Il carcere come soluzione allo stress lavorativo

In Corea del Sud è una soluzione diventata di moda. Le regole sono precise: niente telefono, niente orologio, niente relazioni con gli altri detenuti. E niente parole 

Il carcere come soluzione allo stress lavorativo
 (Afp)
 Un uomo in carcere

In Corea del Sud, nel nord-est di Hongcheon, costa 90 dollari andare in prigione. Si, perché nella struttura chiamata “Prison Inside Me”, operativa dal 2013, i carcerati pur non avendo pendenze legali decidono ugualmente di “costituirsi”, o meglio rinchiudersi, per darsi un attimo di respiro dallo stress della fervente vita lavorativa nel paese.

Non si parla con gli altri detenuti, cellulari e orologi vengono sequestrati all’ingresso e nel bagno non ci sono specchi. Porridge di riso a pranzo, patate dolci al vapore e frullato di banana a cena. A disposizione degli ospiti solo una tuta blu, una stuoia da yoga sulla quale dormiranno, un set da tè, e poi carta e penna per sfogare i propri pensieri.

Una vacanza alquanto bizzarra ma che ha richiamato l’attenzione di circa 2000 coreani solo negli ultimi anni. Questo perché, come riporta l’agenzia Reuters, “Una recessione nell'economia high-tech e orientata all'esportazione della Corea del Sud ha intensificato una scuola iper-competitiva e un ambiente di lavoro che, secondo gli esperti, aggiunge un'alta incidenza di stress e suicidio.

 

I sudcoreani hanno lavorato in media 2.024 ore nel 2017, il terzo più lungo dopo Messico e Costa Rica, in un sondaggio condotto su 36 paesi membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Per aiutare le persone a lavorare di meno e guadagnare di più, il governo ha alzato il salario minimo e tagliato il limite legale delle ore lavorative a 52 a settimana a partire da 68”. “Questa non è una prigione, la vera prigione è dove torniamo” ha infatti dichiarato sempre all’agenzia un “detenuto” in uscita dalla struttura.

 

L’ideatrice di “Prison inside me”, Noh Ji-Hyang, pare sia stata illuminata dalle conseguenze dello stile di vita del marito pubblico ministero, che raggiungeva spesso le 100 ore lavorative a settimana; “preferirei andare in carcere per riposarmi!” diceva l’uomo, “Idea geniale!” deve aver pensato la moglie, “chissà quanti come lui, per riposare, desidererebbero essere reclusi, isolati dal mondo?”, tanti a quanto pare. “Questa prigione mi dà un senso di libertà", ha detto Park Hye-ri, un impiegato di 28 anni, “Non dovrei essere qui adesso, - continua - visto il lavoro che devo fare. Ma ho deciso di fermarmi e guardarmi indietro per una vita migliore”. All’autoprigionia ha dedicato anche un servizio il fotografo Filippo Venturi. 



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