AGI - Le autorità iraniane hanno condannato a morte una studentessa 23enne per blasfemia. Lo hanno reso noto gruppi per i diritti umani, in un contesto in cui la magistratura iraniana fa un ricorso sempre più frequente alla pena capitale per reati di natura politica.
Najmeh Amini è stata arrestata a febbraio nella città di Mashhad, nel nord-est del Paese, e condannata a morte a settembre con l'accusa di aver insultato il profeta Maometto sui social. A riferirlo sono stati, in dichiarazioni separate, diversi gruppi per i diritti umani, tra cui il Center for Human Rights in Iran (Chri), con sede negli Stati Uniti, l'agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency (Hrana) e l'organizzazione Iran Human Rights (Ihr), con base in Norvegia. L'Iran ha già giustiziato mediante impiccagione 34 uomini per reati legati alle proteste del gennaio 2026. Secondo i gruppi per i diritti umani, oltre ad Amini, almeno altre otto donne rischiano l'esecuzione per accuse di natura politica o legate alla sicurezza nazionale.
This 23-year-old Iranian woman, Najmeh Amini, has reportedly been sentenced to death for blasphemy over comments she made on social media. According to the Oslo-based Iran Human Rights charity, her defence was rejected, but the sentence has not yet been upheld by the Supreme Court. Why did young Iranians take to the streets in early 2026? https://t.co/mmsKYnEm1y
— BBC World Service (@bbcworldservice) October 21, 2026
Il messaggio dal carcere di Amini
"Sono una ragazza innocente. Una giovane con tante speranze e sogni. Ho una madre e un padre che mi aspettano, una famiglia che trascorre ogni notte nel timore di perdermi, fino al sorgere del sole", ha dichiarato Amini in un messaggio audio dal carcere, risalente a settembre e diffuso dai gruppi per i diritti umani. "Ricordate il mio nome. Forse non potrò più parlare. Ma finché sarò in vita, nutro una speranza: che, prima che il cappio ponga fine alla mia esistenza, io possa vedere un Iran libero e affrancato".
Un verdetto raro per fare di lei un esempio
Il ricorso ad accuse di blasfemia, reato punibile con la pena capitale nella Repubblica Islamica, era stato relativamente raro negli ultimi anni. Bahar Ghandehari, direttrice dell'attività di advocacy presso il Chri, ha spiegato che "le autorità potrebbero utilizzare questo verdetto, raro e severo, per fare di lei (Amini) un esempio e scoraggiare azioni analoghe, in un momento in cui il malcontento popolare continua a crescere". "Il suo caso riflette un'escalation più ampia di arresti arbitrari, procedimenti giudiziari a sfondo politico e condanne a morte, in seguito alla sanguinosa repressione dei manifestanti", ha aggiunto. "La vita di Amini è in pericolo; la comunità internazionale deve agire con urgenza per impedire la sua esecuzione", ha affermato Ghandehari. La sentenza non è definitiva ed è ancora soggetta ad appello.
Il processo e i funghi allucinogeni
I dettagli del processo rimangono scarsi, ma secondo quanto riportato dal quotidiano regionale Khorosan, l'avvocato di Amini ha sostenuto che i suoi post non fossero intenzionali, mentre l'imputata ha dichiarato di trovarsi sotto l'effetto di funghi allucinogeni, assunti insieme ad alcuni amici. La natura precisa dei post non è chiara. Secondo il Chri, la donna è stata condannata a morte con l'accusa di "sabb al-nabi", il reato capitale che consiste nell'insultare il profeta Maometto. In un procedimento separato, la studentessa di contabilità è stata inoltre condannata a 12 anni e mezzo di reclusione per aver agito contro la sicurezza nazionale.
Nel mirino della polizia informatica
L'agenzia Hrana ha riferito che Amini era finita nel mirino della Fata, la polizia informatica iraniana, in seguito alle proteste che hanno raggiunto il culmine a metà gennaio. Le manifestazioni di massa a Mashhad e in altre grandi città sono state represse duramente; secondo i gruppi per i diritti umani, la repressione ha causato migliaia di vittime. "Amini è stata tenuta in isolamento prolungato, ha subito percosse al momento dell'arresto e le è stato completamente negato l'accesso a un avvocato di sua scelta", si legge nel rapporto. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell'Ihr, ha affermato che il caso "rischia di estendere l'applicazione della pena di morte nei confronti di chi esprime pacificamente le proprie opinioni online". "Condannare a morte una donna di 23 anni per quanto espresso sui social media rappresenta uno sviluppo estremamente allarmante", ha dichiarato.