accordo di pace della guerra di Corea. Il conflitto che si combatté tra 1950 e 1953, infatti, tecnicamente non si è mai concluso visto che ciò che mise fine alle ostilità fu soltanto un armistizio. In Vietnam sarà la volta buona per arrivare a un trattato di pace?

“Da due o tre settimane, in Corea, gira la voce che Kim e Trump abbiano deciso di fare questo passo, cioè di permettere che si firmi”, racconta all’Agi Lisa Pelletti Clark, co-presidente di International Peace Bureau, la più antica associazione al mondo che si batte per la pace. La ratifica, spiega Clark, sarebbe “simbolica per i due leader ma molto concreta per i coreani”. Difficile che a mettere per iscritto l’accordo siano Trump e Kim già a Hanoi, ma i due potrebbero decidere di accordarsi sulle condizioni affinché si arrivi a questo risultato in tempi ragionevoli. Le indiscrezioni, spiega Lisa Clark, arrivano sia da ambienti interni all’amministrazione Trump che dalla penisola coreana.

Anche su un’eventuale firma permangono alcuni dubbi: il portavoce del governo sudcoreano Kim Eui-kyeom ha già fatto sapere che non sarebbe equivalente a un vero trattato di pace perché non conterrebbe garanzie di sicurezza riconosciute da Paesi terzi. Insomma, anche su questo punto il rischio che il summit si concluda con un nulla di fatto c’è.

Nel frattempo, ad Hanoi, un gruppo di rappresentanti della ong Nobel Women’s Initiative ha tenuto una conferenza stampa chiedendo la ratifica della pace e rivendicando il ruolo delle donne in questo processo. “Quando le donne partecipano in modo massiccio agli accordi di pace, questi sono più facili da raggiungere e più duraturi – spiega Clark - Nella mia esperienza personale ho notato che, se nei teatri post-bellici c’era ancora qualcosa da cui cominciare a ricostruire, il merito era delle donne. Durante le guerre, con il loro lavoro, riescono a tener vivo il tessuto sociale”. Qualcosa che è avvenuto anche nella penisola coreana dove “sono state proprio le donne, nel 2015, le prime a attraversare il confine tra Nord e Sud”. Lo stesso confine che per anni ha tenuto separate intere famiglie



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