Ecco come si vive in un campo rifugiati palestinesi in Libano

Reportage dal Paese dei Cedri, dove vivono 300 mila tra uomini, donne e bambini. La vita, le case, i sogni dei più piccoli soffocati dalle difficoltà di costruirsi un futuro

Ecco come si vive in un campo rifugiati palestinesi in Libano

Beirut - La decisione del presidente americano, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele ha incendiato il Medio Oriente. Scontri tra palestinesi e forze di sicurezza israeliane si susseguono dal 6 dicembre in Cisgiordania e al confine con la Striscia di Gaza, mentre i Paesi arabo-islamici, sostenuti dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale, continuano l'offensiva diplomatica contro la presa di posizione di Washington che mina gli sforzi per la pace.

Dal Libano, i 260-280mila rifugiati palestinesi che vivono nel Paese dei Cedri, assistono all'ennesima fiammata nella regione, mentre lottano con le difficili condizioni di vita in cui versano. I campi sono sovraffollati, cresciuti per decenni in maniera caotica per accogliere una popolazione in costante aumento, alla quale di recente si sono aggiunti anche i 30mila rifugiati palestinesi scappati dalla Siria in fiamme.

A Bur Barajneh, quasi 20mila residenti nella zona sud di Beirut, le case sono arroccate una sull'altra, tra stradine buie e umide. Un groviglio di fili elettrici quasi impedisce di vedere il cielo: sono un pericolo mortale per gli abitanti che rischiano di rimanere folgorati, come è successo di recente a un giovane studente. In 45 sono morti così da quando il campo è stato fondato, una cinquantina i feriti. In queste condizioni, una delle poche speranze cui si aggrappano i giovani è l'istruzione: "è l'unico 'passaporto' che abbiamo", raccontano Alaa, Hamid e Amal che incontro alla Galilee School, una delle 67 scuole gestite in Libano dall'Unrwa, l'Agenzia Onu per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi. 

Per loro, che hanno beneficiato di una borsa di studio finanziata dall'Unione europea, "l'istruzione è il modo migliore per aiutarci, non solo cibo e medicine. Sei palestinese in questo Paese, non hai altro". Il lavoro resta infatti uno dei punti più dolenti nell'esistenza dei rifugiati palestinesi, flagellati da un alto tasso di disoccupazione, ai quali è tuttora negato l'accesso a ben 39 professioni, tra le quali ingegneria, medicina e legge. Nonostante si sia registrato qualche miglioramento negli ultimi anni, con l'introduzione di norme che facilitano l'accesso all'impiego e a una parte dei meccanismi di protezione sociale, continuano a dipendere dalla buona volontà del datore di lavoro per quanto riguarda i permessi, quando si possono legalmente ottenere, e più in generale per le condizioni di lavoro. 

Questo si traduce in discriminazioni evidenti, a cominciare dal fatto che generalmente, a parità di preparazione e competenze, a loro vengono preferiti i libanesi, oltre al fatto che percepiscono stipendi più bassi, non hanno assicurazione nè accesso al sistema previdenziale e possono essere facilmente mandati via. "Tutti sanno che con noi possono comportarsi in questa maniera, senza farci un contratto, pagandoci meno", confermano Aya e Jinan, sottolineando come "essere palestinese ti costringe a cercare lavoro presto e ad accettarlo velocemente, anche se pagato poco, per aiutare la famiglia".
 

Le difficoltà di entrare nel mondo del lavoro
 

Loro due, come Hiyam e Mohamad, si sono rivolti all'Employment Service Center di Tripoli, centro Unrwa che aiuta i giovani a trovare lavoro, segnalando i posti disponibili, ma soprattutto instradandoli verso una formazione specifica, assistendoli nella realizzazione del curriculum vitae e della lettera di presentazione, guidandoli nella preparazione per appuntamenti e colloqui, sostenendoli nell'avere fiducia in se stessi. Perché gli ostacoli da superare sono tanti, il fatto stesso di vivere nei campi non aiuta. C'è chi addirittura ha provato a cambiare indirizzo ma non è servito. 

La tecnologia è una marcia in più che i loro genitori non possedevano: avere un profilo Facebook, essere aggiornati sulle novità, usare Google per trovare modelli di cv e lettere di presentazione. "Rispetto a loro questo ci dà più possibilità" confermano i ragazzi, "ma ancora oggi, a distanza di più di settant'anni dal loro arrivo in Libano, abbiamo gli stessi limiti come palestinesi". Difficoltà e discriminazioni che per i piccoli rifugiati palestinesi arrivati dalla Siria si vanno ad aggiungere ai traumi della guerra.

"Vorrei diventare qualcuno ma intorno a me vedo solo depressione"


Alla Haifa School, un istituto superiore nella zona sud di Beirut, studiano in 775, tra cui 87 palestinesi siriani. Qui gli insegnanti raccontano dei problemi che i ragazzi affrontano tutti i giorni, a cominciare dall'ostacolo della lingua inglese che in Siria viene insegnata in forma semplificata, una barriera che si sente soprattutto nelle materie scientifiche e che aumenta il rischio di abbandono scolastico. Non aiutano neanche le condizioni socio-economiche in cui i giovani sono costretti a vivere, stipati in case spesso disagiate, con poca luce e nessuno spazio per studiare.

Come raccontano a voce bassa, con grande timidezza, Muomeen, Yousra e Tala, tutti e tre tra i 14 e i 16 anni e residenti tra Sabra e Shatila, l'inglese è uno scoglio difficile da superare, anche se dopo qualche anno la situazione migliora. 

Come si vive nelle case 

C'è chi vive in quattro in una stanza e lamenta la mancanza di privacy per potersi concentrare e fare i compiti, e chi ricorda che nel campo di Yarmouk in Siria dove vivevano prima della guerra le strade erano più pulite e gli uomini non avevano armi, ma al massimo bastoni. Muomeen vuole diventare insegnante, Tala ama le materie scientifiche e vuole diventare chirurgo, non ha una forte nostalgia della vita precedente perche' quando sono scappati era molto piccola.

Ma c'è anche chi non riesce a immaginare il proprio futuro: "Vorrei diventare qualcuno ma intorno a me vedo solo depressione", confessa a occhi bassi Yousra, che per due anni non è potuta andare a scuola perché la famiglia si trasferiva continuamente cercando un posto dove stare dopo essere scappati, e ora è l'unica 16enne in una classe di 14enni e si sente a disagio. Tutti e tre hanno desideri normali, come seguire lezioni di musica e poter rimanere a scuola per studiare in biblioteca e fare ricerche al computer.

Anche i residenti del campo di Nahr el-Bared (Nbc), affacciato sul mare a nord di Tripoli, hanno un desiderio 'normale': tornare a vivere a casa loro. Ma la loro casa non c'è più. Il campo, che era tra i più fiorenti nel Paese con una vivace vita economica grazie ai prezzi inferiori delle merci che vi si vendevano e che attiravano anche i libanesi, è stato raso al suolo dall'esercito nel 2007 durante un'operazione contro il gruppo terrorista Fatah al-Islam che si era infiltrato, lasciando 27mila rifugiati palestinesi e oltre 1.600 libanesi senza un tetto.

Una volta concluso l'intervento militare, il governo libanese, insieme alla comunità  internazionale, promise di ricostruirlo. Da allora, i lavori sono andati avanti a rilento e, dieci anni dopo, il campo è stato ricostruito al 50%, con la previsione di riuscire ad arrivare - con i soldi a disposizione - al 70% entro il 2019. Ma i fondi per completarlo non ci sono, mancano 106 milioni di dollari sui 345 previsti, e l'Unrwa si sta battendo per ottenerli. "È un progetto unico", racconta il responsabile Unrwa, John Whyte, "non è mai successo prima che un campo venisse ricostruito interamente". Per farlo, l'agenzia Onu si e' impegnata in un'operazione titanica perché gli abitanti tornassero esattamente dove si trovavano prima, con la stessa composizione dei condomini, gli stessi vicini sul pianerottolo, gli stessi negozi lungo la via.

Un campo ricostruito a memoria

Senza l'ausilio di mappe e dati catastali, ma con la memoria degli abitanti, è stato disegnato il piano, che tuttavia ha dovuto tenere contro delle restrizioni imposte dalle autorità, con determinate altezze per gli edifici e larghezza per le strade. Questo ha provocato un ridimensionamento delle case, di cui i palestinesi si lamentano, ma allo stesso tempo c'è una maggiore ventilazione, un ambiente più salubre e una migliore qualità della vita. L'esercito, tuttavia, controlla chi entra e chi esce dal campo con checkpoint agli ingressi e questo limita di fatto l'afflusso dei libanesi, ostacolando la ripresa della vita economica.

A complicare i lavori, anche la scoperta di resti archeologici che hanno portato a un blocco delle attività per sei mesi e al coinvolgimento del ministero della Cultura. Mohammed Hussein Audi, con la moglie e due figli, è tra i quasi 11mila residenti tornati a vivere a Nbc nei nuovi appartamenti. Ingegnere, ha studiato negli Stati Uniti e poi ha lavorato per 26 anni negli Emirati, prima di tornare in Libano nel 2011. "Qui ci sono le nostre radici, è importante esserci. A Dubai si stava meglio ma ero lontano dalla famiglia e dagli amici. Inoltre, era sempre più difficile avere il visto e trovare lavoro". I lavori procedono, ma la mancanza di soldi per finire il progetto incombe sul futuro.

Una preoccupazione, quella della mancanza di fondi, che affligge cronicamente anche l'Unrwa, con una popolazione di rifugiati e relativi bisogni che cresce costantemente. Questo si traduce in una battaglia quotidiana per riuscire a coprire le voci di un bilancio che per la stragrande maggioranza fa affidamento sui contributi volontari dei Paesi, esclusi un centinaio di membri dello staff internazionale che sono a carico dell'Onu. 

La ricerca affannosa di risorse per la ricostruzione

I principali donatori restano gli Stati Uniti e l'Unione europea, con quest'ultima che tra il 2010 e il 2016 ha contribuito con 664 milioni di dollari, coprendo - con l'apporto anche di singoli Stati Ue - il 42% del bilancio Unrwa. La ricerca affannosa di risorse si rinnova di anno in anno, con le crisi che si moltiplicano, le necessità che crescono in maniera esponenziale, e i benefattori sempre più sotto pressione.

Il rischio - concreto - è non riuscire più a fornire servizi a una popolazione che ha solo l'Unrwa come punto di riferimento ed interlocutore. Così, di nuovo, nella corsa contro il tempo di queste ultime settimane per trovare i 60 milioni di dollari che mancavano in bilancio e non essere costretti a chiudere le scuole, Bruxelles ha giocato un ruolo chiave, donando altri 10,5 milioni di euro e portando così il suo contributo nel 2017 a 102 milioni.
Dare a mezzo milione di studenti delle scuole Unrwa in Medio Oriente un senso di dignità e preservare le loro opportunità è particolarmente urgente in un momento in cui gli spazi nei quali possono avere un'infanzia normale si stanno riducendo drammaticamente", ha sottolineato il commissario generale dell'agenzia Onu, Pierre Krahenbuhl, ringraziando Bruxelles per il sostegno "cruciale". È un supporto che "permette a milioni di rifugiati palestinesi di accedere a istruzione, sanità e altri servizi sociali fondamentali per sostenere la speranza nella dura realtà" che affrontano, ha confermato il rappresentante Ue, Ralph Tarraf. 


 



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