AGI - Entrando nel quartier generale dell' ONU, nell'area tra la First Avenue e l'East River, tra diplomatici, badge di sicurezza e il consueto traffico di lingue del mondo, ci si imbatte in una processione silenziosa di animali. Non animali reali, naturalmente, ma tigri fotografate come rifugiati climatici, elefanti trasformati in simboli giuridici, oceani proiettati sulle pareti come se il pianeta stesso stesse chiedendo diritto di parola.
Animals for Social Justice, la nuova mostra installata nell'ingresso principale dell'Onu, possiede quell'ambizione tipicamente contemporanea di fondere arte, attivismo e diplomazia morale in un unico linguaggio emotivo. È una mostra che nasce dall'idea, ormai centrale nelle élite internazionali, che la questione animale non sia più separabile dalla politica, dall'economia o persino dalla sicurezza globale.
Il contrasto con la diplomazia tradizionale
Il contrasto è inevitabile. A pochi metri dalle sale dove i governi litigano su guerre, sanzioni e confini, scorrono immagini dedicate alla fragilità degli ecosistemi e alla sofferenza delle specie. L'Onu, istituzione spesso accusata di impotenza davanti ai conflitti umani, tenta qui una forma diversa di persuasione: non il trattato, ma la sensibilità.
Il pubblico della mostra all'Onu
Alcuni visitatori passano distrattamente, trascinando trolley diplomatici verso gli ascensori. Altri si fermano davanti agli schermi multimediali con la stessa concentrazione assorta che si vede nei musei di Chelsea o del Moma. In fondo, la mostra parla soprattutto a loro: alla classe globale urbana che considera il cambiamento climatico, la biodiversità e i diritti degli animali non temi separati, ma capitoli dello stesso racconto morale del ventunesimo secolo.
New York come scenario simbolico
E New York, città dove il cinismo convive sempre con un bisogno inesauribile di redenzione, sembra il luogo perfetto per ospitare tutto questo. La mostra, inaugurata la settimana scorsa, resterà aperta fino al 25 agosto.