AGI - Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan si ricandiderà alle elezioni presidenziali del 2028 e sarà l'ultimo mandato per un leader andato al potere nel 2003 come premier, divenuto presidente nel 2014 e che nel 2017 ha abolito la stessa carica del primo ministro, portando il proprio Paese sulla strada del presidenzialismo e allungando il proprio orizzonte politico.
Dopo circa due anni di speculazioni la conferma che Erdoğan, che ora ha 72 anni, non abbandonerà lo scranno presidenziale è arrivata oggi da Mehmet Uçum, consigliere capo dello stesso leader.
Intervenendo a un evento organizzato dalla Federazione della Stampa Turca Uçum ha dichiarato di prevedere che le prossime elezioni in Turchia si terranno il 16 aprile 2028. Una data non casuale, che ha un doppio significato: da un lato arriva a un mese dal compimento del quinquennio iniziato nel 2023, permettendo a Erdoğan di ripresentarsi, dall'altro segna l'anniversario del referendum sul passaggio al sistema presidenziale.
Le modifiche costituzionali e la corsa alla successione nell'AKP
Gli elettori turchi si recarono alle urne il 16 aprile 2017 per decidere se approvare le modifiche alla Costituzione. La campagna per il "Sì" prevalse con il 51,41% dei consensi, mentre il "No" si attestò al 48,59%, l'affluenza fu dell'85,43%. Grazie alle modifiche costituzionali, il presidente ha ottenuto ampi poteri esecutivi e la carica di primo ministro è stata abolita. Al presidente è stato inoltre consentito di mantenere legami con un partito politico. L'aspetto però più rilevante è che Erdoğan, eletto nel 2014 la prima volta, ha potuto 'azzerare' il conteggio e potersi candidare altre due volte, nel 2018 e nel 2023. Le due elezioni rappresenterebbero il limite stabilito dalla costituzione e lo stesso Erdoğan aveva escluso di ricandidarsi nel 2028, ma le cose poi sono cambiate.
Dissidi interni al partito, il 7 ottobre, Israele e la guerra in Iran. Le parole di Erdoğan fecero scattare una lotta interna al partito della Giustizia e Sviluppo (AKP). Inevitabile alla luce dell'accentramento del partito intorno alla figura dello stesso leader. All'annuncio di una prossima uscita di scena del capo la corsa alla successione ha rischiato di spaccare il partito. Il favorito a succedere a Erdoğan sembrava (e sembra ancora) l'attuale ministro degli Esteri Hakan Fidan.
Da sempre vicino al presidente, già capo dei servizi e abile diplomatico, Fidan sembra essere il preferito del leader turco, ma non di molti esponenti di spicco del partito che gli preferirebbero una figura più manovrabile e gli hanno sempre invidiato il rapporto di fiducia con il presidente. La spaccatura che ha rischiato di distruggere il partito e contribuito alla sconfitta alle elezioni amministrative del 2024 sembra, al momento, poter essere sanata solo dalla figura del vecchio capo che incute timore a tutti.
Il fattore geopolitico e le dinamiche con i partiti filo-curdi
Altro fattore che ha spinto Erdoğan a tornare sulle proprie parole sono stati gli sviluppi nella regione in seguito al 7 ottobre 2023. Non solo i massacri a Gaza e il degenerare della situazione in Cisgiordania; gli attacchi israeliani in Iraq, Libano, Siria, Qatar e la guerra all'Iran hanno aumentato la percezione nell'opinione pubblica turca che uno scontro tra Turchia e Israele sia prossimo e inevitabile. Una prospettiva che frena una buona parte dei turchi dalla ricerca di un cambiamento; un fattore, l'incertezza, su cui Erdoğan sa di poter contare. Gli enormi passi avanti fatti dall'industria della Difesa sotto il suo governo costituiscono una garanzia per molti elettori. L'incertezza regionale ha inoltre mostrato la dimensione della crisi del mondo islamico; un problema di leadership che il presidente turco cavalca e cerca di colmare.
Nel 2028 Erdoğan potrà contare, salvo sorprese, sul sostegno dei nazionalisti dell'MHP. Un'alleanza nata nel 2015, quando l'AKP perse definitivamente la maggioranza assoluta e fu costretto a cercare la via della coalizione per rimanere al governo. MHP e AKP hanno dato il via libera al processo di pace con i separatisti curdi del PKK che nell'ultimo anno e mezzo ha portato allo scioglimento del gruppo terroristico. MHP e AKP hanno lavorato a stretto contatto con i filo-curdi DEM (ex HDP). Tra le ipotesi vi era che il processo di pace servisse ad Erdoğan ad accaparrarsi i voti DEM per cambiare la costituzione e potersi ricandidare. Ipotesi caduta nel vuoto. Questi ultimi, da sempre all'opposizione, difficilmente appoggeranno Erdoğan, ma è anche probabile che si asterranno dal fare campagna al fianco di chi sfiderà il presidente in carica, lasciando liberi i propri elettori.
La frammentazione dell'opposizione e i nuovi scenari per il 2028
Quella del 2028 sarà un'elezione diversa soprattutto per l'opposizione. I repubblicani del CHP, principale partito di opposizione, si sono spaccati dopo una faida interna passata per i tribunali e durata mesi. Il vecchio leader Kemal Kılıçdaroğlu, sconfitto da Erdoğan ripetutamente, ha dato battaglia alla nuova generazione, prima contribuendo alla carcerazione del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, poi spodestando il segretario Özgür Özel a colpi di ricorsi in tribunale. İmamoğlu è in carcere, Özel ha fondato il Yeni Parti ("Nuovo Partito") portando con sé parlamentari e sostenitori e conquistando subito il ruolo di "secondo partito" nei sondaggi.
A oggi appare difficile che i due possano unirsi contro Erdoğan, così come è difficile fare previsioni su una candidatura di İmamoğlu nel 2028. Quest'ultimo era ritenuto lo sfidante naturale del presidente, ma sulla propria strada ha trovato sia una magistratura politicizzata sia un partito di opposizione frammentato che gli ha fatto la guerra dall'interno. Özel è però un personaggio di talento e con il nuovo partito da lui stesso fondato avrà libertà di manovra per scegliere un candidato o scendere in campo egli stesso contro l'uomo che governa il Paese dal 2003. È anche probabile che i nazionalisti del partito İYİ, in crisi, ma pur sempre con una dote di poco inferiore al 10%, si alleino con Özel più che con Kılıçdaroğlu.