Il prelievo forzato di organi sui prigionieri di coscienza in Cina sta continuando?

Un tribunale popolare londinese annuncia prove schiaccianti: la pratica sarebbe ancora diffusa malgrado Pechino l'abbia dichiarata illegale nel 2015. Le tappe della vicenda

Il prelievo forzato di organi sui prigionieri di coscienza in Cina sta continuando?

Un tribunale popolare indipendente di Londra promette di rivelare, in primavera, prove schiaccianti sul prelievo forzato di organi dai prigionieri di coscienza in Cina, confermando, in questo modo, che la pratica sarebbe ancora in uso nella Repubblica Popolare Cinese, nonostante Pechino l’abbia messa ufficialmente fuori legge nel 2015. “Siamo tutti certi, oltre ogni dubbio”, ha dichiarato il presidente del tribunale, Geoffrey Nice, che in passato aveva presidiato l’accusa all’ex presente jugoslavo, Slobodan Milosevic: “La Cina sta portando avanti da lungo tempo e su vasta scala il prelievo forzato degli organi dei prigionieri di coscienza”.

In particolare, l’azione del tribunale si concentra sui trapianti forzati eseguiti ai danni dei membri del movimento reglioso represso nel 1999 da Pechino del Fa Lun Gong, e sulle minoranze religiose, come cristiani e buddhisti, ed etniche, come gli uighuri,la popolazione autoctona della regione autonoma nord-occidentale dello Xinjiang.

L'impegno di Pechino

Al di là di queste accuse - citate dal sito web Epoch Times, considerato vicino al movimento religioso del Fa Lun Gong, e che alcuni osservatori definiscono opinabili - rimangono punti oscuri sul tema del trapianto forzato di organi in Cina. L’impegno della Cina su questo versante vede in prima linea un funzionario di Pechino poco noto, ma molto attivo: l’ex ministro della Sanità, Huang Jiefu, oggi a capo della Commissione per la Donazione degli Organi cinese. Nel 2017, Huang era stato anche invitato dalla Pontifica Accademia delle Scienze a partecipare al summit contro il traffico di organi, non senza fare inarcare qualche sopracciglio tra i più dubbiosi rispetto al reale impegno di Pechino contro questo tipo di abusi etici.

L’invito di Huang in Vaticano non venne messo in relazione ai rapporti tra Pechino e la Santa Sede dal Ministero degli Esteri cinese, anche se appariva come un segnale nel miglioramento delle relazioni. Huang è il più strenuo sostenitore delle nuove leggi vigenti in Cina riguardanti la donazione di organi, che può avvenire solo su base volontaria: lo ha ribadito anche lo scorso anno, a Ginevra, nel corso di una conferenza stampa sponsorizzata dalla missione diplomatica cinese presso le Nazioni Unite, smentendo le voci sulla pratica ancora in uso di espiantare organi da prigionieri o da parte di chi pratica il Fa Lun Gong senza il loro consenso. 

La denuncia di ottobre scorso

La versione ufficiale non sembra convincere tutti. Nel 2016, l’anno dopo l’approvazione della legge cinese sui trapianti di organi, un gruppo di parlamentari europei, in una dichiarazione scritta rintracciabile on line, ha parlato di “notizie credibili” di trapianti praticati a carcerati senza il consenso: ancora una volta, tra i casi in questione venivano citati membri del Fa Lun Gong, ma anche uighuri, tibetani e cristiani. I parlamentari chiedevano l’attuazione di una risoluzione del parlamento Ue del 2013 nella quale si chiedevano “piene e trasparenti indagini” sulla questione dei trapianti forzati in Cina.

A ottobre scorso, invece, un gruppo di attivisti contro l’espianto forzato di organi della città di Bristol, citato dalla Bbc, ha chiesto all’amministrazione cittadina di cancellare il gemellaggio con Guangzhou (Canton) proprio per il sospetto che la famigerata pratica sia ancora in uso. Il sindaco di Bristol, Marvin Rees, ha rassicurato di essere al lavoro con il governo cinese su “tutte le questioni di diritti umani”, ma di non avere intenzione di revocare il gemellaggio con Guangzhou. Sempre secondo un’inchiesta condotta dalla Bbc nello stesso periodo, non sarebbe difficile trovare strutture ospedaliere in Cina che dietro il pagamento di ingenti somme eseguano operazioni di trapianti di organi a stranieri (il costo di un fegato sarebbe di centomila dollari). Le autorità cinesi chiuderebbero un occhio, o forse tutti e due, dietro questo tipo di pratiche.

Cosa dicono i dati ufficiali

I dati ufficiali delle donazioni di organi in Cina segnalano una continua crescita, anche se i numeri sono estremamente bassi rispetto alla popolazione totale: secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti al mese scorso, il numero di organi donati è stato superiore a diciottomila, il 19% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il numero di persone che hanno deciso di donare gli organi in Cina è stato di 5810, con un aumento del 13% rispetto ai primi undici mesi del 2017. Assieme all’aumento del numero di donatori, il vice direttore dell’amministrazione medica e di supervisione della Commissione Nazionale di Sanità, Guo Yaohong, citato dal quotidiano China Daily, ha annunciato anche la creazione di un sistema di supervisione computerizzata delle donazioni.

Nonostante i progressi, la situazione è lontana dal potersi definire soddisfacente: Huang Jiefu ha commentato i dati ammettendo che c’è ancora una carenza di organi a fronte della domanda e che occorre incoraggiare le donazioni e istituire piani di assicurazioni per coprire almeno parte dei costi dei trapianti, in modo che una platea sempre maggiore di persone alla ricerca di un organo possa permettersi il costo dell’operazione. Inoltre, ha aggiunto, le strutture ospedaliere che praticano i trapianti di organi, 178 a tutt’oggi, sono ancora poche. 



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