Come si è concluso il viaggio del Papa in Marocco

Alla Messa di Rabat 10 mila fedeli da 60 nazioni sugli spalti. Il pontefice invita i cristiani a perseverare nel dialogo con i musulmani: "L'odio e la vendetta non fanno altro che uccidere l'anima"

papa in marocco 

Nel suo secondo giorno del viaggio in Marocco, Papa Francesco ha invitato i cristiani al dialogo e li ha incoraggiati a "continuare a far crescere la cultura della misericordia, una cultura in cui nessuno guardi l'altro con indifferenza né giri lo sguardo quando vede la sua sofferenza", mettendo da parte "l'odio e la vendetta che non fanno altro che uccidere l'anima".

Poi, nel suo discorso di ringraziamento, dopo la Messa nel complesso sportivo Principe Moulay Abdellah, davanti a oltre 10 mila persone di 60 nazionalità diverse, ha incoraggiato a "perseverare sulla via del dialogo con i nostri fratelli e sorelle musulmani".

Si è conclusa cosi' la storica visita di Papa Francesco in Marocco. Davanti al clero, nella cattedrale di Rabat gremita in cui erano raccolti sacerdoti di tutto il Continente, il Pontefice ha esortato i cristiani a "diffondere il Vangelo", ma ha ricordato che "le vie della missione non passano attraverso il proselitismo" che "porta sempre a un vicolo cieco". Nel farlo ha citato Benedetto XVI: "La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, per testimonianza".

Un invito che assume una particolare risonanza in un Paese in cui il proselitismo attivo nei confronti dei musulmani può costare fino a tre anni di prigione. D'altra parte, i musulmani hanno teoricamente il diritto di convertirsi, se è una loro scelta, e questa è un'apertura notevole rispetto ad altri Paesi islamici, per esempio gli Emirati Arabi Uniti, dove la conversione è punita con la pena di morte.

Nella giornata conclusiva del viaggio apostolico, Papa Francesco si è dedicato alla "piccola" ma vivacissima comunità cristiana presente nel Paese (25 mila persone, in gran parte migranti, lo 0,07% della popolazione, secondo dati forniti dal Vaticano), definendola "lievito di amore fraterno in questa terra". Una delle migliori testimonianze della Chiesa in Marocco è il Centro rurale per i servizi sociali di Temara, gestito dalle suore delle Figlie della Carità.

Francesco ha voluto fare loro visita nella mattinata e conoscere alcuni dei 150 - tutti musulmani - che vengono assistiti ogni giorno dall'opera di carità. Ad accoglierlo c'erano tante donne e bambini. "Il problema non è essere in pochi, è essere insignificanti", ha aggiunto il Pontefice dall'altare della Cattedrale di San Pietro.

Ad ascoltare le sue parole c'erano, tra gli altri, la missionaria francescana, suor Ersilia Mantovani, 97enne che ha da poco festeggiato i suoi 80 anni di vita religiosa; e fratel Jean-Pierre Schumacher, il monaco miracolosamente sopravvissuto alla strage dei monaci di Tibhirine, in Algeria, nel 1996. "Siamo un piccolo numero di pastori in questa periferia a testimoniare a Cristo con le parole, ma soprattutto nelle azioni per i cristiani, i musulmani e tutte le persone che incontriamo", ha detto nel suo saluto al Papa, padre Germain Goussa. 

Nel suo discorso al clero, il Pontefice ha evocato ancora una volta la figura di San Francesco d'Assisi che, in piena crociata, "andò a incontrare il Sultano al-Malik al-Kamil" come dimostrazione del cristiano che "in queste terre impara a essere il sacramento vivo del dialogo che Dio vuole intavolare con ciascun uomo e donna, in qualunque condizione viva".

La visita pastorale si è chiusa con l'omelia in cui il Papa ha voluto porre il dialogo al centro dell'impegno cristiano e il vescovo di Rabat, Cristobal Lopez Romero, lo ha ringraziato "per il continuo sostegno, nel concreto, del dialogo tra musulmani e cristiani". "Grazie per essere stato in mezzo a noi, in una visita che ci riafferma nella fede e ci incoraggia nella nostra missione di costruire il Regno di Dio in Marocco". 



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