AGI - Si è dimessa la direttrice della National Intelligence americana, la 45enne Tulsi Gabbard. Fox riferisce che Gabbard si dimette, ufficialmente, per sostenere il marito nella sua battaglia contro una "forma estremamente rara di cancro alle ossa".
Gabbard lo ha già notificato a Donald Trump e il suo ultimo giorno di lavoro sarà il 30 giugno. "Sfortunatamente devo rassegnare le mie dimissioni, con effetto dal 30 giugno. A mio marito Abraham è stata diagnosticata una forma estremamente rara di tumore alle ossa", ha scritto Gabbard nella sua lettera di dimissioni.
Il saluto di Donald Trump
Donald Trump ha salutato così la funzionaria: "Tulsi ha fatto un lavoro incredibile, e ci mancherà molto", ha detto il presidente americano sul suo Truth Social network. L'attuale vice di Gabbard, Aaron Lukas, ricoprirà il ruolo di Direttore ad interim dell'Intelligence Nazionale.
Chi era Tulsi Gabbard
Tulsi Gabbard era entrata nelle stanze del potere come un corpo estraneo, come se stesse ancora cercando di capire se quelle stanze le appartenevano davvero. Adesso la risposta è arrivata: no. La recente malattia del marito, così ha scritto nella lettera di dimissioni, colpito da una rara forma di tumore osseo, resta la motivazione ufficiale. Ma secondo molti ha accelerato un'uscita di scena che a Washington aspettavano da tempo.
In questo senso per lei, ex deputata democratica delle Hawaii, veterana di guerra in Iraq e sostenitrice della campagna di Bernie Sanders, appassionata di arti marziali e surf, induista e sostenitrice che ognuno di noi si porti dietro un karma, negativo o positivo, Washington non è mai stata una casa per lei quanto un campo di prova: un luogo dove le identità politiche non si sedimentano, ma si consumano a contatto con la gravita' delle istituzioni.
In questo anno e mezzo in cui ha ricoperto l'incarico di capo degli 007, e durante il quale aveva promesso di snellire la burocrazia e ripulire il "deep State", lo Stato sotterraneo e complottista, c'è stato qualcosa di deliberatamente ordinato nella sua presenza pubblica - il lessico della disciplina, la memoria del servizio militare, l'insistenza su una politica estera meno interventista - eppure sotto questa superficie è emersa una traiettoria che non è mai andata avanti come una linea retta. O almeno non come nella geometria trumpiana ci si attende.
La base Maga l'aveva accolta come una ex democratica convertita al nazionalismo trumpiano, ma non ne era mai rimasta incantata. Gabbard è sempre stata vista come una vittoria di Trump, una nuova fedele alla causa, ma non abbastanza, non almeno come Kristi Noem e Pam Bondi, pronte a tutto pur di proteggere Trump, ma anche loro finite fuori dall'amministrazione.
Gabbard ha chiuso un mandato tempestoso, segnato dalle frizioni sulla guerra in Iran, quando aveva preso le distanze dall'amministrazione americana, sostenendo che Teheran non aveva ripreso il programma nucleare dopo gli attacchi Usa dell'anno scorso. E restando in silenzio dopo che Joe Kent a marzo si era dimesso dalla guida del controterrorismo, accusando apertamente il presidente di aver mandato al fronte in Medio Oriente migliaia di soldati senza uno straccio di prova delle minacce iraniane.
Nonostante da tempo fosse stata relegata a un ruolo marginale, esclusa anche dai briefing sull'operazione in Venezuela, Gabbard ha mantenuto la sua posizione e lodato pubblicamente Trump, cercando di apparirgli fedele e salvare il posto. Ma nelle ultime settimane, dopo un cambio al governo, tutti si facevano la stessa domanda: e a Tulsi quando toccherà? Gabbard è rimasta dentro al sistema, ma non troppo. Fedele al tycoon ma senza più grande entusiasmo.
In un'altra epoca, questa ambiguità sarebbe stata letta come profondità. Nell'ecosistema contemporaneo di Washington, invece, era diventata sospetto. E così Gabbard ha finito per muoversi in uno spazio intermedio, dove l'ammirazione e la diffidenza coesistono senza mai annullarsi. E' lì che il suo personaggio politico si è definito meglio: non nella stabilità delle appartenenze, ma nella tensione costante tra appartenenza e rottura. Alla fine ha prevalso la rottura. Un'altra, dopo quella con il Partito democratico. Non lascerà molti amici, in entrambi gli schieramenti.