AGI - Venticinque anni dopo l'11 settembre, l'America continua a fare i conti con l'eredità degli attentati che cambiarono il Paese e la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Le immagini trasmesse in diretta tv resero eterne quelle scene tragiche, segnate dall'invisibile conto alla rovescia che avrebbe poi portato al crollo delle due Torri Gemelle di New York. Scott Larsen aveva quattro anni quando suo padre, vigile del fuoco, morì nel crollo dei grattacieli. Aveva 35 anni ed era stato assegnato a Lower Manhattan dalla sua caserma di Woodside, nel Queens. Larsen fu uno dei 343 pompieri che quel giorno morirono.
Gli attacchi dell'11 settembre
Gli attacchi aerei provocarono quasi 3mila vittime. Quattro aerei vennero dirottati dai terroristi di al Qaeda: due contro le Torri Gemelle, uno contro il Pentagono, a Washington, e un quarto precipitato in Pennsylvania grazie alla rivolta eroica dei passeggeri e del personale di bordo. L'aereo era diretto probabilmente verso la Casa Bianca. Fu un attacco senza precedenti, che lasciò migliaia di famiglie distrutte e sconvolse il mondo.
Le conseguenze andarono ben oltre quel giorno. La presidenza di George W. Bush cambiò radicalmente la politica di sicurezza nazionale americana e aprì la strada a decenni di guerre, soprattutto in Iraq e Afghanistan, nelle quali morirono oltre 900mila persone. Ma l'eredità dell'11 settembre si misura anche nelle vite individuali di chi perse un padre, una madre, un coniuge o un collega. I media americani da giorni stanno ascoltando la voce di chi quel giorno perse una parte di sé stesso.
L'eredità dei pompieri
Larsen ha riannodato il filo del suo passato e lo ha fatto nella maniera più forte: ha scelto di seguire le orme del padre. A 29 anni è entrato nei vigili del fuoco e ha ottenuto un incarico proprio nella caserma di Woodside dove aveva lavorato suo padre. "C'era qualcosa dentro di me. Ho sempre voluto venire qui", racconta. Secondo i dati dell'International Association of Fire Fighters, sono 58 i figli di pompieri morti l'11 settembre che hanno poi scelto di entrare nella leggendaria Fdny. Chi vive a New York sa quanta gratitudine la gente continua ad avere verso i vigili del fuoco, considerati gli angeli custodi della città d'acciaio. Ma che quel giorno si trasformò in inferno.
Larsen vive ogni giorno circondato dai ricordi del padre: il suo nome appare inciso su una targa commemorativa, le fotografie appese nella cucina e nella sala comune, il nome dipinto su un camion dei pompieri. "La sua memoria torna ogni giorno", racconta. "Non c'è giorno in cui venga qui senza guardarlo". Anche suo fratello minore, nato due giorni dopo gli attentati, ha superato l'esame di ammissione e spera di entrare nei pompieri l'anno prossimo. Le storie sono molte. L'11 settembre ha lasciato un'eredità anche sul fronte sanitario.
Il lavoro dei medici a Ground Zero
Michael Crane, oggi 74 anni, lavorava come direttore medico della Con Edison e aveva il compito di proteggere gli uomini impegnati nelle operazioni di soccorso e recupero a Ground Zero. La montagna di macerie, chiamata "the pile", raggiungeva l'altezza di cinque piani. Per mesi i soccorritori lavorarono tra polvere e detriti alla ricerca di sopravvissuti e, successivamente, dei resti delle vittime. Crane ricorda un giovane operaio arrivato nel suo ufficio con una tosse potente. Gli consigliò di fermarsi e curarsi, ma l'uomo rifiutò: un suo familiare era ancora sepolto sotto le macerie. "In quel momento capii che non era solo una questione nazionale o statale. Era personale", racconta Crane, oggi direttore medico del World Trade Center Health Program.
Il programma federale offre assistenza sanitaria a oltre 150mila soccorritori, sopravvissuti e persone che vivevano, lavoravano o studiavano nell'area colpita. A giugno erano state certificate circa 85mila patologie legate al World Trade Center, metà delle quali associate all'esposizione alla polvere tossica e circa il 30 per cento a tumori. Oltre 9mila soccorritori monitorati dal programma sono morti dal 2001. E anche questo fa parte della triste contabilità di quell'attacco.
C'è infine chi non ha perso familiari o si è ammalato, ma porta con sé un veleno ancora più invisibile: il peso di domande senza risposta. Michael Tuohey venticinque anni fa era addetto al servizio clienti di una compagnia aerea. Assistette al check-in di due dei dirottatori all'aeroporto di Portland, nel Maine: Mohamed Atta e Abdul Aziz al Omari erano arrivati circa mezz'ora prima del volo American Airlines 11, quello che si sarebbe schiantato contro la Torre Nord. Tuohey notò qualcosa di strano, soprattutto nell'atteggiamento di Atta, che appariva molto nervoso e instabile, ma non pensò che fosse abbastanza per giustificare un intervento.
In fondo i biglietti erano stati acquistati settimane prima, pagati con carta di credito ed erano di prima classe. Dopo gli attentati, i fallimenti dell'intelligence vennero analizzati a fondo per capire come potesse essere successo tutto questo. Nacque il dipartimento di Sicurezza interna e cambiarono radicalmente le procedure di sicurezza negli aeroporti. Prima anche i familiari dei passeggeri potevano arrivare al gate. Da dopo l'11 settembre, venne vietato. Oggi che ha 80 anni Tuohey continua a chiedersi se avrebbe potuto fare qualcosa. "Il mio istinto mi diceva che c'era qualcosa che non andava", racconta. "Non l'ho ascoltato", aggiunge. "Ma non significa che avrei potuto fermarli. Avrebbe potuto cambiare qualcosa? Chi lo sa?".