C'è una nuova 'Guerra fredda' tra Usa e Russia. In Africa

Mosca sta cercando di riprendersi una qualche centralità nel continente africano, favorita, anche, dalle mutate condizioni politiche. Ma a differenza della Cina, qui non esporta prodotti. Ma armi 

russia africa
Afp
Vladimir Putin

La guerra fredda è un lontano ricordo. Eppure Russia e Usa hanno ripreso le ostilità, e dove? In Africa.

Mosca sta cercando di riprendersi una qualche centralità nel continente africano, favorita, anche, dalle mutate condizioni politiche. Crollato il muro di Berlino, infatti, su tutto il Continente si sono scatenate numerose guerre che non avevano più nessun legame con gli amici di un tempo – America e Unione Sovietica – ma, semplicemente, rappresentavano il tentativo di riposizionarsi e trovare nuovi amici attraverso l’accaparramento delle risorse naturali.

Finito, non del tutto per la verità, quel periodo, ora è “guerra” commerciale, ma anche militare, di tutti contro tutti. L’occidente ha deciso che è giunto il momento di arginare l’influenza cinese che, ormai, ha le mani su tutto il continente, nessun paese escluso. La Russia non ci sta e non vuole, certo, rimane ai margini.

Le strategie russe in Africa

Mosca sta in maniera sistematica espandendo la sua influenza militare e strategica nel continente. E tutto ciò allarma, e non poco, le cancellerie occidentali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno ben marcato il territorio attraverso il comando Africom. Oltre ai 4mila militari di stanza a Gibuti, la missione americana, dispone di 34 siti militari, 14 basi principali e 20 postazioni secondarie a supporto della lotta al terrorismo. In tutto oltre 7mila militari. Le presenze più significative sono in Somalia, Niger, Kenya, Mali e Camerun.

Tornare a essere protagonisti in Africa, significa anche rafforzare la presenza militare. Un obbligo dettato dal fatto che la Cina ha già messo gli “scarponi” sul terreno attraverso le missioni di peacekeeping. I caschi blu cinesi, tuttavia, dispiegati in Africa – circa 2500 -, sono concentrati nelle aeree di particolare interesse per Pechino. Non è un caso che mille di questi siano in Sud Sudan dove la Cina ha investito molto nel petrolio e altri 400 in Mali.

Mosca non sta a guardare. La Russia, a differenza della Cina, non può offrire prodotti di consumo con i quali sta invadendo i mercati africani, ma armi sì e in abbondanza. Il grosso del mercato africano delle armi, infatti, già da tempo è sotto i riflettori di Mosca. In dieci anni, dal 2007 al 2017, sono state vendute armi russe in 15 nazioni per un ammontare di 21 miliardi di dollari, che fanno essere Mosca il più grande esportatore di armi in Africa dopo gli Stati Uniti. Ma anche in questo settore la Cina sta rosicchiando quote di mercato. L’aiuto militare è arrivato alla cifra di 100 milioni di dollari.

L’attenzione di Mosca, dunque, non è marginale. Lo dimostra anche il tour del ministro degli Esteri Sergej Lavrov che ha visitato paesi estremamente strategici, per posizione geografica e per risorse strategiche possedute come l’Angola, la Namibia, il Mozambico, l’Etiopia e lo Zimbabwe. Paesi con i quali il Cremlino ha stretto accordi di collaborazione in ambito minerario, di cooperazione militare e per stabilire zone economiche di libero scambio.

L’annuncio più importante di Lavrov, tuttavia, è quello di voler realizzare un centro logistico in Eritrea, nell’area strategica del Corno d’Africa, già affollato di presenze straniere. A Gibuti, con le loro basi, sono presenti francesi, americani e cinesi.

In attesa che si realizzi il centro logistico in Eritrea, il Cremlino ha messo le basi del suo centro strategico militare a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Consiglieri e militari russi affollano il Centrafrica. A una sessantina di chilometri dalla capitale, proprio sull’ex residenza del dittatore Jean-Bedel Bokassa, sventola la bandiera russa.

Essere nella Repubblica Centrafricana non è solo una questione strategica per la centralità del paese, ma anche simbolica. Non si può dimenticare che Bangui è un’ex colonia francese, dove Parigi ha sempre avuto una presenza militare significativa. Fino agli anni Novanta, oltre 1200 uomini stazionavano proprio a Bangui e in altre città del Paese.

Il vuoto francese riempito da Mosca

La Francia ha progressivamente abbandonato il paese, gli americani hanno acceso i riflettori, ma la Russia ha avuto la meglio. Mosca, nei fatti, attraverso l’utilizzo del veto in senso al Consiglio di Sicurezza, ha stoppato Parigi che era intenzionata a fornire armi al Centrafrica, per poi chiedere all’Onu di allentare - una sorta di deroga - l’embargo imposto al paese nel 2013.

Una mossa spregiudicata che ha avuto un esito positivo grazie ai colloqui di Sochi tra il presidente centrafricano, Faustin-Archange Touadéra, e lo Zar di Mosca. Bloccata l’offerta di aiuto francese, il Cremlino entra nel paese dalla porta principale con un bel quantitativo di armi. E quella di Bangui diventa la base strategica per Mosca. Tutto è noto, ma tutto deve rimane segreto. Non è un caso che due giornalisti russi che si sono recati a Bangui per indagare, non solo sulla vendita delle armi, ma anche sulla presenza di numerosi mercenari del loro paese, siano misteriosamente morti.

L’arrivo in Centrafrica rappresenta, dunque, uno spartiacque per Mosca. Non è un mistero il sostegno di Putin in Libia al generale Haftar e non è un caso, che all’inizio di quest’anno il presidente del Sudan, al-Bashir, ha introdotto a Khartoum mercenari russi per contrastare le proteste dilaganti nel paese.

Le armi russe fanno gola un po’ a tutti: Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania hanno recentemente lanciato un appello a Mosca perché aiuti le loro forze di sicurezza a combattere in terrorismo. Tutto ciò piace molto al Cremlino e preoccupa enormemente l’occidente che sta perdendo posizioni strategiche.

La Cina è entrata in Africa investendo miliardi per accaparrarsi le risorse, per poi tenere in pugno i paesi africani attraverso il debito e, infine, mettere gli scarponi sul terreno. L’opzione di Mosca, invece, è stata quella di rafforzare la presenza militare per poi passare all’incasso, anche in termini di risorse naturali.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.