‘Sopravvissuti per raccontare’. A Sderot il primo memoriale multimediale del 7 ottobre
AGI - La collina di Kobi (Givat Kobi), un centinaio di metri sopra il livello del mare, è ben visibile a chilometri di distanza, guidando sulla strada che taglia il deserto del Negev in direzione di Sderot, nel sud d’Israele. Nessun grattacielo né grande complesso residenziale intorno le fanno ombra. Solo piccoli arbusti ordinati, sui cigli dei viottoli, che conducono ai kibbutz della zona: edifici discreti e poco pretenziosi, seminascosti dagli alberi di acacia.
Il ruolo strategico e militare della collina
Givat Kobi è conosciuta nella regione per la sua complessa storia. La collina, a meno di 800 chilometri dal confine di Gaza, è praticamente a ridosso dalla linea gialla, il confine interno che delimita il territorio cuscinetto nella Striscia, sotto il controllo diretto delle forze israeliane. Sormontata da una torretta di avvistamento dotata di sistemi di allarme altamente tecnologici, servì durante la seconda intifada per allertare le comunità locali prima degli attacchi di Fatah e di Hamas.
Ed è diventata ancora più strategica dopo il 7 ottobre 2023: come punto di osservazione dell’Idf su Gaza City, da qui visibile a occhio nudo, e come centro di monitoraggio su una buona porzione della linea gialla. Givat Kobi, dove presente e passato continuano a intrecciarsi indissolubilmente, è stata un’infrastruttura militare strategica soprattutto durante l’offensiva di terra, l’operazione Carri di Gedeone II e, nel tempo, è diventata anche meta di pellegrinaggi della Memoria.
I memoriali del dolore collettivo
Sulla sommità della collina campeggia il Monumento dei Quattro, in onore dei soldati israeliani uccisi nel 2014 per difendere Sderot e il vicino kibbutz Nir Am. Ai piedi della collina, sul lato opposto della strada, si trova invece l’ingresso del primo centro commemorativo multimediale sui massacri del 7 ottobre 2023, inaugurato l’anno scorso.
Un progetto dell’associazione per i diritti umani Israel-Is in collaborazione con il comune di Sderot, allo scopo di preservare il ricordo di quel traumatico giorno, ribattezzato dai sopravvissuti “Black Shabbat”, e documentare attraverso un’esperienza immersiva i massacri compiuti da Hamas non lontano da qui, nei pressi di Tkuma, dove si svolgeva il festival musicale Nova. E dove oggi invece sorge anche il "Muro delle auto", il memoriale dei veicoli dei ragazzi in fuga, bruciati da Hamas. Monumenti e mappe di un dolore collettivo che Israele ha trasformato in pietra, seguendo lo stesso filo logico dello Yad Vashem, il museo della Shoah nel mondo, perché un altro 7 ottobre "non avvenga mai più".
Il progetto "Survived to Tell" e l'esperienza virtuale
Così Bar Naor, un giovane soldato dell’Idf, spiega il senso di "Survived to Tell" (Sopravvissuti per Raccontare), questo il nome del progetto commemorativo e didattico che, grazie ai social, dopo aver riunito i sopravvissuti al pogrom ha trasformato i loro ricordi in un’esperienza virtuale che riporta il visitatore nel teatro della tragedia.
Il percorso si sviluppa con una sessione di 40 minuti che parte dai filmati integrali diffusi su una ventina di schermi, alcuni dei quali interattivi, e prosegue con i visori per la realtà virtuale, con cui i visitatori assistono all'inimmaginabile attraverso gli occhi di alcuni ragazzi sopravvissuti. Il racconto parte dal cinguettio degli uccelli all’alba del 7 ottobre, quando "i ragazzi dormivano e i bambini giocavano", come narra l'audio del video. Un sabato di riposo, durante la festa della gioia di Simchat Torah, dove nulla lasciava immaginare che l’orrore sarebbe stato il protagonista del giorno.
Al festival di Nova – mostrano le immagini – non c’erano soltanto giovani ebrei amanti della techno e non particolarmente religiosi, ma esponenti della comunità drusa e arabo-israeliana, come uno dei sopravvissuti che in video racconta come ha tentato di portare in salvo i suoi amici.
La missione internazionale contro il calo del turismo
"Per i sopravvissuti, infatti – spiega Bar Naor – raccontare le proprie storie ha un duplice scopo: educare il mondo ed elaborare il proprio trauma". Dalla sua apertura il centro, che comprende anche spazi di ascolto e condivisione nonché una sala per le conferenze, ha già accolto diverse migliaia di visitatori.
Il drastico calo del turismo in Israele sulla scia del conflitto non sta tuttavia aiutando il progetto. Per questo Israel-Is sta portando l’esperienza multimediale in giro nel mondo, soprattutto nei campus universitari di Usa e Canada con l’obiettivo di raggiungere principalmente un pubblico giovane e spesso non correttamente informato. “La nostra non è solo una storia di lutto e orrore, ma – insiste Bar Naor – di resilienza e speranza di pace per il nostro popolo”.