AGI - Il drastico calo degli infermieri provenienti dall’Unione europea dopo il referendum sulla Brexit potrebbe aver contribuito a un aumento della mortalità ospedaliera e delle riospedalizzazioni d’urgenza in Inghilterra. Sono i risultati di uno studio coordinato da Giuseppe Moscelli della University of Surrey, realizzato in collaborazione con la University of Aberdeen, la Harvard Business School e la Vienna University of Economics and Business (WU) e pubblicato sulla rivista The Economic Journal. Analizzando oltre 32 milioni di ricoveri d’urgenza, i ricercatori stimano che nei tre anni successivi al referendum gli ospedali maggiormente dipendenti dagli infermieri europei abbiano registrato 3.714 decessi aggiuntivi e quasi 14.000 riospedalizzazioni d’urgenza in più rispetto alle strutture meno esposte.
Cosa è accaduto dopo il referendum sulla Brexit
Lo studio prende in esame il periodo compreso tra il 2012 e il 2019 e analizza i dati relativi a 130 ospedali del National Health Service (NHS). I ricercatori hanno collegato le informazioni sui ricoveri d’urgenza con quelle sulla composizione della forza lavoro sanitaria, confrontando gli ospedali in base alla quota di infermieri provenienti dall’Unione europea impiegati prima del referendum del 2016. L’analisi mostra che gli ospedali che prima della Brexit facevano maggiore affidamento sul personale infermieristico europeo sono stati quelli che hanno registrato il peggioramento più marcato degli esiti clinici dopo il voto.
Non è bastato l'impiego di personale proveniente da Paesi extraeuropei
Pur riuscendo a sostituire gran parte degli infermieri usciti dal sistema con personale proveniente da Paesi extraeuropei, queste strutture hanno evidenziato un aumento dei decessi tra i pazienti ricoverati in emergenza e delle riospedalizzazioni non programmate dopo la dimissione. Secondo gli autori, il peggioramento osservato non può essere spiegato da una riduzione dei finanziamenti agli ospedali, da una diminuzione dei posti letto disponibili o da un aumento del numero dei pazienti trattati, fattori che sono stati presi in considerazione nell’analisi senza mostrare un’associazione con gli esiti osservati.
“Gli ospedali sono riusciti a reclutare infermieri sostitutivi, ma i nostri risultati suggeriscono che abbiano dovuto attingere a un bacino di candidati più ristretto e meno esperto. Questo sembra aver avuto conseguenze concrete per i pazienti”, afferma Giuseppe Moscelli. Lo studio evidenzia che, dopo il referendum, gli ospedali hanno intensificato il reclutamento di infermieri provenienti da Paesi extraeuropei. Tuttavia, il personale assunto in quel periodo è risultato più frequentemente inquadrato nei livelli retributivi inferiori del sistema sanitario britannico, un elemento che, secondo gli autori, suggerisce una minore esperienza professionale o qualifiche inferiori rispetto agli infermieri europei che avevano sostituito.
Parallelamente, gli infermieri impiegati negli ospedali maggiormente colpiti dal calo delle candidature provenienti dall’Unione europea hanno riferito livelli inferiori di soddisfazione riguardo alla qualità dell’assistenza che riuscivano a garantire ai pazienti.
Non abbassare gli standard di selezione
Per i ricercatori, i risultati mettono in discussione l’idea che sia sufficiente coprire rapidamente i posti vacanti per preservare la qualità dell’assistenza sanitaria. Le restrizioni improvvise al reclutamento internazionale potrebbero infatti costringere le organizzazioni ad abbassare gli standard di selezione quando diventa più difficile attrarre personale altamente qualificato.
“Molti Paesi, compreso il Regno Unito, dipendono da professionisti sanitari formati all’estero. I nostri risultati mostrano che le politiche migratorie possono avere conseguenze che vanno ben oltre il mercato del lavoro. Decisioni che rendono un Paese meno attrattivo per lavoratori qualificati possono influire direttamente sulla qualità delle cure ricevute dai pazienti”, osserva Moscelli. “I decisori politici dovrebbero considerare non solo il numero di operatori sanitari reclutati, ma anche il modo in cui le politiche migratorie influenzano chi decide di candidarsi.”