AGI - Ha scelto di perdere la testa anziché la sua coscienza. Era il 1535 e lui si chiamava Tommaso Moro: inglese, 57 anni, illustre suddito di Enrico VIII, condannato a morte e quattro secoli dopo - il 22 giugno 1935 - proclamato santo e in seguito patrono dei politici. Chissà se oggi per una questione etica uno dei suoi protetti rinuncerebbe alla poltrona, o a uno strapuntino, nel teatro del potere. Oppure “la coscienza è morta”, come diceva il colonnello Frank Slade nel film “Profumo di donna” del 1992. Perciò è inutile preoccuparsi di questioni morali ormai irricevibili.
Il 22 giugno si celebra la festa liturgica che la Chiesa dedica a Tommaso Moro. Pur di non venir meno ai suoi principi e alla sua fede, il giurista e umanista oltremanica preferì disobbedire al suo re, rinunciare ad agi e onori e finire sul patibolo. Praticamente un marziano a Londra. Tommaso Moro è il nome latinizzato di Thomas More: avvocato, cristiano osservante, primo laico a essere stato nominato Cancelliere del regno. Nonostante fosse un vip della politica, il 6 luglio nella Torre di Londra il suo collo finì sotto la lama del boia.
Il martirio per lesa maestà: la storia di Moro e John Fischer
E non è stato l’unico ad aver fatto quella brutta fine con la medesima accusa di lesa maestà. Qualche giorno prima, il 19 maggio sempre del 1535, era stato giustiziato pure John Fischer, vescovo di Rochester, a pochi chilometri da Londra, “una delle diocesi più piccole e più povere del Paese”, riporta la biografia del presule negli archivi del Dicastero delle Cause dei santi. Infatti, nel 1935 papa Pio XI ha elevato le due anime agli onori degli altari: il 19 maggio quella di John Fischer, il 22 giugno di Tommaso Moro.
E nel 2000, dopo gli appelli inoltrati alla Santa Sede da “Capi di Stato e di Governo” – si legge nella Lettera apostolica - Giovanni Paolo II ha proclamato Tommaso Moro patrono di governanti e politici: “Esempio imperituro di coerenza morale”, ha commentato il santo padre durante la cerimonia del 31 ottobre.
L'Atto di Supremazia e i matrimoni di Enrico VIII
Nei primi decenni del Cinquecento nel Regno Unito il clima non era dei migliori. Lo scettro era in mano a Enrico VIII, “re d’Inghilterra e Irlanda – scrive Antonia Fraser nel libro ‘Le sei mogli di Enrico VIII’ (Mondadori, 2017) -: il più bel principe d’Europa quando salì al trono, appena diciottenne, nel 1509, che si rivelò poi una specie di mostruoso Barbablù”. Perché? La vita matrimoniale del sovrano è stata assai movimentata. Ha avuto sei consorti: due fatte decapitare, altrettante con le quali il vincolo nuziale è stato annullato e, ancora, due scomparse per cause naturali.
Citando nomi e rapporti esistenti tra le donne convolate a nozze, Fraser prova a chiarire: “Anna Bolena – dettaglia - fu al servizio di Caterina d’Aragona prima di prendere il suo posto; Jane Seymour era una delle dame del seguito di Anna Bolena; Caterina Howard faceva parte del seguito di Anna di Cleves; Anne Parr, che introdusse la sorella Caterina negli ambienti di corte, serviva Caterina Howard”. Insomma, dalla sua regina Enrico VIII voleva un erede. Lo mise al mondo solo “Jane Seymour – precisa la saggista - ‘vera moglie, interamente amata’, in quanto l’unica che gli aveva dato un figlio maschio”, e purtroppo deceduta durante il parto. Le altre “sfornavano” soltanto femmine. Il re incolpava la poveretta di turno, se ne sbarazzava e ne prendeva un’altra.
La causa delle condanne capitali di Moro e Fischer si trova proprio in mezzo a questo lascia e prendi. Il sasso che poi diventa valanga cade nel 1532. Dopo vent’anni insieme (sottolinea Fraser), Enrico VIII non vuole più Caterina d’Aragona accanto a sé. Intende impalmare Anna Bolena. Però il papa non può sciogliere il matrimonio. Così il re tenta di aggirare l’ostacolo. Chiede al Parlamento di firmare l’Atto di Supremazia con il quale si stabilisce che il capo della Chiesa d’Inghilterra non è più il pontefice ma il sovrano. In pratica, nasce la Chiesa anglicana.
La crisi di credibilità della politica e l'eredità di Utopia
Tutti dànno il loro assenso, tranne due: John Fischer e Tommaso Moro. Che nel 2000, nella Lettera apostolica Wojtyla ricorda così: “La sua vita ci insegna che il governo è anzitutto esercizio di virtù. Il mondo politico e amministrativo – incalza – avverte il bisogno di modelli credibili”. Nell’ottobre di un anno fa l’Istat misurava il livello di credibilità appunto, di fiducia (rilevato l’anno prima) degli italiani nelle istituzioni pubbliche. Concludendo: quelle “che ottengono costantemente livelli di fiducia più che sufficienti sono i Vigili del fuoco, le Forze dell’ordine e il Presidente della Repubblica. Per il resto – terminava lo studio - la fiducia nelle istituzioni della democrazia è sotto la sufficienza”.
Riusciranno mai i politici a godere di una reputazione a pieni voti? Tommaso Moro pensava di no, almeno su questo piano della realtà. In un altro, quello della fantasia, invece sì. La società perfetta Moro l’aveva descritta in un suo libro del 1516. Era su un’isola, lontana dal caos del mondo, dove tra le altre cose regnava giustizia e uguaglianza. Quella inesistente terra galleggiante la chiamò con un termine che lui stesso coniò per l’occasione e usò come titolo dell’opera: “Utopia”, non luogo. Forse oggi si sente pronunciare spesso il suo contrario, distopia. Dal dizionario Zingarelli: “Forma di società caratterizzata da aspetti negativi e indesiderabili, dovuti a fattori come lo sviluppo tecnocratico o l’eccesso del controllo statale”. Chi lo sa che ne penserebbe il patrono dei politici.